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Youtube, gli investitori lo vogliono casto

Autore: barbera. Data: giovedì, 11 dicembre 2008Commenti (0)

La crisi colpisce anche Youtube, e per far crescere i profitti la videocommunity di Google censura i video sexy. Barattando la libertà di accesso e di informazione per un pugno di dollari.

Ve lo ricordate Google, il “gigante buono” che con la sua inarrestabile ascesa aveva acceso un lumicino di speranza nei cuori degli internauti di vecchia data? Aperto, libertario, dall’impianto moderno e partecipativo, il supermotore di ricerca aveva saputo incarnare ai suoi esordi lo spirito genuino della grande rete, contrapponendosi alla longa manu della blindatissima Microsoft e di tutti i colossi che si apprestavano in varia forma a lottizzare le sconfinate praterie telematiche.

Una vera e propria favola d’altri tempi, e tradizione vuole che tutte le favole finiscano in fretta: così, nel giro di pochi anni su Google si sono addensate svariate ombre, dalle voci che criticavano le tante, troppe informazioni personali presenti nei suoi archivi alle ben più pesanti accuse di violazioni della privacy.

Non che Google sia morto, beninteso: il colosso di Mountain View è più in forma che mai, incontrastato dominatore della rete; semmai si sta demolendo pian piano il mito che attorno alla sua mission si era creato mediante quell’ottimistico tam tam. E’ di pochi giorni fa la notizia che Youtube, famosissima videocommunity acquisita a suon di milioni dall’azienda californiana, filtrerà pesantemente i propri video, assegnando a quelli sessualmente ambigui un bollino rosso: non verranno contrassegnati solo i video univocamente definibili come “sexy”, ma persino quelli in cui la telecamera indugi troppo a lungo su natiche o seni, per quanto coperti. Né sfuggono quelle che in musica verrebbero chiamate “explicit lyrics”: blasfemie, parolacce ed ogni sorta di dialogo offensivo saranno ugualmente bollati col marchio rosso d’ordinanza.

Un “parental control” impietoso, dunque, che mal di sposa con la visione che Google ha sempre dato di sé: e non è difficile insinuare che dietro questa svolta piuttosto bigotta e reazionaria si celi il bisogno di fare cassa in tempi di crisi imperante, di riprendersi quei potenziali investitori finora spaventati dalla totale libertà di accesso e pubblicazione fornita da Youtube.

Peccato che così si sacrifichi uno strumento ormai indispensabile per la libertà di stampa su internet: Youtube, pioniere del citizen journalism e fautore di una visione anarchica e paritaria dell’informazione on web, sceglie di normalizzarsi, di chinare il capo di fronte al vil danaro. E in questa progressiva e demoralizzante resa ha una parte anche la nostrana Mediaset, che qualche mese fa ha citato in giudizio proprio la video community più famosa al mondo per aver “piratato” e reso gratuitamente disponibili, attraverso i propri iscritti, programmi del proprio palinsesto: che sia stata o meno la caratteristica “goccia che fa traboccare il vaso”, anche da un punto di vista del ruolo dell’utente Youtube ha fatto marcia indietro, garantendo sempre più spazio ai network televisivi tradizionali – accorsi in massa a colonizzare ingenti spazi del portale – e sempre meno ai singoli utilizzatori. I quali, però, da oggi potranno aiutare gli amministratori a dispensare i temibili bollini rossi.

Carlo Crudele

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