Thyssenkrupp, voglia di giustizia
Presto il processo
Storia di una immane tragedia: nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007 un’esplosione provocò la morte di sette operai. Oggi la fabbrica è chiusa e i lavoratori in cassintegrazione
L’iter giudiziario è finalmente iniziato, una ventina di giorni fa: il pm Raffaele Guariniello ha chiesto sei rinvii a giudizio. Ma nel frattempo la Thyssenkrupp, fabbrica della morte, divenuta tristemente famosa per l’esplosione che poco meno di un anno fa strappò la vita a sette operai, è stata smantellata così come avevano promesso i suoi dirigenti un anno prima del fattaccio.
“E’ dura, anche psicologicamente – racconta Ciro Argentino, operaio e delegato sindacale della Fiom-Cgil, finchè lo stabilimento è rimasto in attività – siamo in cassintegrazione straordinaria per due anni, da marzo 2008, e con la fabbrica chiusa. A tutt’oggi 50 di noi sono in attesa di ricollocazione. Fin dal pomeriggio del 6 dicembre – ricorda – abbiamo iniziato a scrivere un libro bianco sulle problematiche relative alla sicurezza e alla carenza di manuntenzioni. Vale a dire sulle cause che, più o meno direttamente, hanno portato alla tragedia. Vogliamo creare una memoria comune”.
Subito dopo la tragedia, i delegati cominciarono a raccogliere le firme per poi eventualmente costituirsi parte civile al processo: alla fine il giudice ha ammesso 47 lavoratori su un centinaio che fecero richiesta, “ed è un buon risultato. Inoltre – aggiunge Argentino – abbiamo deciso di fondare un’associazione, che si chiama ‘Legami d’acciaio’ e coinvolge familiari delle vittime accanto a persone al di fuori dell’ambito sindacale: faremo la nostra parte per tenere alta la guardia contro la vergogna delle morti sul lavoro”.
Una vergogna che alla Thyssenkrupp – multinazionale tedesca che in Italia rilevò la vecchia Acciai Speciali Terni (Ast) e che oltre alla fabbrica torinese ne contava una in Umbria e un’altra nel milanese – fonda le sue basi nel ricambio generazionale che iniziò nel 2001 e che si concluse proprio agli albori della crisi, nel 2005.
Nel giugno di quell’anno, infatti, Thyssenkrupp smantellò il settore del “magnetico”, settore speciale e di nicchia della produzione nella fabbrica di Terni. “Noi torinesi – è convinto Ciro Argentino – siamo certi che quella decisione venne presa non prima di aver promesso al sindacato ternano una sorta di contropartita: in sostanza, la Thyssenkrupp avrebbe promesso la successiva chiusura dello stabilimento torinese per riportare a Terni la produzione precedentemente svolta dal nostro sito”.
La “svendita” del sito torinese sarebbe stata pianificata tra il 2004 e il 2005 “ma la scoprimmo nel settembre 2006: ero delegato sindacale da sei mesi – ricorda Ciro – e nel corso di una riunione nazionale del gruppo, a Terni, i dirigenti territoriali di Fim-Cisl, Fiom-Cgil e Uilm-Uil di Terni ci informarono che la nostra fabbrica sarebbe stata chiusa, a breve o nei successivi mesi, nonostante l’azienda continuasse a non esprimersi al riguardo”.
I rapporti con la proprietà iniziarono a farsi tesi: i delegati torinesi della Fiom-Cgil fecero vertenza alla controparte per comportamento antisindacale appellandosi all’articolo 28 dello Statuto dei lavoratori, denunciando la mancata concessione di alcune ore di permessi per lo svolgimento di assemblee. “In quello stesso periodo, nel giugno 2006 – rammenta Ciro – divampò un incendio nella fabbrica-madre tedesca, senza vittime, ma con danni strutturali superiori a quelli registrati a Torino dopo la tragedia”.
I foschi presagi non mancavano. Finchè, il 28 febbraio 2007, il capo del personale ad interim convocò i sindacati chiedendo la disponibilità di 50 lavoratori, volontari, a spostarsi per tre mesi in trasferta a Milano e a Terni. “Non appena finì di parlare – continua il delegato – replicai: ‘State chiudendo la fabbrica, anche se ce lo state dicendo in un’altra lingua’. E aggiunsi: ‘Quanto ci darete la notizia ufficiale?’ Lui negò tutto”.
Ma la comunicazione formale arrivò pochi mesi dopo, il 7 giugno 2007, a Roma nella sede di Confindustria, con l’ufficializzazione della chiusura. A tutti venne garantito lavoro a patto di accettare il trasferimento a Terni (per 265 persone) o a Ceriano Laghetto, vicino a Milano (per i rimanenti 50 lavoratori).
Appresa la notizia ufficiale, iniziarono duri scioperi con blocchi del traffico. In quei giorni l’azienda, con un atto unilaterale (e considerato provocatorio dai lavoratori) decise di collocare 100 lavoratori in cassintegrazione ordinaria per 13 settimane: tra questi erano compresi tutti i delegati sindacali tranne tre.
Il mese dopo, seconda tranche di “cassa”, che il 2 agosto venne prolungata fino alla fine di settembre. Chi rientrò in fabbrica i primi di quel mese, trovò la sorpresa della riduzione di turnistica: “Da lì in poi smettemmo di lavorare a ciclo continuo – spiega il delegato – cominciando l’attività su 15 turni settimanali dal lunedì al venerdì; nel weekend venivano spenti gli impianti. Questa novità creò un danno, peraltro calcolato in partenza dall’azienda: spegnere i forni due giorni su sette significava far maturare tutte le condizioni per motivare la chiusura”.
Ovviamente, in situazioni del genere, chi si può permettere di cambiare aria lo fa di corsa: “Ben 25-30 lavoratori addetti alle manutenzioni, tra il settembre e il novembre 2007 se ne andarono. Il corpo attivo che garantiva il pronto intervento elettrico e meccanico si stava assottigliando: arrivammo alla vigilia della tragedia in condizioni pessime, vivendo sulla nostra pelle il progressivo disfacimento della fabbrica. Arrivavo ogni giorno in azienda con il patema d’animo, perché l’emergenza era sempre dietro l’angolo”.
Tra l’altro, il passaggio dal ciclo continuo ai 15 turni settimanali, unito alle dimissioni di molti lavoratori qualificati, costrinse l’azienda a mescolare le squadre: con il risultato che, nel momento peggiore, venivano ‘assemblate’ persone che non avevano mai lavorato assieme.
“Ogni squadra su una linea – spiega Argentino – era composta da cinque operai, e se per carenze d’organico un gruppo perdeva un ‘pezzo’, il sindacato poteva imporre il blocco dell’impianto: una volta mi capitò di fermare proprio la linea 5. Altre volte – continua Ciro – l’azienda mandò di corsa un lavoratore da un altro reparto a coprire il buco, chiedendogli di fermarsi a fare lo ‘straordinario’”.
La tragedia arrivò la notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007, verso l’una, alla linea 5. “Le manutenzioni strordinarie – ricorda Argentino – non venivano più svolte ad agosto e gli impianti erano in condizioni non ottimali. Dei cinque componenti di quella squadra, due erano in ‘straordinario’ dalle ore 22, Schiavone e Boccuzzi (Antonio Boccuzzi è l’unico sopravvissuto degli otto operai coinvolti nel drammatico scoppio, ed è oggi deputato del Pd, ndr). Ad un certo punto, scoppiò un tubo dell’olio. Il piccolo incendio si propagò dopo che aveva preso fuoco un flessibile, che nebulizzò l’olio, e l’esplosione causò una strage, con la morte di sette miei compagni. Quella notte non ero di turno, e va detto che da settembre non lavoravo spesso alla linea 5, perché ero stato assegnato allo scarico dei rotoli col carro-ponte. Sul reparto maledetto ci finivo, manco a dirlo, quando le carenze di organico lo rendevano necessario: talvolta i capi mi chiedevano di spostarmi su quella linea anche se avevo i camion in coda da scaricare”.
Dopo l’esplosione qualcosa non funzionò anche nei soccorsi più immediati: “Dalla testimonianza dell’unico sopravvissuto – continua Ciro – emerse che la manichetta del tubo dell’idrante era bucata. Inoltre, Boccuzzi sostenne che gli estintori erano scarichi, e non ci troveremmo di fronte ad una novità. In un’altra circostanza, poche settimane prima della tragedia, segnalammo al capo del personale che alcuni lavoratori erano riusciti a spegnere un piccolo incendio pur riscontrando che alcuni estintori, sigillati, erano malfunzionanti”.
A quasi un anno di distanza da quel 6 dicembre, “continuiamo a vivere la tragedia. Conoscevo bene Schiavone, a volte ci frequentavamo anche fuori dal lavoro: per rendere giustizia a lui e a tutti gli altri, alcuni di noi stanno dedicando il massimo impegno in una battaglia di civiltà per chiedere giustizia e condanne esemplari. Per creare un precedente giuridico e, nello stesso tempo, rappresentare un deterrente per tutti quegli imprenditori che non rispettano i diritti dei lavoratori e non applicano le leggi in materia di sicurezza sul lavoro”.



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