Mumbai, l’analisi dell’esperto
In controtendenza con la maggior parte dei media italiani il nostro indologo più illustre tende a escludere l’ipotesi al-Qa’ida. Intervista a Michelguglielmo Torri.
Ci sono delle relazioni fra gli ultimi attacchi di Mumbai e i precedenti attentati avvenuti in questa città e nel resto dell’India, o siamo davanti a qualcosa di completamente nuovo?
Le caratteristiche degli ultimi attacchi a Mumbai sono decisamente nuove. Quasi tutti gli attentati precedenti sono stati attentati dinamitardi e preparati in casa con esplosivi di fortuna. Le eccezioni più rilevanti sono state il fallito attacco al Parlamento di Delhi nel dicembre 2002 e le esplosioni sincronizzate del ’93 sempre a Mumbai, che fecero 300 morti, utilizzarono esplosivi di notevole potenza e che comportarono una notevole preparazione logistica. Oggi sappiamo per certo che gli attentati del ’93 vennero organizzati dai servizi segreti pachistani, che agirono insieme con una quinta colonna in loco: la mafia di Mumbai.
Nei giorni scorsi, invece, è stata messa in atto un’operazione da commando militare con attentatori che, dopo essere arrivati per mare, sono sbarcati sul lungomare di Mumbai e hanno attaccato punti chiave della città. Unica eccezione è il centro ebraico Nariman House, un luogo assai poco conosciuto dagli abitanti stessi della città.
In sostanza, l’attacco terroristico del 26-29 novembre ha effettivamente avuto caratteristiche nuove, ha rappresentato, in un certo senso un salto qualitativo, anche se, per il numero di vittime, quello del ‘93, con i suoi 300 morti, ne comportò un numero maggiore.
Ma quelle di oggi, hanno ottenuto più visibilità a livello internazionale…
Esatto, perché ne sono stati vittime diversi turisti stranieri, che, secondo i rapporti che abbiamo ricevuto, hanno rappresentato uno degli obiettivi privilegiati dell’azione dei terroristi. Questo, e il fatto che molte delle vittime straniere fossero israeliani, ha fatto pensare a un’azione di al-Qa’ida, che però, a parer mio, in questo momento non dispone delle capacità logistiche per metterla in atto. In base alle notizie raccolte dall’intelligence indiana, i probabili autori dell’attacco del 26-29 novembre sembrano legati piuttosto alla Lashkar-e-Toiba, un gruppo estremista islamico con base in Pakistan, nato in reazione alla situazione del Kashmir, conteso fra Delhi e Islamabad. Lashkar–e-Toiba è indipendente da al-Qaeda e ha connessioni con i servizi segreti pachistani.
Ecco che entra in gioco il Pakistan, ma come?
Dietro a un attentato così complesso c’è per forza un servizio segreto ben organizzato. Non essendo, tuttavia, il Pakistan interessato a una guerra clandestina contro l’India, credo che i pianificatori dell’azione contro Mumbai siano spezzoni deviati dell’intelligence pachistana, interessati a mettere in difficoltà l’attuale governo di Islamabad. Si tenga conto che di recente erano stati raggiunti accordi importanti fra i ministeri dell’Interno dei due Paesi per il movimento di merci e persone attraverso il Kashmir, per il rilascio di prigionieri da entrambe le parti e proprio per la lotta al terrorismo. Anche i due ministri degli Esteri, pachistano e indiano, si erano incontrati a Delhi proprio nel giorno in cui è incominciato l’attacco contro Mumbai.
Mumbai è la capitale finanziaria dell’India e molti media hanno parlato di 11 settembre indiano. Quanto conta, in realtà, l’economia in questi attentati?
Mumbai e la capitale Delhi sono sempre stati obiettivi privilegiati del terrorismo. L’ipotesi dei contraccolpi negativi all’economia indiana, però, si realizzerà solo se l’Occidente smetterà per paura di cooperare economicamente con l’India. E non credo francamente che accadrà: soprattutto in un momento di crisi economica come quello attuale è troppo conveniente mantenere e sviluppare le relazioni con uno dei pochi paesi la cui economia continuerà in ogni caso a crescere.
C’è comunque qualcuno a cui potrebbe giovare un rallentamento della crescita indiana?
Non credo. Per lo meno non c’è nessuno Stato che possa essere interessato al perseguimento di un obiettivo del genere, dato che siamo in un’economia interconnessa. Se l’India fosse in difficoltà ci sarebbero conseguenze negative per tutti i più importanti attori economici.
Lei tende quindi a escludere il ruolo di al-Qa‘ida in questi attentati, sebbene tutti i media e anche un esperto di terrorismo come il pachistano Ahmed Rashid li attribuiscano a questa “rete del terrore”?
C’è un’immagine mediatica di al-Qa‘ida che assomiglia alla Spectre di James Bond, è cioè rappresentata come un’organizzazione mondiale, centralizzata e tentacolare, che agisce ovunque. A parer mio, però, questa al-Qa‘ida esiste solo nella fantasia dei media e di alcuni “esperti” e politici che hanno le loro ragioni per promuovere questo tipo di immagine. La vera al-Qa‘ida è impegnata coi talebani in alcune zone dell’Afghanistan e in alcuni territori di confine del Pakistan, in una lotta a morte contro l’esercito di Karzai, contro le truppe di vari signori della guerra afghani, oltre che contro i vari distaccamenti occidentali e, all’interno del Pakistan, contro l’esercito pachistano. Il presidente del Pakistan Zardari, in una recente intervista al programma televisivo pachistano “The Devil’s Advocate” ha detto: “I terroristi compiono un’azione perché hanno in mente una reazione” e ha lasciato chiaramente intendere che la reazione a cui puntano è la rottura dei rapporti fra India e Pakistan. E potrebbero riuscirvi, visto che il governo indiano, che si avvicina alle elezioni, è incalzato dal principale partito d’opposizione, il Bjp, che lo accusa di essere troppo debole sulle questioni della sicurezza.
Un altro lato oscuro: la caccia all’occidentale è avvenuta realmente o è stata montata dai media?
La novità vera di questi attentati è che per la prima volta gli occidentali sono finiti nel mirino del fucile. La maggior parte di loro erano ebrei ed alcuni israeliani. Tutto ciò, come ho già notato, fa pensare ad al-Qa‘ida, ma sembra impossibile che una decina di persone abbia potuto compiere un’operazione che, nel corso di tre giorni, ha tenuto in scacco le forze di sicurezza indiane e tenuto “sotto assedio” (questa è l’espressione dei media indiani) una megalopoli di 10 milioni di abitanti? Viene da chiedersi se la situazione non sia più complicata, se cioè l’intero attacco e la lunghezza che l’ha contraddistinto non sia riconducibile a complicità all’interno dei servizi stessi della sicurezza indiana. E’ inquietante il fatto che, fra i poliziotti periti durante l’attacco a Mumbai vi sia stato Hemant Karkare, il capo della sezione antiterrorismo del Maharashra (lo stato indiano la cui capitale è Mumbai). A rendere inquietante la cosa è che Karkare, nelle settimane precedenti l’attacco a Mumbai aveva smantellato una rete terroristica che si era resa responsabile di due attentati verificatisi recentemente nel Maharashtra. Karkare aveva scoperto che i loro autori non erano musulmani, bensì elementi legati al fondamentalismo indù. E, fra costoro, vi era un colonnello dell’esercito indiano.
A cura di Francesca Lancini
Michelguglielmo Torri è professore di storia moderna e contemporanea dell’Asia dell’Università di Torino e presidente dell’osservatorio italiano Asia Maior


Lascia un commento