Si apre a Torino il processo Thyssenkrupp
Si apre oggi, dopo le udienze preliminari, il processo per il rogo del 6 dicembre 2007 nella fabbrica siderurgica, costato la vita a sette operai
Thyssenkrupp a processo. Sul banco degli imputati l’amministratore delegato della multinazionale dell’acciaio, Harald Espenhahn, e altri cinque dirigenti (oltre all’azienda in qualità di persona giuridica).
L’accusa più grave è quella mossa a Espenhahn, che ai giudici dovrà rispondere di omicidio volontario con dolo eventuale: è la prima volta che in un caso di incidente sul lavoro viene contestata un’accusa del genere: Espenhahn rischia 21 anni di carcere. Agli altri cinque imputati sono contestati l’omicidio colposo aggravato dalla consapevolezza dell’evento e la rimozione volontaria di cautele antinfortunistiche.
In vista dell’inizio del processo, i sostituti procuratori Laura Longo e Francesca Traverso, accompagnati da alcuni consulenti, hanno effettuato un nuovo sopralluogo presso la famigerata “linea 5” dello stabilimento, quella dove avvenne la tragedia. Il sopralluogo sarebbe servito a rivedere i macchinari che si incendiarono e la scena del disastro, sulla quale i due magistrati non erano più tornati dai giorni dell’incidente.
Sono circa cento i testimoni che la procura di Torino intende far chiamare in Corte d’Assise al processo. Tra questi figurano più di venti pubblici ufficiali che hanno collaborato con i magistrati durante l’indagine (funzionari della polizia giudiziaria e dell’Asl, vigili del fuoco, finanzieri), alcuni consulenti tecnici e altre settantanove persone, tra cui diversi dipendenti della multinazionale tedesca.
Nella lista c’è anche Antonio Boccuzzi, oggi parlamentare del Pd, che deporrà nella veste di sopravvissuto.
Quel giorno maledetto sette operai vennero dilaniati in seguito ad una drammatica esplosione, in un reparto dove i laminati di acciaio vengono portati ad alta temperatura e poi raffreddati in bagni d’olio per temperarli.
Fin dalle prime testimonianze dei sopravvissuti, si era intuita la portata della tragedia: “C’è stato un incendio, olio che bruciava. Pensavamo di riuscire a spegnerlo e abbiamo preso gli estintori, ma le fiamme si sono velocemente allargate e alzate, poi ci sono state delle esplosioni. Se chiudo gli occhi vedo ancora le facce dei miei colleghi. Erano torce di fuoco. Ho cercato di aiutarli, strappavo loro i capelli bruciati, pezzi di vestiti”.
Così raccontava ai primi giornalisti occorsi sul luogo della tragedia Antonio Boccuzzi, che ha subìto ustioni di secondo grado al viso e alla mano destra.
“Ho visto l’inferno, una scena tremenda”, è il ricordo di Giovanni Pignalosa, delegato Fiom, in “carica” finché lo stabilimento è rimasto in vita. Oggi la fabbrica è chiusa, in via di smantellamento e i dipendenti che non hanno trovato un altro impiego (prima della chiusura erano circa 500) sono in cassintegrazione.
Ma hanno sete di giustizia. Anche nel ricordo dei sette compagni di lavoro, morti a causa del mancato rispetto di elementari misure di sicurezza.


Quanti “italiani” hanno davvero sete di giustizia in questo paese? Perché solo una ristrettissima cerchia reagisce? E perdipiù solo quando è toccata personalmente? La pena e lo strazio per le vittime non servono a nulla se non saranno seguite da “fatti giusti”. E l’Italia è notoriamente un simil-popolo, con molti, troppi, pecoroni (con tutto il rispetto per gli stessi).
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