Chi approfitta della crisi economica
Talvolta le difficoltà del sistema rappresentano l’alibi per tagliare il costo del lavoro: la denuncia degli operai abruzzesi della Sevel. Un mese dopo la Fiat chiede aiuti pubblici…
Raccontano di aver cercato in ogni modo di “fare il bene dell’azienda”: meno ferie, disponibilità al lavoro notturno e domenicale, per consentire alla catena di montaggio di non fermarsi mai.
Alla Sevel di Castel di Sangro, in provincia di Chieti, si producono i furgoni Ducato della Fiat. Le tute blu, con un certo orgoglio, raccontano che “siamo arrivati a quota 300mila”.
Senonchè, dallo scorso dicembre, i mille precari in servizio sotto quei capannoni sono diventati improvvisamente di troppo. E sono fioccate le lettere che annunciavano la cassintegrazione.
In compenso, per chi ha avuto il privilegio di rimanere, mamma Fiat ha fatto un regalo: ha aumentato la velocità del lavoro.
Lo ha ben raccontato Manuele Bonaccorsi, in un’inchiesta apparsa nell’ultimo numero del 2008 del settimanale ‘Left’ : “Prima a luglio, poi il 6 ottobre, l’azienda ha consegnato ai delegati un plico di migliaia di fogli, coi tempi necessari a svolgere innumerevoli semplici operazioni”.
“Si chiamano ‘fogli di saturazione’, perché la saturazione è il ‘tempo attivo’, quello impiegato in media dal lavoratore della linea c6, postazione 6, della Ute 11 per montare il paraurti anteriore sul modello 2.500: 30 secondi per mettere tre viti e un dado, un’operazione da ripetere 230 volte, 46,8 secondi per prelevare il paraurti giusto da uno scaffale e fissarlo tramite tre viti, per 270 volte. In totale 445,563 minuti di lavoro, solo 4,44 minuti in 7 ore e mezza per riprendere il fiato. Il lavoro, si dice in linguaggio tecnico, è ‘saturato’ al 99 per cento. Tra un’operazione e un’altra non c’è soluzione di continuità”.
Oltre alla beffa, il danno: “I tempi di lavoro – qualcuno direbbe la quantità di valore aggiunto estratto, lo sfruttamento – aumentano proprio ora, quando la Fiat, a causa della crisi, mette fuori oltre mille giovani precari. Molti di loro si sentivano a un passo dalla mèta del posto sicuro, la Sevel spingeva duro, la produzione cresceva; mentre a Melfi o Pomigliano si andava in cassa integrazione qui si anticipava il ritorno dalle ferie e si chiamavano in trasferta lavoratori di altri stabilimenti. E se qualcosa andava storto, un problema tecnico o uno sciopero, si chiedeva agli operai la doppia battuta: smonti alle 22,15, rimonti otto ore dopo, alle 5,45. Chi veniva da più lontano, dalla Puglia o dalla Campania, non aveva neppure il tempo di tornare a casa: rimaneva a dormire in auto nel piazzale, davanti ai cancelli. Ma il posto sembrava sicuro. Nessuna remora a fare un figlio, o a comprar casa, allora. Eppure in solo due mesi, alla Sevel della Val di Sangro, il mondo è cambiato. Chi sta dentro lavora più in fretta, chi sta fuori, sono fatti suoi. Per interinali e tempi determinati, quelli che a Lanciano e Atessa chiamano i Cat, non c’è nessuna cassa integrazione. Resta solo la disoccupazione. E l’amaro in bocca di un tradimento”.
“Perché abbiamo permesso certe cose?”, si sono chiesti (dopo che i buoi sono scappati) i delegati della Fiom, fino a pochi mesi fa impegnati nel contrattare la flessibilità: sabati lavorativi, straordinari, assunzione di lavoratori precari.
“Siamo venuti in possesso di alcuni fogli di saturazione, documenti riservati, che la Fiat consegna solo pochi giorni prima dell’entrata in vigore ai delegati sindacali, migliaia di fogli che spiegano con precisione scientifica il modo in cui gli operai dovranno adeguarsi al movimento della catena, sempre più veloce. Nella postazione 7, Ute 8, del reparto di montaggio della Sevel, i movimenti sono calcolati al millesimo di secondo: per ruotare l’albero primario e fissare il cambio ci vogliono 31,86 secondi. L’operazione va svolta per 413 volte durante le otto ore di lavoro, in totale 219 minuti; 1,2 secondi servono per premere un pulsante, poco più di due secondi per leggere il cartellino, 6,48 secondi per fissare il cambio del motore 2.500, 225 volte nell’arco della giornata. Si lavora al 94 per cento della saturazione, rimangono 26 minuti, il 5,93 per cento del tempo di lavoro, per sbruffare, grattarsi dietro la schiena, dare uno sguardo alla vicina mentre lei non ti vede, per riprendere da terra la vite che è scivolata dai guanti unti”.
E via di questo passo. Solo nel chietino il reddito medio potrebbe scendere, nel 2009, da 1.150 a 900 euro.
“Mentre accade tutto questo, in attesa che scada il suo contratto, l’interinale Alessandro, 22 anni, racconta di 7 secondi rubati: ‘Fino a ottobre avevo una cadenza di 1,3 minuti, per una produzione di 450. A ottobre la cadenza è scesa a 56 secondi, la produzione aumentata a 495. La Fiat mi ha levato sette secondi per ogni ammortizzatore posteriore montato’, più di uno al minuto per otto ore, con mezz’ora di pausa mensa e due stop di venti minuti a metà giornata”.
L’azienda difende le sue scelte spiegando di essere passata da una produzione di 1.270 furgoni al giorno agli attuali 1.030. Il prossimo anno potrebbe ulteriormente scendere a 900. A questi livelli l’indotto presente nella valle sarebbe costretto a chiudere.
La storia è esemplare di quanto sta accadendo in molte fabbriche in giro per l’Italia. Ironia della sorte, proprio in questi giorni l’amministratore delegato della Fiat, Marchionne, ha invocato aiuti economici dallo Stato, pena l’arrivo di un’ondata enorme di cassintegrazioni nel gruppo.
Rimane qualche domanda, inevasa da qualche decennio: perché le grandi imprese pretendono di considerare i soldi pubblici a fondo perduto? Qual è il rapporto tra aiuti alle imprese (pagati dai contribuenti) e mantenimento dell’occupazione? Perché i profitti vengono “privatizzati” e le perdite “socializzate”?


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