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Se scarichi ti “strozzo” la…connessione

Autore: barbera. Data: mercoledì, 24 dicembre 2008Commenti (0)

Sarkozy insegna, la Riaa impara: perché occuparsi degli utenti che scaricano illegalmente quando lo possono fare i provider? La storia infinita di un business al collasso. Nelle mani di un dinosauro.

La crisi è crisi per tutti e l’industria dell’intrattenimento non fa eccezione: ma per Riaa ed Mpaa, le due associazioni americane responsabili della tutela dell’entertainment rispettivamente musicale e cinematografico, il periodo nero dura da almeno otto anni.

Se prima il monopolio di un cartello di megaliti musicali era incontrastato e senza alternative, sin dall’avvento del mefitico Napster l’omologa della Siae nostrana si è trovata a fare i conti non tanto e non solo con un drastico calo delle vendite, sostituite progressivamente dal download illegale della musica protetta da copyright, quanto con una ben più preoccupante – quantomeno sul lungo raggio – delegittimazione dei parametri della “proprietà intellettuale” e dei suoi tutori.

Colpa della “maleducazione” dell’internauta medio? Non solo: l’industria, dapprima senza una propria precisa connotazione comunicativa (quando sei un monopolista assoluto non hai bisogno di mostrare il tuo lato migliore), si è sin da subito delineata come una sorta di gigante retrogrado, prima provando a nascondersi dietro le esternazioni di band come i Metallica – il cui anatema sul nascente file sharing fece scalpore e ne divenne paradossalmente, secondo molti, la pietra angolare del declino artistico – poi facendo personalmente il diavolo a quattro nelle più alte sedi del potere legislativo per ottenere leggi sempre più ferree in materia di controllo e blocco del p2p.

A vederla oggi, anni (luce) di distanza da quel lontano 1999, la Riaa sembra davvero una comica nemesi del don Chisciotte di de Cervantes, più disposta a spendere somme astronomiche di tempo e denaro per combattere un sistema inarrestabile come l’acqua che non a piazzare sul mercato proposte di qualità che convincessero il consumatore ad aprire di nuovo un portafogli peraltro sempre più smagrito.

Oggi questa improvvisa ventata di coscienza pare giunta anche ai pezzi grossi dell’associazione, che hanno deciso di lasciar perdere le migliaia di cause intentate fuori e dentro i confini americani contro gli utenti fedifraghi. Motivazioni probabili: l’indisposizione dei governi ad assecondare acriticamente le pretese dell’industria a svantaggio di un “popolo” sempre più informato e critico e, ben più importanti, le svariate falle nei teoremi accusatori verso i singoli utenti, i quali – lungi dallo spaventarsi nei confronti delle azioni giudiziarie contro di essi intentate – hanno reagito con vigore e spesso convinto le giurie dei tribunali.

Ma la Riaa non sotterra l’ascia di guerra ed anzi guarda all’Europa, la solita Europa divisa e frammentata che – mentre a livello comunitario ottiene splendidi avanzamenti in materia di rispetto della privacy – sconta una presidenza francese presieduta da un “sovrano assoluto” tendenzialmente conservatore come Nicholas Sarkozy, il quale ha avanzato l’ipotesi di “marchiare” univocamente gli internauti così da tracciarne percorsi, azioni e, ovviamente, misfatti. La Riaa non aspettava di meglio: in effetti il cittadino deve accedere alla grande rete mediante un service provider, ed è proprio a loro che la Riaa si sta rivolgendo, stipulando con essi accordi di vario genere che intrigano anche nazioni come l’Italia.

La situazione diverrebbe quindi la seguente: solo a coloro i quali paiono essere i veri “motori immobili” del downloading la Siae americana rivolgerebbe le proprie attenzioni in modo diretto, trascinandoli cioè senza mezzi termini in tribunale; agli altri – sempre su disposizione della Riaa – penserebbero direttamente i provider, prima “strozzando” e poi del tutto inibendo la connessione. Risultato? La Riaa non ci mette la faccia, non spende soldi, e il monopolio della musica torna nelle mani di Warner e soci.

Almeno in teoria, perché ovviamente non ci crede nessuno: la risposta dei provider va dal tiepido all’ostile, illustri giuristi vedono in questo sistema una violazione palese dei diritti del cittadino e, soprattutto, è difficile che con la semplice inibizione – la Storia, in ogni sua forma, lo insegna – uno status quo ormai consolidato possa cambiare. Meglio sarebbe quello di puntare su offerte di maggior qualità, su una diversificazione dei mercati, sulla graduale ma costante rivalutazione di una musica che oggi sembra più che mai virata sul nefasto usa-e-getta da radio commerciale: e invece, da quel punto di vista, tutto tace. Anzi no: il nuovo disco degli U2 verrà venduto in ben cinque versioni diverse, due delle quali supereranno abbondantemente i quaranta dollari, mentre qui da noi un artista di assoluto livello come Nek farà uscire il proprio decimo (!) disco in due tipologie. Una costerà di meno, avrà meno canzoni e, probabilmente, un impatto meno nocivo sui poveri timpani degli ascoltatori. In fondo, è già qualcosa.

Carlo Crudele

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