Cgil e contratti: il Pd litiga
Dietro dichiarazioni alla stampa in punta di fioretto, si consuma una dura battaglia all’interno della compagine di Veltroni. Il tema: riforma del sistema contrattuale ed equidistanza del partito tra Epifani e Cisl
“La riforma dei contratti va assolutamente fatta”, secondo l’ala del Pd proveniente dalla Margherita, ma “l’accordo andava siglato con la Cgil perché una revisione della contrattazione ha senso solo se firmano tutti”, a detta di Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani.
Potrebbe apparire una polemica in punta di fioretto, in realtà nel Partito democratico volano sciabolate. In gioco c’è la collocazione del partito rispetto allo scacchiere sindacale e alla modalità con cui dovrebbero rapportarsi l’opposizione parlamentare e le cosiddette “parti sociali”.
Del resto l’uomo-ombra di Walter Veltroni, Giorgio Tonini, è apparso nei giorni scorsi meno diplomatico, nonostante il tentativo “cerchiobottista”, e ha lasciato ben intendere l’aria che tira: “Sarebbe ora che la Cgil aprisse un confronto interno chiarendo una volta per tutte se aderisce al riformismo o se è una forza massimalista. Contemporaneamente è auspicabile che il governo non faccia leva sulla rottura sindacale tra Cisl-Uil e Cgil per trarre piccoli e pericolosi vantaggi nel breve periodo”.
Ieri l’ultimo atto. Il coordinamento del Pd ha deciso di affidare ad un triumvirato, formato da Enrico Letta, Cesare Damiano e Tiziano Treu, il tentativo di ricomporre la frattura determinatasi nel sindacato e nelle parti sociali con l’accordo sul nuovo modello contrattuale.
Lo stesso Tonini, al termine della riunione, ha riferito che il segretario del partito Walter Veltroni ha dato mandato ai tre esponenti di avviare “una sorta di concertazione parallela, incontrando le parti sociali e avanzando proposte di mediazione”.
Mentre il Governo “ancora una volta ha lavorato per dividere – ha aggiunto il parlamentare del Pd – anche a costo di indebolire l’accordo stesso, noi lavoriamo per unire, anche perchè sarebbe fuori dal Dna del Pd sposare una tesi contro l’altra. In questo modo pensiamo di essere utili al Paese, perchè i Governi passano, mentre questi provvedimenti restano”.
Le dichiarazioni confermano l’imbarazzo del principale partito di opposizione su questa materia delicata. E qualche categoria della Cgil prova addirittura a mettere il dito nella piaga, rafforzando, di pari passo con l’infuriare delle polemiche, le ragioni di Epifani.
“Per noi quell’accordo rimane illegittimo finché non sarà votato dai lavoratori”, ha detto (ieri mattina ad Omnibus) Carlo Podda, il segretario generale della Funzione pubblica Cgil. “Se i lavoratori lo voteranno a maggioranza – ha proseguito – la Cgil voterà e sottoscriverà l’intesa. Del resto, tutti quelli che sostengono l’accordo sono convinti della bontà delle loro ragioni: provino a illustrarle e spiegarle e farle decidere ai protagonisti e destinatari”.
Sul versante politico (e sulle contraddizioni in seno al partito di Veltroni) è intervenuto ieri pomeriggio Gianni Pagliarini, Responsabile Lavoro del Pdci: “Apprendiamo che, in seguito alla dura presa di posizione della Cgil sulla riforma del modello contrattuale, tre dirigenti Pd, Letta, Damiano e Treu, dovranno trovare un punto di incontro tra le parti sociali per tentare un’impossibile ricomposizione. In realtà – ha attaccato Pagliarini – il Pd ignora il nodo vero della questione, vale a dire il rapporto tra il principale partito di opposizione e il più grande sindacato, che ha rotto l’unità per difendere il potere contrattuale e la tenuta dei salari”.
Indirettamente – ha aggiunto l’esponente comunista – Veltroni dà ragione a chi accusa la Cgil di aver rifiutato l’accordo per motivi ideologici, mentre l’unica posizione ideologica riguarda chi vorrebbe obbligare i sindacati a rinunciare a fare il loro mestiere. Dunque – ha concluso Pagliarini – riproporre l’unità del fronte sindacale senza un dietrofront sull’accordo indecente firmato a palazzo Chigi è impensabile. Ma siamo convinti che Veltroni non avrà il coraggio di dirlo”.


il pd fa una task force per piegare la CGIL ai padroni
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From: pietroancona@tin.it
To: rassegna sindacale
Sent: Friday, January 23, 2009 9:03 AM
Subject: un colpo di stato contro i lavoratori
Il no della CGIL che non abbandona il tavolo operatorio
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L’accordo firmato stasera dalle organizzazioni sindacali con quelle
padronali e con il governo supera gli storici accordi di concertazione del
1993 che hanno finora presieduto alle relazioni contrattuali e di fatto nel
mondo del lavoro ed apre una nuova fase. Fase definita storica da Sacconi,
in cui
alla conflittualità, cioè al naturale rapporto dialettico capitale-lavoro,
si sostituisce la “collaborazione” e si introducono elementi del tutto
nuovi, corporativistici legati agli enti bilaterali. Marchingegni questi che
finora
hanno gestito una parte limitata del salario (massimo 1%) ed hanno dato vita
ad una burocrazia espressione dei firmatari, e che
diventeranno vere e proprie controparti dei lavoratori ai quali erogheranno
parti del salario o dei finanziamenti governativi o altro. Non a caso la
destra ha esultato alla firma degli accordi e la stessa Marcegaglia arriva
addirittura a presentarli come migliorativi e più favorevoli ai lavoratori
(sic!!) e forse per questo suo spirito di amore per i lavoratori li ha
firmati mentre i cattivoni della CGIL non hanno apprezzato ed hanno detto di
no.
Non voglio sottovalutare l’importanza del no della CGIL ad una “riforma”
che fa quasi carta straccia del diritto sindacale a cominciare dalla
triennalizzazione della durata dei contratti e
alla destrutturazione a livello regionale della contrattazione e della
stessa erogazione dei benefici previsti dalle leggi vigenti. Debbo però
osservare che è un no di una Confederazione rimasta al tavolo della
trattativa, partecipe di tutte le sue fasi e di tutti i suoi passaggi. Un no
che somiglia molto alla astensione in Senato del PD sul federalismo
fiscale. Un no di chi non approva ma non rompe e sta dentro il negoziato
fino alla fine. Il
risultato è che la CISL e UIL hanno i vantaggi del collaborazionismo aperto
e dichiarato, vantaggi che certamente fanno valere nelle relazioni con i
poteri forti del Padronato e del Governo. Dei lavoratori importa assai poco.
La CGIL viene lo stesso duramente attaccata dai falchi della Confindustria e
del Governo ma il quadro politico apprezza il suo senso di
“responsabilità”,
però lo stesso non può dirsi dei lavoratori e dei loro sindacati di
categoria
che registrano una nuova involuzione, una sconfitta storica ben più
grave di quella del 1993 contro la quale l’opposizione che si manifesterà
con uno
sciopero ad aprile sarà sicuramente inefficace ed un modo per la
nomenclatura Cgil per mettersi le
carte apposto. Non abbiamo firmato ed abbiamo scioperato. Che volete di più?
E’ davvero strano che una frattura sociale cosi grave si compia in un clima
di fairplay in cui il tono della voce è sempre educato e basso nelle stanze
dei palazzi sempre più lontani dai posti dove la gente lavora e spesso muore
per un salario indecente e con sempre minori diritti.
Oramai tutta la contrattazione crea problemi e difficoltà soltanto ai
lavoratori, non li tutela e li obbliga ad accettare condizioni sempre più
pesanti e sempre più umilianti. Non si scandalizzi nessuno se affermo che a
fronte di accordi di questo genere forse sarebbe preferibile un regime
assolutamente privo di sindacati confederali con poteri cosi estesi e
stringenti. Quattro potenti Confederazioni che firmano accordi che diventano
subito norme e leggi ed ingabbiano per sempre i lavoratori in una rete dalla
quale sarà difficile liberarsi.
Pietro Ancona
sindacalista CGIL in pensione
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—– Original Message —–
From: pietroancona@tin.it
IL Partito Democratico lavora per fare firmare la CGIL con impegno degno di
miglior causa
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Il Partito Democratico si è guardato bene dall’esprimere un giudizio
sull’accordo separato che praticamente fa fuori il contratto collettivo
nazionale di lavoro. La retribuzione avrà negli accordi locali, che
potrebbero anche essere individuali, la sua sostanza. Non c’è niente di
nuovo sotto il sole: si tratta di cottimo, di staglio, chiamiamolo come
vogliamo ma è lavoro pagato a misura di quanto produce. E’ difficile che la
contrattazione di questi cottimi avverra’ con un intervento bilaterale
paritario. Nella stragrande maggioranza delle aziende sarà il datore di
lavoro a stabilire come ed in che misura pagare. Dal momento che il ccnl
diventa sempre più insignificante per il salario avremo un generalizzato
prolungamento degli orari di lavoro. Naturalmente le aziende meno forti
avranno più difficoltà delle altre a reggere ad un regime di produttività
spinta. Reagiranno costringendo i dipendenti a lavorare molto di più per
“tariffe” inferiori a quelle delle aziende più
dotate.
Il Partito Democratico ha costituito un gruppo composto da Letta, Damiano e
Treu. Trattasi di tre esponenti della stessa scuola giuslavorista della
destra. Non la pensano molto diversamente da Sacconi, Boeri, Cazzola,lo
stesso Ichino è bipartisan ed è ossessionato dall’art.18 che vuole
eliminare. Insomma lo scopo è quello di costringere la CGIL alla firma come
è stato fatto per gli accordi di welfare con il governo Prodi, per
l’Alitalia. Il tutto potrebbe avvenire nel corso dei prossimi due mesi,
subito dopo gli scioperi, magari come risposta “positiva” agli stessi. Ma il
pitone CGIL dovrà inghiottire il prodotto più indigesto della storia sociale
italiana: un prodotto che sostanzialmente trasforma il Sindacato, come ha
detto Sacconi, da conflittuale a collaborativo. Si sta creando la base
materiale di questa trasformazione con il maggiore peso attribuito agli enti
bilaterali che hanno dato vita già ad una burocrazia bipartisan che ha una
cultura “nuova”.
L’accordo già firmato da Confindustria CIsl UIL ed altre associazioni è
impregnato da una forte ideologia di suprematismo degli interessi aziendali
su tutto. Sarà ancora più difficile scioperare e sapienti conoscitori del
diritto hanno aperto la strada per impedire qualsiasi difesa al lavoratore o
al gruppo di lavoratori che si ritenesse leso nei propri diritti. Insomma è
stato studiato per armare di una pesante corazza di titanio il padronato e
denudare completamente il dipendente che avrà le mani legate, sarà solo,
dovrà o prendere o lasciare senza discutere. Una legislazione che sta
facendo piazza pulita del potere di intervento della magistratura e che
riduce a zero le possibilità di conciliazione. Lo Statuto dei Diritti dei
Lavoratori ha avuto il suo funerale e l’Italia diventa il Paese europeo con
meno tutele per le persone che lavorano che, non dimentichiamo, sono sempre
oltre venti milioni.
La crisi venuta dagli USa e che ha già travolto l’Europa sarà usata con
molto cinismo per portare la CGIL a Canossa. E’ molto ipocrita e falso
ritenere che i diritti dei lavoratori possano essere di ostacolo alla lotta
alla crisi che si combatte su piani in cui il costo del lavoro non è
certamente il fattore più importante. Ma insomma rischiamo che si accusino i lavoratori financo di essere poco patriottici, meno patriottici dei
lavoratori americani che, sottomessi a sindacati, già da molto tempo
“collaborano” con le imprese. Potrebbe essere vero, come io penso, il
contrario: stabilità, salari decenti, pensioni decenti, potrebbero aiutare
in modo potente la ripresa dal momento che nessuno compra una macchina nuova
o cambia un mobile o il vestito se deve pensare a come sfamarsi fino alla
fine del mese.
Pietro Ancona
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