Nemici allo stadio. Come in guerra
Quando ci sono di mezzo conflitti, invasioni, genocidi e tensioni di ogni tipo, le ripercussioni sui campi di gioco si fanno sentire. Ecco qualche altro esempio, dopo quelli già pubblicati il 28 novembre.
In vista della Confederations Cup del prossimo giugno – come ha già scritto”InviatoSpeciale’ – gli organizzatori eviteranno in partenza, fin dal sorteggio, il possibile abbinamento tra Stati Uniti e Iraq. Nel tentativo di separare sport e politica. In realtà , quando ci sono di mezzo guerre, invasioni, genocidi e tensioni di ogni tipo, le ripercussioni sui campi di gioco si fanno sentire. Ecco qualche altro esempio, dopo quelli già pubblicati il 28 novembre.
UNA BRECCIA NEL MURO
Monaco, 1974. La capitale della Baviera è di nuovo al centro dell’attenzione come sede principale dei Mondiali di calcio (dopo le Olimpiadi del 1972), ai quali partecipa per la prima volta la Germania Est. Il sorteggio inserisce i tedesco orientali nello stesso gruppo dei cugini dell’Ovest, padroni di casa e testa di serie del gruppo A.
E’ la prima volta che si affrontano dal giorno della costruzione del Muro di Berlino: lo scontro diretto del 22 giugno 1974 al Volksparkstadion di Amburgo riguarda il primo posto nel girone ma anche due schieramenti politici, due modi di intendere la vita, due realtà sociali divise da una profonda rivalità .
Un derby a 360 gradi inedito e senza repliche, poiché le due Germanie non si sarebbero più affrontate su un campo di calcio fino al giorno della riunificazione.
Per la cronaca, vinsero gli “Ossie” (com’erano soprannominati gli orientali), capaci di ribaltare il pronostico grazie al loro elemento più rappresentativo: Juergen Sparwasser, diventato un eroe nazionale dopo la rete che mandò al tappeto i futuri campioni del mondo. E successivamente fuggito a Ovest, pochi mesi prima della caduta del Muro.
MIRACOLO SUL GHIACCIO
Usa-Urss, atto II. La vendetta a stelle e strisce si concretizza, otto anni dopo la beffa di Monaco del 1972, sul ghiaccio di Lake Placid, sede delle Olimpiadi invernali del 1980. Se gli americani nel basket erano una corazzata che pareva invincibile, lo stesso vale per i sovietici nell’hockey su ghiaccio.
Una squadra, quella allenata da Viktor Tikhonov, che ha fatto incetta di trionfi a Mondiali e Olimpiadi, favorita anche dall’assenza dei professionisti canadesi distratti dagli impegni della NHL, il campionato che sta all’hockey come la NBA al basket.
Il clima che precede il confronto è molto pesante, perché proprio in quei giorni il presidente americano Carter aveva preannunciato il boicottaggio delle Olimpiadi estive (in programma a Mosca nel luglio dello stesso anno) per protestare contro l’invasione sovietica dell’Afghanistan.
La guerra fredda tra le due superpotenze tocca uno dei punti più elevati, non soltanto per il clima polare di Lake Placid. I favori del pronostico vanno tutti ai sovietici, arrivati al girone finale sull’onda di 5 vittorie in altrettante gare, mentre per gli statunitensi sembrava già un successo essere approdati tra le prime 4.
Anche la stampa locale non dava molto credito agli inesperti atleti di casa: “A meno che il ghiaccio non si sciolga, o a meno che la squadra americana non compia un miracolo, ci si attende che i sovietici vincano la medaglia d’oro per la 6ª volta negli ultimi 7 tornei”, riportava l’edizione del ‘New York Times’ del 22 febbraio 1980, giorno della supersfida. Nel primo dei 3 periodi da 20 minuti che caratterizzano le gare di questa disciplina, l’Urss si porta due volte in vantaggio ma viene sempre raggiunta, l’ultima a un secondo dalla fine per un errore del solitamente impeccabile Tretyak, considerato il miglior portiere del mondo.
Al rientro sul ghiaccio l’allenatore decide di sostituirlo, commettendo un errore ancor più grave che verrà pagato nell’ultimo dei 3 tempi, iniziato con i sovietici ancora avanti per 3-2.
La squadra di Tikhonov cerca con insistenza il colpo del ko, ma i rivali hanno più energie da spendere e nell’ultima frazione, grazie anche ad alcuni errori difensivi dei sovietici, ribaltano il risultato con Johnson e Mike Eruzione, italo-americano la cui storia verrà celebrata in un film (“Miracle”, uscito nel 2004 e interpretato da Kurt Russell) dedicato a quell’inatteso successo che spianò agli Usa la strada verso l’oro.
Carlo Repetto
(Segue la terza puntata)


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