La vera India di “The millionaire”
Il film di Danny Boyle, “The millionaire”, ha conquistato all’unanimità pubblico e critica, aggiudicandosi proprio domenica scorsa a Century City (Los Angeles) il premio della stampa internazionale come miglior film drammatico. La recensione per “Tu inviato”
Non si può non restare conquistati dall’India che il regista di “Trainspotting” Danny Boyle e lo sceneggiatore di “Full Monty”, Simon Beaufoy, tracciano in due ore serrate, energiche, adrenaliniche, eppure mai prive di poesia.
Attraverso le vicende di Jamal Malik, giovane indiano sopravvissuto a un’esistenza negli slum di Mumbai (Bombay), che si ritrova a partecipare con successo a “Chi vuol essere milionario” solo per ritrovare il grande amore della sua vita, ci si avventura nella sporcizia, nell’illegalità e nella disumanità della megalopoli indiana. Bombay non è più quella, stereotipata, del misticismo religioso e della cultura millenaria (anche se gli attentati terroristici dello scorso mese hanno messo in secondo piano questa connotazione), ma diventa qui classista e violenta, soprattutto nei riguardi di donne e bambini.
“Vuoi vedere la vera faccia dell’India? Eccola!”, dice Jamal ai due turisti americani nella battuta forse più pregnante del film. La macchina da presa prende per mano lo spettatore e lo fa correre con i piccoli protagonisti tra le baracche, nelle zone più povere della città. Gli fa conoscere i volti della malavita organizzata che sfrutta la sofferenza dei piccoli orfani per arricchirsi. Gli fa provare solidarietà per il protagonista del film, il ragazzo del tè che sta per diventare milionario e che però non ha alcuna attrazione per il denaro. Gli rende antipatico il cinico conduttore che accusa Jamal di imbrogliare solo perché, date le umili origini, è impossibile che conosca le risposte del quiz.
Le inquadrature sulle baraccopoli di Mumbai, sotto la pioggia battente, in mezzo al fango o bruciate dal sole dei tropici innescano una sorta di attrazione fatale. I bambini protagonisti della prima parte del racconto (interpretati da attori alla prima esperienza) commuovono, come fossero i protagonisti reali di un documentario. Sono infanzie disperate, quelle dei due fratelli Malik e dell’amica Latika, ma purtroppo normali anche nell’attuale e modernissima Mumbai. Vite che prendono strade diverse, crescendo, ma che non si perdono mai di vista. Per amarsi, per aiutarsi ma, soprattutto, per salvarsi dalla corruzione del mondo che li governa.
La regia veloce, dinamica, livida di Boyle si rivolge ai derelitti, agli emarginati, ai disperati, esaltandoli. Nel contempo, però, non abbandona (come fa anche lo sguardo distaccato ed estraneo di Dev Patel, l’interprete di Jamal adulto) la speranza in un futuro migliore, dove anche un ragazzo che serve tè in un call center e che viene dagli slum di Mumbai può vincere a un gioco televisivo e continuare a credere nel grande amore.
La struttura narrativa snocciola durante il quiz, domanda dopo domanda, i venti anni di vita di Jamal & Co. I piani di racconto si mescolano, le atmosfere antichissime e insieme post-moderne della società indiana si fondono in perfetta soluzione di continuità. Il sapore melò, ben dosato da nella seconda parte, è un omaggio alla tradizione di Bollywood, l’industria cinematografica indiana. E l’azzeccata colonna sonora di A. R. Rahman rende più avvincente una favola indimenticabile.
Annalisa Andruccioli


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