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Decreto anticrisi: un flop

Autore: Repetto. Data: mercoledì, 10 dicembre 2008Commenti (0)

Sciopero generale della Cgil

Poco più di sei miliardi di euro per il 2009: un po’ di soldi a pioggia con un occhio di riguardo alle imprese. Mentre la Cgil conferma lo sciopero per il 12 dicembre

Il famigerato decreto anticrisi presentato dal governo si concretizza in un impegno da 6,3 miliardi di euro per il 2009, ma non soddisfa affatto la Cgil, che conferma lo sciopero generale per il 12 dicembre.

Berlusconi è accusato di avere poche idee, perdipiù confuse, costose per la collettività, la cui utilità per le famiglie, oltre che per i lavoratori e i pensionati, è quantomeno discutibile.

Manco a dirlo si tratta di provvedimenti a pioggia, con un occhio di riguardo alle imprese (se pensiamo allo scatto immediato delle riduzioni di 3 punti su Irap e Ires di novembre) e senza alcun effetto reale sull’economia.

I benefici per le famiglie più povere, tanto per dire, equivarranno infatti a un litro di latte al giorno.

Sulla “casualità” dell’intervento economico varato a palazzo Chigi si dunque soffermata la Cgil: dalla pochezza del bonus per le famiglie (che dovrebbe teoricamente sostenere le fasce deboli, ma sui pensionati copre solo i redditi più bassi e non coinvolge, comunque, l’intera categoria) fino alla totale assenza di politiche a favore degli investimenti (non solo al nord, anche nel Mezzogiorno).

Da qui la conferma dello sciopero, per denunciare le scelte del governo al cospetto degli indirizzi sui quali stanno procedendo i principali Paesi europei.

Da settimane, peraltro, il sindacato di corso Italia invoca un intervento per aumentare le detrazioni sul lavoro dipendente, a partire dalla tredicesima di quest’anno; un meccanismo “certo e riformato di rivalutazione della dinamica delle pensioni” che si affianchi ad una “soluzione al problema della non autosufficienza”; una riforma in senso universale degli ammortizzatori sociali con un finanziamento adeguato; una politica di investimenti a breve “in grado di creare le condizioni per la formazione di posti di lavoro che possano compensare quelli che si perderanno per effetto della crisi”.

La grande novità della mobilitazione del 12 dicembre (almeno agli occhi di molti mass media) è rappresentata però dalla rottura dell’unità sindacale; rottura costruita a tavolino da Cisl e Uil dopo il nuovo arrivo di Berlusconi a palazzo Chigi, e che ha fatto seguito all’implosione dei tavoli di concertazione avvenuta pochi mesi prima, per decisione unilaterale di Confindustria.

Su quella spaccatura si è molto fantasticato, anche in conseguenza delle bordate a mezzo stampa lanciate dalle confederazioni di Bonanni e Angeletti, che hanno accusato Epifani di aver maturato la decisione dello sciopero in “altro” ambiente rispetto a quello sindacale.

In realtà il ricorso alla forma più impegnativa di lotta da parte della principale confederazione non sembra nascere da motivi politici. Appare piuttosto come una risposta ai drammi che attraversano il Paese e i suoi cittadini più esposti socialmente, al fine di rinnovare (anche nelle piazze) la rappresentanza dei lavoratori, dei pensionati e di tutte le fasce deboli che subiscono ogni giorno gli effetti della crisi.

E a conferma della ritrovata unità “dal basso” del mondo del lavoro, non necessariamente interessato alle liti tra palazzi sindacali, va segnalata l’adesione di importanti sigle dei sindacati di base allo sciopero e ai cortei del 12 dicembre.

I lavoratori delle varie organizzazioni sfileranno fianco a fianco e rivivranno a ritroso quanto è successo nel Paese dalla fine di aprile ad oggi: dall’annuncio del ministro Tremonti di aver firmato “in nove minuti e mezzo” l’accordo sul Dpef in Consiglio dei ministri fino alle sfuriate stizzite del suo collega Brunetta contro i cosiddetti “fannulloni”. E si soffermeranno inevitabilmente sul nesso tra quegli attacchi e le trattative al ribasso sui rinnovi contrattuali.

Fu proprio il ministro dell’Innovazione, il primo a fomentare la divisione tra sindacati “buoni” e “cattivi”, giungendo poi alla firma di un Protocollo separato contestato fortemente dalla Funzione pubblica (perché prevedeva aumenti salariali irrisori senza dare alcuna prospettiva ai precari del settore).

E non si è ripetuto forse lo stesso film a proposito dei lavoratori del commercio? In questo caso è stata la Filcams-Cgil a rifiutarsi di apporre la sua firma in calce ad un contratto che determina pesanti arretramenti sulle condizioni di lavoro.

Capitolo a parte merita il mondo della scuola. Qui tutti e tre i sindacati confederali hanno cavalcato l’Onda, ma proprio al culmine della protesta tra gli universitari, la Cisl ha risposto “sì” alla riforma del governo, ritirando l’adesione al recente sciopero ventiquattr’ore prima del suo svolgimento.

Ciononostante, sostiene Guglielmo Epifani, lo sciopero “non serve a misurare i rapporti di forza tra i sindacati, ma a far cambiare la politica economica e sociale del governo”.

Per sostenere davvero i redditi da lavoro e da pensione ed estendere le reti di protezione per i tanti che stanno perdendo il lavoro, a partire dai precari.

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