Mario Capanna, il ’68 e l’Onda
L’Onda negli ultimi mesi ha riproposto il Movimento degli Studenti come un nuovo protagonista della vita nazionale. InviatoSpeciale ha voluto parlarne con Mario Capanna, che quarant’anni fa fu uno dei leader della contestazione italiana.
Capanna è sempre in giro in queste settimane, per scuole ed università a raccontare il suo lavoro di presidente della Fondazione Diritti Genetici, un organismo che si occupa di promuovere e organizzare ricerca scientifica indipendente e comunicazione sociale sul tema dell’innovazione biotecnologica, riservando particolare attenzione alle sue implicazioni ambientali e sociali.
E’ difficile da raggiungere, Mario. Perchè rifiuta di usare il cellulare e così dopo uno scambio di mail ci da appuntamento telefonico “dopo il tramonto” al suo numero di casa, in Umbria. Lui è ancora tra quelli che non hanno voluto ‘trasformare la storia’, tra i ‘pentiti’ attratti dalla moda del ‘revisionsmo’. Il leader di allora pensa che “con il ’68 il mondo è andato avanti nella conquista dei diritti civili e per questo è utile riscoprirne i valori, specialmente adesso”.
Quello “specialmente” è legato all’esperienza tra gli studenti in questa epoca della dua vita: “Quando parlo a questi ragazzi vedo che vogliono capire cosa è successo quarant’anni fa. Fino ad uno, due mesi fa tutto sembrava imbevuto di cloroformio, la delega a chissà chi era la norma, c’era un’aria rinunciataria e passiva. Poi quello che c’era sotto la cenere è emerso. Perchè i segnali erano visibili ed ha sbagliato chi non li ha sottovalutati. I giovani hanno scoperto che la democrazia è partecipazione, sono scomparsi i lati deboli, emersi valori positivi”.
Il Movimento studentesco della fne degli anni sessanta non solo scosse le fondamenta conservatrici del Paese, ma aprì la strada ad un nuovo modo di intendere le relazioni umane, il significato della vita, il senso del futuro.
“Oggi sento lo stesso spirito – dice Capanna – e certo non si nasce ‘imparati’. Per cui ora l’Onda sta cercando la propria identità . Ma una cosa importante è successa: quando scendi in piazza, prendi un megafono e parli ci metti la faccia. Non lasci più agli altri il compito di decidere, ci sei tu lì che pensi, ragioni, proponi. Insomma, ti prendi la responsabilità di essere quello che sei. E i ragazzi hanno scoperto cose che gli avevano tenuto segrete. Per esempio che gli investimenti per la ricerca sono minimi, che il numero dei diplomati e laureati in Italia e molto più basso degli altri Paesi europei, che il governo voleva tagliare risorse già insufficienti. Hanno scoperto la realtà , nonostante li sottopongano da anni a dosi massiccie di sonnifero”.
La ‘disinformazione’ sul sessantotto è testimonianza di quanto ancora il Palazzo abbia paura di quella stagione. La ‘rivoluzione delle coscienze’, l’idea che il privilegio fosse un nemico della libertà , la voglia di migliaia di giovani di costruire un modello di società pacifico, egualitario, fantasioso e sentimentale furono allora il motivo per i ‘poteri forti’ di allestire il circo dello stragismo, della violenza, delle infiltrazioni dei servizi segreti (deviati e non). Dopo si è deciso di trasfigurare i fatti, in un meticoloso impegno che ha visto attivi anche molti ‘cronisti di sinistra’ (oltre ai tradizionali avversari di destra) disponibili a contribuire alla colossale operazione di mistificazione.
Capanna non è neppure sfiorato dal ‘pentimento’, anzi considera ben vive molte delle conquiste del ’68, diventate bene comune per l’intera società italiana. Ne parla nel suo ultimo libro, ‘Il Sessantotto al futuro’. Adesso è il momento di guardare in avanti e “questi studenti possono farlo – insiste Mario – se sapranno arrivare al panettone di Natale ed alla calza della Befana. Quando dico loro che 2500 scienziati di tutto il mondo ci hanno avvertiti che siamo alla soglia dell’irreversibile, che rischiamo di uccidere il Pianeta, si rendono conto della partita in corso. Non è possibile continuare a nutrire un sistema produttivo che lavora per produrre cose da consumare e produrre ancora all’infinito e senza scopo. Che i mutamenti climatici, l’inquinamento, il degrado ambientale non sono causati dai buchi neri o dalla fatalità , ma da noi stessi, da una economia impazzita. Dico loro che quegli stessi scienziati una strada l’anno indicata per evitare la catastrofe. E va presa oggi, subito, domani sarà troppo tardi. Si tratta di fare tre rivoluzioni. La prima, quella delle coscienze, la seconda quella dell’economia, la terza quella della politica. Ed io quasi mi sento un socialdemocratico se penso al ’68, perchè noi pensavamo di farne solo una di rivoluzioni”.
Eppure gli ultimi anni sessanta erano molto più della sola politica. Erano la musica che cambiava, l’arte, la letteratura, un’eplosione di creatività che investiva tutti gli aspetti della vita sociale. Oggi un Paese piatto e ripetitivo non mostra ai ragazzi fantasia, valori forti, voglia di superare la banalità del presente, mentre una crisi drammatica induce paura, disillusione, smarrimento.
Capanna è convinto: “Oggi occorre per loro recupere radicalità di pensiero, di questo ha bisogno il movimento. Questi giovani fino a ieri erano imbambolati dalla preminenza dell’avere sull’essere, stereotipi di modelli mediatici, televisivi, internettistici. Adesso si guardano intorno e nulla dice che poi diventeranno di ‘sinistra’ o chissà cosa. E’ un processo in movimento e speriamo si compia. perchè abbiamo bisogno scuoterci da questa immobilità ”.
Il leader di un tempo non ha perso l’energia e non è facile ‘collocarlo’, dargli una casacca, mettergli in tasca la tessera di qualcosa. La cultura della ricerca, delle domande, della curiosità è ancora lì, come se il tempo fosse sempre lo stesso. Perchè quella ‘rivoluzione’ cominciata quarant’anni fa, nonostante gli infiniti tentativi di ucciderla, ancora si muove, ragiona, propone.
Capanna insiste dal suo rifugio umbro, con una voce un po’ roca, ma anche con parole nette: “Loro possono arrivare a gennaio e se ce la fanno la crisi potrebbe presentare altri nuovi protagonisti, precari, disoccupati, cassintegrati, ricercatori. Allora potremmo trovarci di fronte a qualcosa di nuovo, ad un blocco sociale critico tutto da definire, ma certamente non più passivo di fronte a scelte che non possono più essere eluse o rimandate”.
La ragione, però, prevede sempre l’esistenza del dubbio e Mario conclude: “Altrimenti, se dovessero perdersi, avremmo assistito all’ennesimo fuoco di paglia”.
Solo pochi mesi ci separano dal momento in cui tutti sapremo. A patto di non star fermi ad aspettare, naturalmente.


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