L’Italia felice non abita a Fabriano
Alla “Antonio Merloni” si lavora una settimana al mese. Dopo che per decenni la cittadina marchigiana è vissuta gomito a gomito con il colosso degli elettrodomestici. Un articolo per ‘Tu Inviato’.
Quale futuro? Questa è la domanda ricorrente che a Fabriano, piccola cittadina dell’entroterra marchigiano, si pongono in molti: dai lavoratori ai pensionati, dagli studenti fino ai piccoli commercianti.
Ebbene sì, tutti sono direttamente o indirettamente legati a questa grande crisi che ci ha colpiti da qualche anno, cioè da quando è stata lanciata la parola d’ordine “delocalizzazione”, con la grande opportunità per le aziende di sfruttare la manodopera di chi, alla fine del mese, si accontenta di poche centinaia di euro. Il tutto si nasconde dietro ad un ragionamento: “Creiamo profitti all’estero per poi reinvestire denaro in Italia”. Che grande bugia!
Così in una piccola città come la nostra, dove il settore metalmeccanico ricopre il cinquantatrè per cento del territorio, tra cappe aspiranti ed elettrodomestici, l’economia è crollata. La più grande azienda come numero di occupati di questa regione (la Antonio Merloni Spa, con circa duemila dipendenti) ha scelto di delocalizzare in Ucraina il proprio prodotto.
Il suo proprietario si è rivelato un gigante d’argilla con ben 192 aziende che ruotano intorno all’impresa e ai suoi circa quattromila lavoratori. Tra queste aziende, 25 sono composte da cento dipendenti, 20 da cinquanta, ed il resto è rappresentato da piccole realtà che ne occupano appena 20.
Ebbene, il gruppo è entrato in amministrazione controllata con un debito di 600 milioni di euro. E i lavoratori, che provengono anche da altre città, sono in cassa integrazione straordinaria e lavorano negli ultimi tempi solo “a giornata”, non più di una settimana al mese. Si ritengono tuttavia fortunati, perché quando sono a casa percepiscono l’assegno dell’Inps a differenza di chi lavora nell’indotto, magari nelle aziende che non superano i venti dipendenti, e che non ha perciò diritto al pagamento della cassa integrazione.
Grazie al nome delle famiglie Merloni, per cinquant’anni la parola “crisi” non ha fatto mai parte del nostro vivere quotidiano. Il proprietario, Antonio Merloni, era sindaco e determinava così il destino di una città intera. Oggi, purtroppo, assistiamo al risultato di politiche fallimentari, come aver scelto di basare l’economia di intere realtà (ben oltre Fabriano) sul comparto del monoprodotto, non investendo nel turismo o nei servizi, sopprimendo di fatto altre forme di reddito per portare acqua al mulino di un’unica impresa.
Fabriano conta quarantamila abitanti: non c’è qui una discoteca per i giovani, non c’è mai stato un pub fino a pochi anni fa, raramente si ascoltava musica in piazza o ancor meno c’erano locali aperti dopo la mezzanotte. Insomma, era vietato divertirsi, del resto intere famiglie lavoravano nella “grande azienda”.
La scelta di delocalizzare è poi divenuto l’obiettivo primario di quasi la totalità degli imprenditori della zona, con il conseguente azzeramento dei redditi di intere famiglie e la diffusione della disperazione ovunque.
La nostra città deve ora reinvertarsi da capo e non è certo facile. La crisi della meccanica fabrianese è infatti inserita in un contesto di grave crisi generale. Ovviamente chi cerca di difendere a tutti i costi il primato del profitto mette in secondo piano la necessità di mantenere occupazione in Italia. Dimenticando volutamente che, prima di divenire esuberi, i metalmeccanici hanno creato la maggior fonte di ricchezza; e accettando che il peso della crisi ricada esclusivamente sulle spalle dei lavoratori, i quali uscendo dalle aziende non possono far altro che subire il baratto della manodopera in cambio di stipendi ancora più bassi. In tal modo, come è evidente, viene imposto subdolamente l’abbassamento del costo del lavoro.
E’ arrivato il momento in cui la politica, il sindacato, tutti coloro che si mostrano attenti a temi così importanti, uniscano le loro forze per bloccare le scelte scellerate che porteranno ancor più alla deriva una Repubblica che vanta il primato di essere “fondata sul lavoro”, dichiarando con forza che la globalizzazione può essere esercitata soltanto ed esclusivamente nell’ambito del pieno rispetto dei diritti dell’uomo.
Angelo Costantini, Barbara Imperiale
operai Fiom-Cgil alla “Antonio Merloni spa”


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