Sansonetti, la vittima di se stesso
Stamattina la Direzione del Prc dovrebbe nominare il nuovo direttore di Liberazione. C’è da sperare che dopo anni di declino il giornale torni alla realtà . E trovi le energie per sopravvivere.
Con il titolo “Lo abbiamo fatto strano” ieri Liberazione, il quotidiano di Rifondazione comunista, ha annunciato la fine dell’era Sansonetti.
Questa mattina la Direzione del Prc riterrà concluso il rapporto fiduciario col direttore e subito dopo Sergio Boccadutri, amministratore unico della Mcr Spa, la società editrice del giornale, nominerà il nuovo direttore, Dino Greco. Non essendo il nuovo arrivato giornalista gli sarà affiancato un direttore responsabile ancora da designare.
Nel suo editoriale dal titolo “Io ho paura…”, Sansonetti scrive: “Ieri pomeriggio, nella sede del giornale, abbiamo brindato, interrompendo per una mezz’ora il lavoro. Abbiamo bevuto champagne e mangiato pasticcini, scherzando e scambiandoci gli auguri. Perché? Perché siamo gente strana, e infatti – come dice il titolo – in questi anni abbiamo fatto un giornale strano. Quando siamo tristi, a noi viene voglia di scherzare, di godere un po’”.
La festicciola a champagne della redazione, si può star certi, avrà fatto arrabbiare non solo i difensori del prodotto nazionale, lo spumante, ma anche quei ‘diseredati’ del quale il quotidiano dovrebbe interessarsi e che di questi tempi non hanno molte occasioni per brindare e godere. Ma la domanda cruciale è: come si fà un giornale ‘strano’?
Dalla vaga banalità della citazione da Verdone (lo famo strano) alla realtà . La mostra Claudio Grassi, dirigente del Prc, che ha elencato alcuni dati: “Partendo dal 2005 e arrivando fino ad oggi (visto che l’attuale direzione di Piero Sansonetti inizia nell’ottobre del 2004), le perdite sono queste: nel 2005, 1.756.000 euro; nel 2006, 1.991.000; nel 2007, 2030.000; nel 2008, 3.300.000, più 500.000 per aumentare il capitale sociale. Il partito ha quindi dato al giornale, nei quattro anni di direzione Sansonetti, 9.576.000 euro. Circa venti miliardi di vecchie lire. Per quanto riguarda le vendite il dato è altrettanto chiaro. Facendo riferimento allo stesso periodo, quindi allo stesso direttore, passiamo da 9638 copie (gennaio 2005) a 5380 (dicembre 2008) con un calo, sempre in quattro anni, di ben 4258 copie, pari al 44,18 per cento delle stesse”.
Il lettore deve sapere che le entrate per pubblicità e vendita di Liberazione sono esigue, per cui a quei nove milioni e mezzo di euro, che hanno consentito la vita al quotidiano, sono da aggiungersi i versamenti ottenuti per via dei finanziamenti all’editoria. A fronte di ricavi minimi.
Sempre nel suo ‘editoriale Sansonetti spiega cos’è la ‘stranitudine”: “Mi hanno detto – i dirigenti di Rifondazione – che devo andarmene perché non rispetto la linea del partito. Anzi, mi hanno detto che la contrasto apertamente. Mi sono chiesto: ma qual è la linea del partito? Quando Liberazione l’ha contrastata? Quando si è battuta, più di ogni altro giornale, contro l’insicurezza e gli infortuni, e i morti sul lavoro? Quando ha gridato contro il patriarcato, contro il maschilismo, ha raccontato che in questa nostra società , da millenni, c’è una lotta tra i sessi? Quando si è trovata abbastanza sola nella battaglia senza quartiere al razzismo, per la difesa dei rom, degli stranieri, contro i quali il centrosinistra aveva emanato un decreto inaccettabile, e che ha aperto la strada alla Lega? Quando ha organizzato la grande manifestazione del 20 ottobre del 2007 (insieme al manifesto e a Carta) che teneva insieme diritti civili e sociali, metalmeccanici e gay, femministe e anticlericali, pensionati e studenti?”.
Se la crisi del partito che fu di Bertinotti è nota, quella di Liberazione è chiara. Quando il numero dei lettori si assottiglia di oltre il 40 per cento un professionista dovrebbe chiedersi dove sta sbagliando. Forse è stato quel voler ‘tenere’ insieme tutto che non ha fatto ‘prendere’ nulla. Nei salotti televisivi o in quelli pseudo-intellettuali è facile chiacchierare, ma quando si racconta la società è difficile scantonare. I cittadini si affezionano ad un giornale solo se si identificano, si rendono conto di ricevere informazioni serie, sentono di crescere. Altrimenti comprano altro o non comprano nulla, il caso più diffuso.
Negli ultimi anni Liberazione non ha mai lanciato un reportage, un’inchiesta, un lavoro di giornalismo investigativo che realmente abbia graffiato il corpo ruvido della disinformazone nazionale.
Negli ultimi tempi ha cavalcato Luxuria. Eppure poco l’Isola dei Famosi ha a che fare coi diritti civili degli omosessuali o dei transgender, perchè prima, durante e dopo il programma della Ventura le discriminazioni e le vessazioni alle quali sono sottoposte queste persone sono rimaste intatte. Solo per Vladimiro Guadagno qualcosa è cambiato e chi guarda la tv se n’è accorto, perchè lei è ovunque.
Al giornale lavorano oltre trenta giornalisti, più di trecento sono i collaboratori esterni. Un esercito con tutte e chances per realizzare un prodotto competitivo. Si è inventata una ‘free press’ che nell’ultimo anno ha mangiato risorse enormi e nessuno in Italia si è accorto del Liberazione free. Come mai? Mentre il sito Internet del quotidiano neppure funziona con tutti i browser, perchè gli ‘strani’ giornalisti non si interessano alla modernità della Rete, alle enormi possibilità di espansione del bacino di utenti che consente, al risparmio possibile per i costi bassissimi dell’informazione digitale.
Allora quel’è il punto? Protagonista dello scontro interno a Rifondazione tra la linea di Ferrero e la minoranza di Vendola, Sansonetti si è presentato come vittima di un ‘processo stalinista’, lamentando la soppressione di una voce libera, la sua. La partita vera, invece, è la scissione che alcuni vogliono e come farla e quando. La tattica è stata ‘usare’ Liberazione, trasformare una crisi di piano editoriale in ‘caso politico’ e collegare al bailamme le conclusioni.
Oggi vedremo se la sostituzione del direttore produrrà lo strappo, l’uscita della minoranza dal partito o no. Comunque vada i prolemi son ben lontani dalla redazione del giornale par giusto almeno ricordarlo.
Per Sansonetti c’è un piano di osservazione differente e parallelo, perchè lui è solo il testimone del proprio fallimento. I giornali si valutano per numero di copie vendute, non per proclami libertari accompagnati da battaglie contro l’esclusione e pasticcini. Se il giornale fosse stato quel laboratorio avvenieristico ed autonomo di cui si parla come mai è stato anche un flop editoriale colossale?
Nel suo ultimo fondo, il direttore ‘strano’ ha scritto: “Io però oggi ho paura. Rovescio il titolo del bel libro di Niccolò Ammanniti: ho paura. Paura perché non vedo più la sinistra. Mi pare senza anima, senza idee, senza cuore. Non vedo più né la vecchia sinistra riformista, né quella radicale, che avevo incontrato a Genova. Ho paura perché sento che più nessuno trova necessario il “culto della libertà ”. Perché vedo una destra che dilaga, che si impossessa dello spirito pubblico, che conquista il popolo, e impone valori reazionari, che io non sopporto. Ho paura perché mi pare che all’orizzonte ci sia il buio, e che se non riusciamo a riprendere il filo dei nostri discorsi libertari e socialisti, vincerà Berlusconi, per dieci anni, per cento, per sempre”.
Ha ragione Sansonetti, il modello berlusconiano è fortissimo, si espande ovunque senza freni, la sinistra è immobile ed incapace di affermare non solo un progetto politico, ma una cultura in grado di battersi contro le perline colorate che i colonizzatori di Arcore distribuiscono a cittadini-indigeni storiditi.
Tuttavia, il ‘martire di oggi’ ha avuto anni per costruire e nulla ha edificato. Anzi, il nascondere il fallimento di una progetto di comunicazione dietro un presunto ostracismo della maggioranza politica che guida oggi il Prc è perfettamente in linea con la disinformatia tanto cara al Cavaliere.
Se Sansonetti avesse saputo raccontare la parte muta del Paese c’è da scommettere che nessuno avrebbe potuto mettere in discussione la sua strategia, perchè Liberazione avrebbe avuto dalla sua parte non dei redattori, Luxuria e qualche ‘illuminato’ frequentatore di circoletti paraintelletualei, ma i cittadini-lettori, migliaia e migliaia di atenti cittadini-lettori.
Però ci sono la moda del presente e lo sport del salotto trasversale: rappresentarsi, poco importa la verità .
L’opportunità adesso è tutta in Dino Greco, sindacalista e persona intelligente, perchè sappia ricondurre il quotidiano verso la società italiana, un mondo ormai nascosto dalla quasi totalità degli altri Media nazionali, e restituire la voce ai cittadini. Un giornale che non guardi al tinello radical-chic romano, ma si rivolga ad esseri umani veri, ad un popolo di sinistra e non solo che oggi non ha un ideale in cui sperare ed in compenso vede molte fazioni che si combattono tra loro per affermare improbabili verità .
Prima che un altro giornale chiuda. Per mancanza di lettori e denari. E prima di tutto idee.


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