A Gaza il giorno dopo
Mentre si dimostra l’uso di armi proibite da parte di Israele, comincia il ‘mercato’ della ricostruzione. Quando la politica degli affari non vuol capire i diritti dei cittadini.
Il massacro di Gaza è finito e così anche le notizie, già scarne dalla Striscia si sono diradate. Nella giornata di ieri I delegati di Amnesty International in missione nella zona hanno trovato “prove evidenti e incontestabili dell’uso massiccio di fosforo bianco in aree densamente popolate di Gaza e in altre zone del nord della Striscia”.
Cristopher Cobb-Smith, un esperto in armi che fa parte, con altri tre colleghi, della missione dell’associazione ha detto:”Abbiamo visto strade e vicoli pieni di prove dell’uso del fosforo bianco, con alcuni grumi ancora fumanti e residui di ordigni. Lo scopo del fosforo bianco è di provocare una cortina fumogena atta a favorire il movimento delle truppe in un campo di battaglia. E’ un’arma altamente incendiaria che non dovrebbe mai essere usata in aree dove si trovano i civili”.
Donatella Rovera, ricercatrice di Amnesty in Israele e nei Territori palestinesi ha aggiunto che “un uso così estensivo in aree densamente popolare è di per sè indiscriminato. Averlo usato ripetutamente in questo modo, nonostante le prove dei suoi effetti indiscriminati e il suo impatto sulla popolazione civile, è un crimine di guerra”.
Tra le zone più colpite dal fosforo bianco vi sarebbe la sede dell’Unrwa, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati a Gaza, attaccata dalle forze israeliane il 15 gennaio. Sempre quel giorno, ordigni impregnati di fosforo bianco hanno colpito anche l’ospedale al-Quds di Gaza City, provocando un incendio che ha costretto lo staff sanitario a evacuare i pazienti.
A proposito delle Nazioni Unite, Chris Gunnes portavoce dell`agenzia dell`Onu per i rifugiati palestinesi (Unrwa) ha detto all’agenzia Misna: “Circa un quinto delle nostre strutture, tra scuole, magazzini, strutture di accoglienza e uffici hanno subito danneggiamenti di vario tipo nei bombardamenti israeliani”.
Gunnes, descrivendo la situazione ha insistito: “Abbiamo circa 50mila persone rifugiatesi nei nostri centri che devono essere nutrite tutti i giorni. Oramai circa l`80 per cento della popolazione di Gaza dipende dagli aiuti umanitari”.
Sul piano poltico, come era prevedibile, si aprono problemi per l’Autorità nazionale palestinese. Il presidente Abu Mazen, già in difficoltà , dopo l’invasione di Gaza e l’aggressione ai civili vede la sua posizione decisamente moderata in crisi.
Parlando al vertice della Lega araba a Kuwait City, Mazen ha detto: “Ciò che servirebbe se dovessimo accordarci (con HAmas, ndr) è un governo di unità nazionale che si impegni per la fine del blocco di Gaza, per la riapertura dei valichi e per convocare elezioni presidenziali e legislative da tenere in contemporanea”.
Durante il summit sono emerse le divisioni che atraversano il mondo arabo. La struttura di Fatah, il suo partito, al centro di numerosi episodi di corruzione, dopo violenti scontri fu cacciata da Gaza nel 2006.
Il presidente dell’Anp è stato criticato da alcuni Paesi arabi che hanno giudicato la sua linea verso Israele troppo debole. Il presidente siriano Bashar Assad ha chiesto che Israele venga dichiarato ufficialmente “entità terrorista” dai Paesi arabi come “chiaro sostegno alla resistenza palestinese”.
Il presidente egiziano, Hosni Mubarak, invece ha criticato Hamas sostenendo che porta la responsabilità dell’offensiva israeliana per non aver prolungato il cessate il fuoco di sei mesi. “Le relazioni tra gli arabi non sono nel loro momento migliore”, ha poi ammesso sostenedo come alcuni Paesi abbiano sfruttato l’attacco israeliano su Gaza per spaccare il mondo arabo tra Paesi moderati e non.
La posizione di Mubarak, secondo alcuni osservatori al corrente della operazione ‘Piombo Fuso’ prima del suo inizio, potrebbe diventare difficile. L’Egitto, al di là della propria stabilità e del legame con gli Stati Uniti, ha subito più volte le azioni di gruppi integralisti e l’aver negato l’apertura del valico di Rafah, l’unico accesso a Gaza non controllato da Israele, non rimarra di certo un episodio dimenticato.
Il re saudita Abdullah si è incontrato con i leader di Qatar, Giordania, Egitto, Siria e Kuwait per tentare di ricucire le divisioni.
Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-Moon, dal canto suo, ha esortato i leader arabi a sostenere Abu Mazen nei suoi sforzi per unire Gaza e la Cisgiordania. “Non possiamo ricostruire Gaza senza l’unità palestinese”. Ma lo scenario appare molto fluido e di certo il consenso popolare ad Abu Mazen è a livelli molto bassi.
Dopo tre settimane di bombardamenti ed invasone di terra israeliani i 1.300 morti fino ad oggi accertati e i circa 5mila feriti e le distruzioni gravissime aprono il capitolo della ‘ricostruzione’. I danni materiali calcolati, in modo approssimativo, dall’Istituto centrale di statistica palestinese ammontano a quasi 2 miliardi di dollari. Le case private distrutte infatti sono oltre 4mila, 48 edifici governativi, 30 commissariati e 20 moschee. Bisognerà ricostruire anche strade, scuole, reti idrica elettrica e telefonica. Serviranno altri 500 milioni di dollari per sgomberare le macerie e, si stima, cinque anni per completare i lavori.
In qesti casi comincia la lotta sorda e sotterranea per gestire i fondi. L’impegno internazionale si prevede massiccio. L’Arabia Saudita ha comunicato oggi al vertice economico a Kuwait city che donerà un miliardo di dollari mentre il presidente egiziano Mubarak ha annunciato l’organizzazione nel suo Paese di una conferenza internazionale per “raccogliere le risorse necessarie alla ricostruzione”.
Diversi paesi, tra cui la Francia, la Spagna e l’Italia, hanno mostrato la loro disponibilità . La ricostruzione pero’ dovra’ affrontare seri problemi politici oltre che questioni tecniche ed organizzative. Gaza è governata da Hamas e i suoi militari sono immediatamente tornati a controllare il territorio. La popolazione dopo la guerra appare sempre molto solidale con le organizzazioni della resistenza.
Adesso sarà necessario discutere con hamas, che avrebbe dovuto essere ‘annientata’ per gestire la torta degli aiuti. La corruzione dell’Anp non permetterà di certo a Mazen di mettere le mani con facilità sui finanziamenti, mentre gli Stati Uniti e Israele vorrebbero proprio questo. a
La posizione miope che nell’esclusione di Hamas suppone possa superarsi il legame tra il movimento radicale e la popolazione di Gaza è stata esposta dal Commissario europeo per le Relazioni estere, Benita Ferrero-Waldner.
Il Commissario ritiene che i fondi dell’Ue non arriveranno a Gaza fino a quando il territorio palestinese sarà governato dal movimento islamico, che figura nella lista delle organizzazioni terroristiche dell’Unione.
Gli aiuti per la ricostruzione della Striscia, ha spiegato la diplomatica europea, potranno arrivare solo se il presidente palestinese Abu Mazen riuscirà ad imporre nuovamente la sua autorità .
Ferrero-Waldner fa finta di non capire come la posizione di Hamas si sia rafforzata e che, comununque, le forze palestinesi al governo a Gaza siano state elette in votazioni regolari.
Nei giorni scorsi un funzionario dell’Anp aveva spiegato senza mezzi termini che l’arrivo dei fondi dall’estero, con la creazione di migliaia di posti di lavoro nei cantieri edili, potrebbe rendere gli abitanti di Gaza più dipendenti dall’Anp e meno vincolati ad Hamas.
“Quest’ultimo, dopo una iniziale opposizione, non potrà far altro che assecondare i progetti dell’Anp per non mettersi contro la popolazione”, aveva aggiunto il funzionario palestinese. L’idea di poter governare attraverso tangenti, clientele e ruberie ha già spaccato l’Anp, minando la sua autorevolezza in Cisgiordania.
Qadura Fares, ex ministro dell’Anp ed esponente di una corrente di Fatah ha dichiarato: “Nelle scorse settimane l’Anp ha avuto una posizione ambigua verso l’aggressione israeliana che ha ucciso 1.300 nostri fratelli a Gaza. Sarebbe stato opportuno essere accanto alla gente che soffriva sotto le bombe piuttosto che criticare Hamas. E’ venuto il momento di correggere questo errore”.
In questo scenario vanno lette le ‘aperture’ di Abu Mazen, mentre si aspetta di vedere come si porrà Hamas. Come sempre, però, c’è da domandarsi chi siano gli strateghi che a Langley o al Pentagono, i posti dove si decidono le cose, e come possano ogni volta sbagliare l’analisi.
La previsione di un forte rafforzamento di Hamas non è affatto da scartare, mentre certo che le contraddizioni nell’Anp siano destinate a crescere sensibilmente nelle prossime settimane. Anche se stanno per arrivare montagne di soldi.


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