L’Italia del Grande Fratello
Una riflessione su reality di Canale 5 porta lontano, a guardare fino al senso della vita. Un programma televisivo, senza contenuti, non raccontà la realtà, ma la deforma. Un articolo per ‘Tu Inviato’.
Erving Goffman, noto sociologo ed esponente dell’interazionalismo simbolico, sostiene che ciascuno nel quotidiano interpreti un ruolo, similmente ad un attore su un palcoscenico teatrale.
L’arte con cui gli individui guidano le impressioni suscitate negli altri e l’allestimento degli strumenti espressivi (gestualità, abbigliamento, età, sesso, mimica facciale) rendono possibile allo spettatore la comprensione della scena in atto.
Tutto questo assume una dimensione esponenziale nell’ormai familiare casa del Grande Fratello.
Format televisivo di successo, mostra da anni i “dietro le quinte” di gruppi di sconosciuti che interagiscono in un ambiente chiuso. Per utilizzare un paragone provocatorio ma efficace, potremmo definirla una sorta di “gabbia circense”, uno “zoo in miniatura” dove spesso affiorano le bestialità insite nella natura umana. Ben oltre le già ferali prospettive di George Orwell in “1984”, la trasmissione è incentrata sulla costante osservazione dei soggetti “internati” attraverso molteplici telecamere, in cui specchi e microfoni amplificano la regia di spettacoli girati più o meno coscientemente. Interi talk show, dossier dedicati, appuntamenti settimanali, riviste e pettegolezzi ingigantiscono gli effetti –già devastanti in sordina- della più cruda spettacolarizzazione.
I concorrenti, in vetrina ventiquattro ore al giorno, esternano atteggiamenti, opinioni, caratteri e movenze nella consapevolezza di suscitare una risposta all’esterno, un appoggio o una critica, scalpore o semplicemente popolarità, per quanto di bassa leva.
Così, l’appassionato spettatore, può comodamente gustare dal suo divano la rappresentazione del quotidiano deformato dalla lente televisiva, dalla convivenza forzata, dalla finta coesione di gruppo di chi concorre come singolo al montepremi finale.
Ma cosa spinge l’italiano medio ad accostarsi ripetutamente a tale proposta mediatica? Può, una sorta di “buco della serratura” , destare tanta perversa eccitazione?Evidentemente sì, il dio Auditel parla chiaro.
Forse l’insoddisfazione nella propria vita, il desiderio di trovare svago (anche il più insulso), la ricerca di una “normalità” al di fuori delle quattro mura domestiche, la curiosità per una realtà lontana ed artefatta; o ancora la ricerca della trasgressione a portata di telecomando, la voglia di identificarsi in qualche modo con un partecipante, presto collocabile tra gli pseudo- famosi.
E’ così che un seno ritoccato, un passato poco gratificante, il volontariato, le vicende personali vengono vendute sulla piazza al miglior offerente, vengono atrocemente teatralizzate, al fine di raccogliere plausi, consensi e perché no… strappare anche qualche lacrima, che il telespettatore tiene in serbo solo per i drammi più convincenti. Lacrime che, con ogni probabilità, sceglie di non versare in relazione al proprio vissuto, perché oggi la vita frenetica e spesso vuota di veri contenuti, ci porta a correre senza sosta verso una meta in realtà sconosciuta, o peggio inesistente.
E se Zygmunt Baumann, celebre sociologo polacco, si scaglia contro la cattiveria dell’attuale isolamento distruttivo, figlio del villaggio globale, che impoverisce l’individuo dei rapporti interpersonali e lo relega ad un freddo ed egoistico monologo, bisogna chiedersi quale risonanza sociale possa riscuotere tale reality. Quali suggerimenti e spunti potrà ancora offrire, in che modo potrà ancora plasmare e deturpare una realtà già sufficientemente provata. Storie personali, salotti condominiali e finti stereotipi verranno riproposti ancora a lungo?
Quasi certamente sì… Fino a quando ciascuno di noi vorrà sfuggire al grigiore della propria esistenza; fino a quando si preferirà il telecomando ad un buon libro; finché un monitor attirerà la nostra attenzione più che una cena con gli amici; finché i tuttologi continueranno a ripeterci che “quest’anno i concorrenti sono veramente eccezionali”.
Fino a quando non rifiuteremo l’idea che un programma commerciale possa in qualche modo arricchire le nostre vite, semplicemente mostrando lo specchio di una società malata.
Ilaria Greco


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