Martedì, 16 Marzo 2010 - 18:53
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Amore e camorra: i clan sono “neomelodici”

Alessio, Raffaello, Ciro Ricci: la nuova musica partenopea è lontana dalla sceneggiata di Mario Merola. Sia per incassi che per contenuti. E su entrambi la camorra ha da tempo messo le mani.

Quando, il 13 novembre di due anni fa, moriva stroncato da un’insufficienza respiratoria il leggendario Mario Merola, re della sceneggiata partenopea, solo i più avveduti immaginavano che l’ombra del Vesuvio avesse già in incubazione un’intera generazione di nuovi virgulti pronti a prenderne con vigore il posto.

C’era, è vero, il reuccio Gigi D’Alessio, cui nel brano “Cient’Anne” Merola passava idealmente lo scettro di voce ufficiale di Napoli, ma da allora – il 1999 – il panorama era decisamente cambiato.

Oggi, la musica neomelodica è arrivata a quella che potremmo definire la ‘terza generazione’; e, come in ogni famiglia napoletana che si rispetti, non ci si è risparmiati nella procreazione. Merola prima e Nino D’Angelo poi – rappresentanti della Campania felix anni ’80, della Napoli del Pibe de Oro – avevano infatti lasciato il posto proprio a D’Alessio: il quale, una volta assurto agli onori della cronaca ed allontanatosi almeno a livello linguistico dalle pendici del Vesuvio, è stato poi velocemente rimpiazzato da una nuova schiera di urlatori con nomi d’arte quali Raffaello, Alessio, Donatello.

Se vi sovvengono solo i nomignoli delle famose tartarughe ninja, non vivete nel paese d’o sole: qui ogni teenager che si rispetti conosce a memoria i testi di “Ma si vene stasera” (Alessio) o di “Chill’ va pazz p’te”, dell’ormai affermato Ciro Ricci. Fenomeni regionali, o quando va peggio persino cittadini? Poco male, molto spesso, visto che il costo per produrre un cd è ormai minimo, il “rischio” di finire sui grandi network nazionali c’è eccome (Alessio, il cui cd è distribuito da Edel, è già comparso su Mtv) e di perdite non ce ne sono praticamente mai.

Belli come tronisti d’accatto e piacevolmente disacculturati, i neomelodici di terza generazione danno però una sterzata notevole al fiorente immaginario che Merola, con la sua sceneggiata, contribuì a creare, distorcendo ed in parte rinnegando i propri padri spirituali. Sign o’ the times, direbbe Prince.

Prima di tutto a livello puramente estetico: se Merola era chiaramente figlio del popolo e D’Alessio, seppure ripulito ed aggiornato, si innestava nella stessa falsariga, questi piccoli divi sono chiaramente il trionfo dell’apparire. C’è chi fa collezione di rolex, chi dichiara che come primo impegno quotidiano ha “il parrucchiere”, chi cambia in continuazione automobili da top manager: una sorta di gangsta rappers in salsa vesuviana, pacchiani come un 50 Cent e con la stessa deviata filosofia di vita.

Ma è soprattutto a livello contenutistico che si possono trovare svariate analogie con il filone gangsta americano. Certo, neanche nei grandi successi di Merola il messaggio era positivo, ma il tutto era quantomeno filtrato dalla teatralità sopra le righe dell’attore; oggi la Napoli canora, accanto alla consueta canzone strappalacrime, non si vergogna di parlare apertamente di racket e pentiti, dando fiato senza remore ai tanti che segretamente considerano la camorra una salvezza piuttosto che un cancro. Titoli come “Il mio amico camorrista” o “Femmene d’onor’”, entrambi a nome della divetta in ascesa Lisa Castaldi, parlano da soli; ma anche il già citato Ciro Ricci difende a spada tratta, in versi ma anche con (imbarazzanti) interviste a network nazionali, mafiosi e “guagliun’ e miezz’ a via”.

Vox populi vox dei? Probabile che sia così: questa sarabanda di star locali non è certo il primo esempio di arte che celebra le pulsioni più riprovevoli del popolino, dando loro diffusione ed una certa veridicità. Ma in questo caso non è tutta farina del loro sacco, e bastano pochi dati per individuare quanto sia forte il legame tra camorra e filone neomelodico. E’ stato il regista Matteo Garrone, che ha inserito molti di questi brani nel suo premiatissimo “Gomorra”, a scoprire che dietro Rosario Armani, paroliere per eccellenza della schiera neomelodica, si nascondeva Rosario Buccino, da anni latitante per reati contro il patrimonio; ed è nota la parentela di Carmine Sarno, titolare dell’agenzia di promoting “Bella Napoli”, con Ciro Sarno detto “’o Sindaco”, capo dell’omonimo clan operante nella zona di Ponticelli ed oggi condannato all’ergastolo.

Ma d’altronde, che mafia e music business partenopeo vadano a braccetto è noto sin dagli anni ’80, quando il boss Luigi “Lovigino” Giuliano – autore peraltro ancora in attività, visto che ha scritto proprio la fortunata hit di Ricci che citavamo in apertura – richiese la diffusione a tappeto della musica neomelodica nel capoluogo campano. E così fu: da allora, ed oggi più che mai, il produttivo filone neomelodico svolge con ogni probabilità un doppio servizio alla camorra: quello evidente di riciclo di soldi sporchi e quello, più sottile ma non meno importante, di spargimento a macchia d’olio di una “controcultura” mafiosa. Necessaria per mobilitare nuove generazioni di piccoli, agguerriti malavitosi

Carlo Crudele



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