Gaza: nebbia dopo il massacro
Ieri una riunione nella quale non si è concluso nulla, perchè Washington e Tel Aviv decidono tutto. E tra poche ore Bush va a casa, lasciando macerie, errori e mille dubbi.
Lontana dall’essere risolta, la crisi di Gaza è stata affrontata ieri in un summit a a Sharm el-Sheikh, sul Mar Rosso, convocato dal presidente egiziano, Hosni Mubarak. La riunione ha visto la presenza del segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, dei capi di stato o di governo di Germania, Spagna, Francia, Regno Unito, Turchia e Giordania. C’era anche il premier Berluconi.Â
I punti controversi al momento sono due. Il primo militare. Non appare chiaro quale obiettivo militare abbia raggiunto Israele. Dopo la dichiarazione di cessate il fuoco ‘unilaterale’ le autorità di Tel Aviv hanno riposizionato le truppe, lasciando le aree più difficili da controllare e ripiegando verso il confine, ma non abbandonando la Striscia.
Le organizzazioni della resistenza palestinese (Hamas, Jihad islamica, al Nidal, Fronte per la liberazione della Palestina e al-Saeqa), che hanno contrastato l’aggressione israeliana, hanno sospeso le ostilità dichiarando: “Noi dei movimenti di resistenza di Palestina annunciamo un cessate il fuoco e chiediamo alle forze nemiche di ritirarsi e di aprire tutti i varchi di confine per permettere il passaggio degli aiuti umanitari e dei generi di prima necessità ”.
Se i portavoce di Tsahal sostengono di aver fortemente colpito Hamas “oltre le previsioni”, i lanci di razzi non si sono fermati e, considerato l’andamento delle operazioni, appare sempre più chiaro che il piano del governo Olmert era quello di colpire con violenza nel tentativo di rompere il sostegno che la popolazione civile offre ad Hamas ed agli altri gruppi di resistenza. Il prericolo è che dopo tanta crudeltà gli attentati contro Israele aumentino, o comunque si allarghi il numero di chi si avvicina alle frange più estreme del variegato schieramento della resistenza palestinese.
Il secondo, quello politico, è più chiaro. In caso di accordo internazionale per il cessate il fuoco, Tel Aviv avrebbe subito una pesante sconfitta, perchè Hamas avrebbe ottenuto un riconoscimento e, qundi Israele, decidendo il cessate il fuoco ‘unilaterale’, ha evitato il pericolo fermandosi un minuto prima. Inoltre, non aver accettato qualunque mediazione permetterà  ad Olmert ed ai suoi prossimi successori di proseguire nel blocco della Striscia e nelle rappresaglie, senza correre il rischio di disattendere alcun documento sottoscritto con la supervisone di Stati terzi.
Potrebbe esistere un accordo segreto Usa-Israele che preveda l’interruzione del passaggio di armi verso la resistenza palestinese e che comprenda Egitto ed altri paesi dell’area. Molti specialisti definiscono impossibile ottenere il risultato, perchè i clan beduini che gestitscono il traffico in territorio egiziano sono in grado di continuare nella loro attività anche se il governo del Cairo dovesse tentare di bloccarli.
Così, invece di semplificarsi, la situazione si è complicata. Mubarak, in Egitto, rischia di impantanarsi in un ‘servizio di repressione’ al quale i beduini potrebbero reagire anche con durissimi attentati nelle zone turistiche del Paese, cosa già successa.
Abu Mazen, dopo la strage di Gaza, potrebbe aver definitivamente seppellito la capacità di Fatah a sopravvivere. La sua leadership, decisa a Washington, ormai non regge più. In Cisgiordania, dove ha sede l’Autorità nazionale palestinese, la corruzione dilaga, i cittadini non si riconoscono più nello storico partito di Arafat che nel frattempo si sta disintegrando e quindi anche l’area ‘laica’ dei palestinesi rischia di trovarsi Hamas in crescita esponenziale dopo il ‘martirio’ di questi giorni.
In questa situazione, mentre i meno nobili pensano alla ricostruzione ed agli affari che potrebbero scaturirne (Berlusconi già ha parlato di un nuovo piano Marshal), chi dovrà scrollarsi di dosso l’ultima eredità di Bush saranno Obama e Clinton.
Perchè alla Casa Bianca va ricondotto il bandolo della matassa. L’incapacità distruttiva dell’amministrazione Bush ha in pochi anni aperto voragini e distruzione in Afghanistan, Iraq, Libano e Palestina. In nessuno di quei Paesi si è risolto qualcosa e la nuova presidenza americana ha troppi guai interni ed una crisi economica senza precedenti da gestire. Non si sono più i soldi per pagare guerre. Bush è riuscito a sbagliare tutto anche nell’ultimo mese di mandato. Allora l’ultima domanda è: che strada sceglieranno a Washington?
Roberto Barbera


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