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Il razzismo in condominio

Autore: . Data: martedì, 16 dicembre 2008Commenti (0)

Si litiga anche per gli odori di cucina

I segnali di razzismo strisciante in Italia assumono anche livelli surreali. Negato o ‘silenziato’ dal Palazzo e dai Media, il fenomeno della discriminazione nei confroni degli stranieri è stato analizzato dall’Associazione Nazional-Europea degli Amministratori d’Immobili (Anammi), che negli ultimi mesi ha registrato una forte crescita del problema e un aumento delle liti tra condomini.

Giuseppe Bica, presidente dell’Associazione ha dichiarato: “Non è un semplice fatto di colore, ma un problema assai serio, anche se con risvolti grotteschi”. A cosa si riferisce? Sono in aumento i conflitti tra condomini italiani e immigrati causati dagli odori dei differenti tipi di cucina.

Gli italiani sempre più intolleranti nei confronti della cucina straniera e l’ultimo anno ha visto crescere le segnalazioni di conflitti legati ai forti odori delle spezie utilizzate dagli immigrati.

Consultando i dati in possesso dell’Anammi, le liti di condominio legate alle cosiddette ”immissioni”, ovvero i rumori e gli odori provenienti da altri appartamenti, rappresentano il 27 per cento del totale dei conflitti tra coinquilini. Si tratta del ticchettio di scarpe a tutte le ore, dello spostamento di mobili a tarda sera, della musica ad alto volume, del televisore urante, ma della cucina estera e dei suoi aromi.

Secondo l’Associazione gli episodi di razzismo culinario si sono moltiplicati. La ”lamentela da cucina etnica”, spesso seguita dall’esposto alle Forze dell’Ordine, ha raggiunto il 16 per cento del totale delle lamentele che rientrano nella categoria “immissioni”.

Spiega Bica che “il caso più classico è quello del gruppo di condomini che si lamenta per il forte odore di cucina orientale”. L’inquilino responsabile, il più delle volte, si difende cosi’: ”Voi avete il soffritto, io il pollo al curry”.

L’80 per cento delle liti di stampo etnico-culinario coinvolgono immigrati di origine asiatica (India, Bangladesh e Pakistan), seguiti alla distanza dai cinesi (15 per cento) e da stranieri del Maghreb (in particolare Tunisia e Marocco).

Secondo l’articolo 844 del Codice Civile, però, l’immissione non può essere impedita a meno che “non superi la normale tollerabilità, rilevata nel contesto di riferimento”.

Impossibile a questo punto valutare il “contesto di rifermimento”. Gli italiani rimangono impassibili di fronte all’odore di cavolo bollito, ma si arrabbiano se sentono friggere verdure miste.

L’Associazione pensa che l’amministratore dell’immobile debba tentare in tutti i modi la via del dialogo, anche ricorrendo a qualche stratagemma. Ad esempio, “una cena etnica tra condòmini, un giro nella cucina della famiglia di immigrati, in modo da far capire che in quel posto non succede nulla di strano. E’ un modo per superare la barriera tra due mondi”.

Insomma, la filosofia dell’associazione è che “gli odori della cucina etnica non possono essere considerati un’immissione molesta”. L’immigrazione, conclude il presidente dell’Anammi, “è una realtà del nostro Paese. Non siamo negli Stati Uniti, dove convivono decine di etnie, ma è chiaro che la nostra quotidianità deve tener conto della presenza degli immigrati. Nella gestione delle differenze, l’amministratore di condominio è quindi chiamato a decidere non soltanto sulla base della legge, ma anche del buon senso”.

Il fatto potrà sembrare marginale, ma indica una tendenza preoccupante, nella quale ormai anche il pretesto dell’odore di una cipolla soffritta da uno straniero è moltivo di litigio.

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