Un precario in più… Arena ti dà
La chiusura del noto marchio alimentare, a Cesena, fa ancora discutere. Ma le cose non vanno meglio alla Amadori, altra azienda conosciuta dai consumatori e sotto tiro sul tema-insicurezza, dove lavorano 2.100 persone a 600 euro al mese…
Un enorme faldone, zeppo di articoli di giornale, racconta la crisi e la chiusura di un marchio storico dell’industria alimentare in Romagna. Lo sfoglia Gabriele Marchi, segretario generale Flai-Cgil a Cesena (la categoria degli alimentaristi) mentre descrive la fine ingloriosa dello stabilimento Arena di Gatteo passato, in poco più di un anno, dalle voci di “crisi” alla chiusura, con buona pace dei suoi 900 dipendenti.
La holding che stava dietro al grande marchio (specializzato nella produzione di fettine di carne, impanati e wurstel) era sbarcata a Cesena nel 2003, dopo aver acquisito il sito produttivo di Gatteo. “Capimmo subito – dice Marchi – che lo scopo dell’azienda non era qualificare ulteriormente lo stabilimento, bensì usarlo per fare finanziarizzazione”.
Già in partenza, il potere contrattuale dei lavoratori non era dei migliori: “Ai lavoratori del settore molto spesso non è applicato il contratto alimentarista – spiega al riguardo il segretario Flai di Cesena – bensì quello delle cooperative agricole. E il datore di lavoro assume soltanto l’obbligo di far lavorare un operaio per 151 giorni l’anno”.
Ciò significa, nel concreto, che un dipendente pur a fronte di una mansione tipicamente “industriale”, viene pagato da “stagionale” come se si trovasse in un campo agricolo. Non a caso, il proprietario è tenuto a dargli lavoro meno di sei mesi all’anno, che in campagna coincidono con i tempi della lavorazione dei prodotti della terra.
Ovviamente, questa “politica” determina pesantissime conseguenze da vari punti di vista: “E’ evidente – aggiunge Marchi – che si trattava di puro utilizzo al ribasso di un contratto, grazie al quale, tra l’altro, è stato possibile lasciare a casa moltissime lavoratrici nel periodo dell’influenza aviaria”. “Lavoratrici”, ha specificato il sindacalista, perché un monte ore di lavoro annuo così basso “si adatta meglio alle esigenze delle donne”.
Due anni dopo, nel 2005, è stato annunciato il ridimensionamento, motivato con l’esigenza di favorire la “specializzazione”. Se dapprima ogni stabilimento (oltre a Gatteo, l’Arena era presente in Molise, nelle Marche e in Veneto) prevedeva tutti i tipi di produzione, l’azienda decise da quel momento di cambiare, diversificandola fabbrica per fabbrica. “Iniziarono – ricorda il sindacalista – trasferimenti all’apparenza immotivati, oltretutto costosi. Capimmo che la proprietà voleva incentivare la sua crisi, per poter pianificare una massiccia ristrutturazione. Noi tentammo di rispondere con una politica dei ‘due tempi’: proponemmo di avviare un progetto industriale sui prodotti da forno, prevedendo successivamente di valorizzare terziario e commercio avanzato per sfruttare l’apertura, allora imminente, del casello autostradale di Gatteo”.
Il percorso sindacale, che puntava a salvare stabilimento e indotto in un progetto di medio periodo (2005-2007), serviva, nelle intenzioni, a bloccare la manovra speculativa dell’azienda: “Ci eravamo infatti persuasi – aggiunge Marchi – che l’Arena aveva optato, fin dall’acquisizione dello stabilimento romagnolo, per una logica non industriale, finalizzata ad accaparrarsi le aree stoppando all’origine qualunque ipotesi di ricollocazione degli esuberi”.
La proprietà, dal canto suo, fece orecchie da mercante e tirò dritto per la sua strada. La strada che avrebbe condotto inesorabilmente alla chiusura. Per cercare di impedire il corso degli eventi, i sindacati organizzarono una mobilitazione senza precedenti per la categoria: “Nove mesi dopo il contestato percorso di ‘specializzazione’ degli stabilimenti del gruppo – continua il segretario Flai di Cesena – organizzammo, nel marzo 2006, dieci giorni di sciopero con occupazione della fabbrica, per protestare contro il taglio di 200 dipendenti su 900. I lavoratori e le lavoratrici non denunciarono soltanto gli effetti drammatici della ristrutturazione, ma intendevano anche mettere l’accento sulla difficile condizione di lavoro e sulla diffusione delle malattie professionali derivanti da carichi eccessivi e ripetitivi nonché dall’incidenza dei ritmi”.
Se non è còsì difficile immaginare un percorso prolungato di lotta in settori più “tradizionali”, abituati a contrapporsi alle strategie aziendali più indigeribili, il discorso cambia in un comparto alimentare che offre contratti di lavoro capestro: “Noi interveniamo con grande difficoltà e fatica – sostiene al riguardo Marchi – basti pensare che persino le Rappresentanze sindacali unitarie sono stagionali e che, più nel complesso, i lavoratori sono perennemente ricattabili”. Ciò nonostante, all’Arena il tasso di sindacalizzazione sfiorava il 70%.
Alla fine il progetto aziendale andò in porto e, nel settembre, 2006, si arrivò alla chiusura. “Uno stabilimento – osserva ancora il sindacalista – da 35 anni sul territorio venne smantellato, favorendo la desertificazione produttiva, lasciando per strada le rimanenti 700 persone e trascinando nel baratro anche l’indotto dei ‘padroncini’ che trasportavano i prodotti con i loro camion”.
Attualmente si contano ancora 120 ex dipendenti Arena in cassintegrazione, mentre l’attenzione del sindacato si è spostata su un altro stabilimento che mostra una situazione critica, l’Amadori. L’azienda dal volto pubblicitario così rassicurante dà lavoro a 2.100 persone, ognuna delle quali guadagna circa 600 euro al mese. “E’un’impresa priva della cultura della sicurezza – denuncia Marchi – al punto che abbiamo già richiesto l’intervento dell’ispettorato del lavoro e dell’Asl, in seguito ad alcuni malori registrati tra i lavoratori”.


Lascia un commento