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Thyssenkrupp: sei rinvii a giudizio

Autore: . Data: martedì, 18 novembre 2008Commenti (0)

L’amministratore delegato per omicidio volontario, gli altri per omicidio colposo. Intanto, vicino a Bologna, due lavoratori sono morti in seguito ad un’esplosione

Torna in prima pagina l’emergenza-insicurezza. Ieri sei dirigenti della sede Thyssenkrupp di Torino – fabbrica siderurgica diventata famosa per l’esplosione che ha causato la morte di sette lavoratori nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007 – sono stati rinviati a giudizio (nel caso dell’amministratore delegato addirittura per omicidio volontario). Si svolgerà dunque un processo a suo modo storico.

Ma la decisione del giudice per le udienza preliminari rappresenta già un risultato, in particolare per i familiari delle vittime: è stato sgombrato il campo dalle teorie, diffuse dalla dirigenza aziendale subito dopo la tragedia, secondo cui il dramma sarebbe derivato da una drammatica fatalità.

“Il processo che sta per aprirsi – ha commentato Gianni Pagliarini, Presidente della Commissione Lavoro della Camera all’epoca dei fatti –  porta con sé un grandissimo valore, anche simbolico, contro l’impunità e gli incredibili ritardi in materia di sicurezza di buona parte del sistema delle imprese. Perciò andrà seguito con grande attenzione, in sintonia con lavoratori e cittadini che chiedono a gran voce giustizia”.

La seconda notizia del giorno riguarda un’altra esplosione, avvenuta ieri alla ‘Marconigomme’ di Sasso Marconi, vicino a Bologna: due lavoratori sono morti (tra cui il 56enne direttore dello stabilimento) e tre sono rimasti feriti.

A quanto pare è saltato in aria un miscelatore all’interno del quale si stava sperimentando una fusione della gomma. Riguardo all’attività svolta dai lavoratori poco prima del fattaccio, il responsabile produzione ha riferito che si trattava della “cosa più sicura che si potesse fare”, perciò “in quel momento gli operai non avevano protezioni perché per quel lavoro non c’è bisogno di protezioni”.

Parole che dimostrano l’assoluta condizione di insicurezza che pervade troppe fabbriche del nostro Paese, anche quando gli operai interessati da un’attività si sentono “sicuri”.

Chissà che l’ultima tragedia, accanto agli importanti fatti di Torino, non induca il governo a rivedere la sua linea di condotta sul tema-sicurezza sul lavoro.

Fin dall’arrivo a palazzo Chigi, Berlusconi e soci hanno maldigerito il nuovo Testo Unico (ereditato dal centrosinistra che lo ha approvato una manciata di giorni prima dello scioglimento delle Camere, nell’aprile scorso), hanno appoggiato Confindustria nella sua crociata contro l’inasprimento sanzionatorio e, contrariamente a quanto suggerirebbe il buon senso, tendono a far risalire l’alta incidenza di infortuni alle disattenzioni dei lavoratori. Una forzatura? Neanche per idea. E’ stato il ministro del Lavoro Sacconi – l’ultima volta il 12 ottobre – a segnalare la necessità di “alzare molto il livello della capacità della persona di tutelare la propria salute nel luogo di lavoro”.

Eppure in un contesto tanto grave, l’esecutivo dovrebbe piuttosto interrogarsi sui ritardi che caratterizzano buona parte del sistema delle imprese e sulla necessità di concretizzare l’applicazione del nuovo Testo unico, per mettere in pratica il binomio prevenzione-repressione.

Così come si sentirebbe il bisogno di una classe dirigente conscia dei nessi tra la frammentazione dei processi produttivi, le lunghe catene di esternalizzazioni a cascata, e i drammatici ritardi in materia di formazione alla sicurezza. Al peggioramento delle condizioni di lavoro (ritmi, stress, nocività) si affiancano poi gli effetti della precarietà, sotto forma di inquadramenti atipici spesso con una durata di pochi mesi.

Dalla classe politica giungono, al contrario, segnali poco incoraggianti. Del governo, si è detto. Per quanto riguarda il sindacato, due confederazioni su tre si trovano in sintonia con Berlusconi, mentre un importante dirigente del Pd, Enrico Letta, ha sostenuto recentemente che lo sciopero generale proclamato per il 12 dicembre dalla Cgil “non serve a niente”.

Con questi chiari di luna non avranno vita facile coloro che vorrebbero ridare linfa alla pianta moribonda della sicurezza, nelle fabbriche come nei cantieri.

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