Modello contrattuale, Epifani in trincea
Dopo il recente accordo che ha riscritto le regole della contrattazione tra governo e parti sociali, infuria la polemica. Unità sindacale mai così lontana
La premessa è dei giorni scorsi: è stato raggiunto a palazzo Chigi un “accordo quadro” sulla riforma del modello contrattuale, senza il consenso della Cgil, che andrà a sostituire l’intesa storica del 23 luglio 1993.
Quest’ultima aveva rappresentato finora la “bibbia” della concertazione tra imprese, sindacati e governi: venne raggiunta dall’allora ministro Carlo Azeglio Ciampi ed era incardinata sulla cosiddetta “politica dei redditi” basata a sua volta sul calcolo dell’inflazione programmata. In linea teorica, di fronte ad un’eventuale scarto tra quel tasso e l’inflazione reale si sarebbe dovuti andare al recupero del differenziale.
Inoltre, gli accordi del 1993 (criticatissimi dall’allora leader della sinistra Cgil, Fausto Bertinotti, finito però in minoranza) avevano istituito il doppio livello di contrattazione, vale a dire di un livello nazionale valido per tutti i lavoratori inquadrati in un determinato contratto nazionale (da rinnovare ogni due anni) e uno aziendale con l’obiettivo di favorire la contrattazione sulla base delle specifiche esigenze territoriale.
Ironia della sorte, nonostante la “concertazione” fosse bacchettata soprattutto a sinistra (perché considerata una camicia di forza alle esigenze della conflittualità sindacato-imprese e perché ritenuta inefficace a salvare i salari dall’inflazione reale) negli ultimi mesi era stata pesantemente attaccata “da destra”, vale a dire dalla Confindustria. Che sentiva su di sé il peso dell’incombente crisi economica e chiedeva un assetto normativo ad essa più favorevole.
Comunque sia, pochi giorni fa il governo ha annunciato in pompa magna il nuovo accordo quadro e – cosa niente affatto rituale per un’intesa di tale portata – non ha fatto una piega dinanzi al “no” secco del più grande sindacato italiano, vale a dire la Cgil.
Di seguito, in sintesi, i punti salienti del nuovo accordo: i contratti verranno rinnovati ogni tre anni e non più ogni due; verranno modificate le procedure a garanzia della “tregua sindacale” durante le fasi di contrattazione per i rinnovi dei contratti; il rinnovo dei contratti nazionali avverrà sulla base di un’inflazione “prevedibile” che non terrà conto degli aumenti dei prezzi derivanti dall’energia importata (pensiamo agli aumenti della benzina, che non saranno conteggiati); il tasso di inflazione sarà applicato sullo stipendio tabellare e non sulla retribuzione complessiva; verranno “incrementate, rese strutturali, certe e facilmente accessibili tutte le misure volte ad incentivare la contrattazione di secondo livello che collega incentivi economici al raggiungimento di obiettivi di produttività”; la contrattazione collettiva prevederà “ulteriori forme di bilateralità per il funzionamento di servizi integrativi di welfare”.
“Non è la prima volta” – ha osservato il ministro del Welfare Sacconi – che la Cgil adotta un comportamento del genere. Purtroppo – ha aggiunto – non sta firmando molti contratti collettivi e si è isolata nel pubblico impiego”. “Io credo – ha affermato ancora il ministro – che questa organizzazione abbia in corso una riflessione su un passaggio da un vecchio mondo, da una vecchia impostazione a una nuova dimensione alla quale sono già pervenute da tempo le altre organizzazioni sindacali. Credo che essa non potrà non riflettere circa la necessità di ricollegarsi con tutte le altri organizzazioni sindacali”.
Da corso Italia hanno risposto enumerando cirfre: “Simulando l’applicazione della riforma del modello contrattuale ai contratti nazionali degli ultimi quattro anni, tra il 2004 e il 2008, i lavoratori avrebbero perso in media 1.352 euro, mentre per il sistema delle imprese ci sarebbe stato un guadagno di 15-16 miliardi”. A calcolarlo è stato Agostino Megale, segretario confederale della Cgil.


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