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Lo sciopero generale in balia del Tevere

Autore: . Data: sabato, 13 dicembre 2008Commenti (2)

Ieri alcuni milioni di italiani hanno perso alcune ore di salario per contestare la politica di Berlusconi. Che in un momento d crisi non è poco. L’informazione era alle prese con un alluvione ‘fantasma’ a Roma.

Nella giornata di ieri il sindacato più grande del Paese, la Cgil, aveva proclamato uno scipero generale. L’evento non era da considerarsi di poco conto, perchè l’organizzazione guidata da Epifani può essere in tutti i modi considerata, ma non certo una congrega di barricadieri e perchè sanciva la rottura dell’unità sindacale.

Negli ultimi mesi il governo ha avviato una politica del tutto inefficace. Si sono ‘inventate’ le emergenze, per sempio quella ‘sicurezza’, poi si sono varate misure in gran parte demagogiche, infine si è passati ad altro. Una strategia che ha al centro i Media, inseriti organicamente nel progetto politico del centro-destra. Grazie al controllo della televisione (quasi totalmente) e di un buon numero di quotidiani si tende a costruire un ‘rapporto’ diretto con i cittadini, saltando il Parlamento.

Un modello di ‘regime mediatico’ molto efficace. I sondaggi mostrano come il consenso per il governo Berlusconi rimane stabile (se non aumenta), anche in presenza di una crisi drammatica, dell’esplosione della cassa integrazione, di licenziamenti a tappeto e di una attività di gestione della cosa pubblica di pessimo livello.

Ultimo esempio di quanto l’esecutivo Berlusconi sia ‘più fumo che arrosto’ è la scuola. La falange macedone del governo ha affrontato la scuola primaria, secondaria e l’università. Poi, dopo il tentativo di modificare radicalmente l’assetto dell’istruzione nazionale e le conseguenti proteste di massa (in particolare per le elementari) si è arrivati ad una marcia insietro più che parziale.

Un giornalista del tutto ‘dipendente’ (in senso politico e pratico), Mario Giordano (dirige un giornale della famiglia Berlusconi ed è schierato col centro-destra) ha scritto: “Contrordine compagni (di scuola). La riforma della scuola quest’anno non si farà: è stata rinviata al 2010. Noi, a dirla tutta, siamo un po’ disorientati. E da ieri ci chiediamo un po’ affranti: almeno il grembiulino rimane? L’abbiamo scritto in questi mesi e in mille modi che la scuola deve cambiare, deve riscoprire responsabilità, meritocrazia, deve superare il 68 infinito, le promozioni facili, il lassismo di troppi insegnanti. Ci rendiamo conto che è meglio farlo senza scontri di piazza. Ma bisogna farlo senza se e senza ma. Anche a costo di pestare i piedi a qualcuno di quelli che oggi spudoratamente applaudono. Perciò se le decisioni di ieri sono parte di un accordo che va verso la riforma storica siamo pronti a esultare. Ma attenzione a non trasformare quegli accordi in un compromesso al ribasso o peggio un ritorno all’indecisionismo attendista”.

L’episodio e singolare. Anche chi ‘supporta’ la politica del Cavaliere è stupito, chiede maggiore incisività.

La Cgil, per altro, è stretta tra la necessità di mantenere un antico rapporto coi propri associati, in alcune aree fortemente colpiti dalla crisi, e la politica ondivaga e inconcludente del Pd, un partito ‘di riferimento’ che non riesce a trovare un’identità, non sa ‘affascinare’ i cittadini ed è dilaniato da fratture interne tra componenti una contro l’altra armate e generalmente insoddisfatte della leadership di Veltroni.

In qesto scenario si è realizzato lo sciopero generale di ieri. A Torino un corteo di 30 mila persone si apriva con lo striscione “contro la valanga della crisi”. C’erano operai, insegnanti, pubblica amministrazione e studenti dell’Onda. Un successo in Piemonte anche per la Fiom, i metalmeccanici, con adesioni al 90 per cento alla Teksid di Borgaretto e per la Itca, ’80 alla Microtecnica e Elbi, 70 all’Alenia di Caselle e 65 alla Dayco.

In Lombardia, in Brianza alla Candy, ha scioperato è l’80, oltre il doppio del numero degli iscritti. Lo stesso nel settore pubblico, dove la partecipazione è andata molto oltre il suo numero di iscritti. A Milano un corteo di quasi 80 mila persone è partito da Porta Venezia, con tantissime ricomparse bandiere rosse listate a lutto, per ricordare “la strage delle morti sul lavoro”. Morena Piccinini, segretaria nazionale della Flc-Scuola e Università ha detto: “Ogni passo indietro del governo è un elemento positivo perché è il segno che la lotta paga”, parlando della retromarcia parziale del governo della riforma della scuola.

Anche a Napoli, dove la snistra sta vivendo una crisi profonda ed il Pd è devastato da lotte intestine furibonde c’è stato un corteo di circa 40 mila lavoratori, che è partito da piazza San Francesco con uno striscione con lo slogan “Più lavoro, più salario, più pensioni, più diritti”. Sotto la pioggia anche i circa 10 mila lavoratori scesi in piazza ad Ancona.

Ottimi risultati anche a Bari, con 30 mila manifestanti e a Firenze sono stati quattro i cortei che hnno paralizzato la città. Manifestazioni a Venezia, Cagliari, Palermo (dove hanno sfilato circa 25 mila lavoratori, in tutta la Sicilia 70mila) e in molti altri centri minori. A Roma non è andata bene, ma ecco il nodo della questione.

Uno scipero generale, organizzato in disaccordo con le altre due confederazioni (Cisl e Uil), è un segnale molto duro per un governo che tende a svuotare il luogo delegato della rappresentanza (il Parlamento) ed a gestire un canale diretto tra il leader-amministratore delegato dell’ Italia Spa ed i cittadini-tifosi tesserati al club.

Così la pioggia è diventata la prima notizia dei giornali ed in particolare il ‘fantasioso’ alluvione romano, che poi non c’è mai stato (per fortuna, ma era prevedibile). Per due giorni la televisione ed i giornali si sono impegnati in una drammatizzazione del ‘maltempo’, specialmente nella Capitale. Aperture dei Tg, dirette dagli argini del Tevere, annunci di piena con realtivo orario (variabile). Infatti a Roma i manifestanti erano pochissimi, tutti rintanati alla ricerca di un’arca di Noè, alla peggio di un gommone.

Intanto lo sciopero generale scompariva o quasi dall’informazione. Il Tg1, alle 13,30, cioè a pochi minuti dalla conclusione delle manifastazioni in tutt’Italia, ha relegato la protesta organizzata dalla Cgil a circa dieci minuti dall’apertura, dopo una serie di servizi sulla ‘pioggia’. Lo stesso tutti gli altri, più o meno nello stesso modo.

Non si pensi a macchinazioni occulte: non ci sono state. E paradossalmente questo è il problema. Per gli spettatori di Tg o per i lettori dei quotidiani le abitudini sono cambiate. Basta salire su un tram per capirlo. La free press ha indotto abitudini ‘veloci’ di lettura e ‘selezione’ gerarchica tra le notizie. Si guardano i titoli, raramente si leggono gli articoli. Per i Tg l’attenzione si concentra nei primi minuti, a prescindere dall’auditel. Il televisore rimane acceso, ma i cittadini fanno altro, tengono l’elettrodomestico lì, acceso e sintonizzato, ma anche in questo caso ‘selezionano’ per ordine: i titoli, i primi servizi per ‘sentire’ il presente e poi un pacifico distacco, in altre cose affaccendati.

Nel Web infine si ‘consuma’ di corsa, uno click e via, titolo, qualche riga di articolo, subito altro. I tempi medi di consultazione sono rapidi, vorticosi quasi. Alcuni giornali, anche autorevoli, associano gossip e news ‘caserecce’ agli articoli ‘seri’, in modo da produrre molte visite, alto consumo dei siti, contatti. La ricaduta di un sistema informativo di questo tipo sulla coscienza dei cittadini è devastante.

Il maltempo ieri è stato considerato più attrattivo dello sciopero generale e così una protesta d massa contro il governo è scomparsa dalla ‘emotività’ dei cittadini, nonostante abbia mobilitato milioni di persone.

Il ritardo della sinistra (a patto sia ancora possbile definirla tale) sui temi dell’innovazione, della psicologia di massa e del sistema delle comunicazioni è immenso. Lo stesso sito Web della Cgil, che il giorno prima dello sciopero conteneva una serie di filmati sull’iniziativa era insonsultabile, con una barra che conteneva i video, ma della quale era impossibile comprendere il funzionamento.

I giornalisti, dai direttori ai più giovani redattori, hanno in gran parte smarrito le regole. Si costruisce la gerarchia delle notizie in un mix tra attrattivo e conveniente, tralasciando quasi sempre il più o meno rilevante. A prescindere, poi, dall’inveterata attitudine a schierarsi e commentare, tralasciando i fatti per come realmente sono. Ma l’indipendenza non è considerata in Italia una componente fondamentale della professionalità.

Nel Palazzo ieri si è parlatodello sciopero. Il governo sa bene della sua media incidenza, la Cgil del suo medio risultato. La confrontation ha avuto luogo e, come è stato per la scuola, nelle stanze dei bottoni saranno prese delle decisioni. Ovvero il governo, per mantenere il suo consenso, produrrà qualche nuova ‘trovata’ nella sua strategia dell’annucio. Pubblicità ovviamente, perchè di cose concrete al momento non se ne vedono, oltre ad un sensibile peggioramento della qualità della vita, come le indagini indicano senza dubbio alcuno.

Tutto rimarrà nella ‘percezione’ di quel Palazzo,  mentre i cittadini non sapranno mai comprendere la relazione tra le proprie azioni, l’informazone, il cambiamento e la politica. Chi si oppone al governo continuerà a sentirsi una minoranza incompresa, chi lo appoggia penserà che l’Italia è il Paese della felicità con uno straordinario condottiero.

La democrazia muore lentamente. Da una parte uno schieramento che non sa governare, ma sa far pubblicità a se stesso traendone profitto (solo elettorale?) e dall’altro un’opposizione che non sa parlare ai cittadini e neppure costruire una politica di innovazione, moderna ed efficace, che rompa questo inaccettabile ‘regime mediatico’.

Così un alluvione che non c’è mai stato è diventato più importante di uno sciopero generale. Italia, 2008, era della comunicazione globale.

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Commenti (2) »

  • MissMcGonegall ha detto:

    Mamma mia…è proprio così. Mi domando se le nuvole son libere davvero o sono state anche loro “imbrigliate”, no ci sarebbe da stupirsene. Non possiamo fare altro che continuare a parlare, lottare, tenere duro…l’Italia si sveglierà prima o poi? Quanto ci vorrà prima che diventiamo un popolo?

  • marta.c ha detto:

    Tutto vero,purtroppo

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