Tibet lontano
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Il Pitt Rivers Museum di Oxford e il British Museum di Londra hanno dato la possibilità di consultare su internet “The Tibet Album”, collezione di 6mila fotografie da loro conservate e scattate in tre decenni, dal 1920 al 1950.
Esse documentano il modo in cui i britannici scoprirono il Tibet e la sua gente. Luoghi e persone che oggi non esistono più, immortalati dai fotografi britannici Charles Bell, Arthur Hopkinson, Evan Nepean, Hugh Richardson, Frederick Spencer Chapman, Harry Staunton e dal tibetano Rabden Lepcha.
Dal 1912 al 1950, il Tibet guadagnò l’indipendenza de facto, sebbene nessuna nazione lo riconoscesse come Stato indipendente. Dopo l’arrivo delle truppe cinesi fra il ’49 e il ’50, nel 1951 la Repubblica Popolare obbligò il governo tibetano a firmare un accordo di 17 punti, che reintegrava il Tibet nello Stato cinese. Il Dalai Lama, capo del governo tibetano in esilio riteneva che per modernizzarlo, il Tibet dovesse rimanere parte della Cina, sebbene chiedesse al contempo a Pechino di fornire “una piena garanzia di salvaguardia della cultura tibetana”.
Approfittando dei dissidi in seno al Partito comunista cinese e con il supporto della CIA, il 10 marzo 1959 il movimento di resistenza tibetano, ormai esteso a tutto il Paese, culminò con una sollevazione contro i cinesi, che fu repressa col dispiegamento da parte del governo cinese di 150mila uomini e di unità aeree. Migliaia di persone vennero massacrate nelle strade di Lhasa e in altri luoghi. Il 17 marzo 1959 il Dalai Lama abbandonò Lhasa per cercare asilo politico in India, seguito da oltre 80.000 profughi tibetani.
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