Spot democratico, Obama cala gli assi
Una scommessa inedita a reti unificate per capitalizzare il vantaggio nei sondaggi. Obama affronta il prime time americano: in mezz’ora di spot, l’America che sarà.
A una manciata di giorni dall’election day, negli Stati Uniti è arrivato lo scacco finale, o comunque quello che il team democratico considera tale per la corsa alla Casa Bianca: un lunghissimo spot – circa trenta minuti – in cui Barrack Obama parla al popolo americano, elenca il proprio programma, mostra la propria visione politica.
Cosa possiamo imparare da questo video, diffuso anche qui in Italia da Sky? Molte cose; e la prima può ricavarsi anche senza accendere la tv. Per mezz’ora di spot, infatti – per giunta trasmesso a reti unificate in pieno prime time – i costi si presumono davvero esorbitanti: voci ufficiose parlano di un milione di euro, che i supporter di Obama hanno messo sul piatto al culmine di una campagna lunghissima, estenuante e già di per sé tremendamente onerosa. Il che, visto che l’azione di lobbying in terra nordamericana è svolta più o meno alla luce del sole, ci invita a considerare quanto, anche in una confederazione da sempre dilaniata dallo scontro razziale, i soldi non abbiano colore.
Banale? Neanche tanto: lo squadrone dell’Elefante, McCain in testa, ha sempre adombrato la critica ed inoculato il sospetto sul “diverso al potere” (fino ad arrivare al “quello” con cui il candidato repubblicano ha appellato con stizza l’avversario durante uno degli ultimi dibattiti televisivi). Dalla stupefacente calata d’assi di un paio di sere fa risulta che quest’argomento, almeno nelle alte sfere, scompare di fronte alle limpide previsioni dei bookmakers politici: che possa essere amico di Al Qaeda, adottare linee morbide con gli ex-Stati canaglia di bushiana memoria, stravolgere l’idea dell’America come superpotenza monolitica adottata sin dal post-11/9, la grande industria americana taglia corto (persino quella bellica, evidentemente) e piazza i propri quattrini sulla figura di Obama. Cercando di assicurarsene un pezzettino.
Poi lo spot, quella mezz’ora di cortometraggio che comincia con una infinita distesa di grano lucente e finisce con il simbolone democratico e i nomi del duo presidenziale Obama-Biden. Uno spot che – pur con tutto il realismo e lo scetticismo tipico di chi, come noi italiani, sa bene quanto la comunicazione possa nascondere trappole fatali – spiega da sé perché McCain abbia criticato e sbeffeggiato a distanza l’azione mediatica, ma non abbia nemmeno pensato di bissarla: al candidato repubblicano mancano l’ampiezza di visione, la prosopopea e soprattutto la novità che in quello spot Obama condensa.
Se McCain si propone come “commander in chief” e tratteggia un’America arroccata e paranoica, il candidato nero ha il coraggio (i suoi avversari dicono la sfrontatezza) di riproporre la parte buona del sogno americano anche in tempi di Afghanistan e Lehman Brothers, quando è tangibile a molti che la parabola discendente degli USA è cominciata. Obama definisce una nazione amichevole, paritaria, intelligente: smessi i panni dell’imperatore del mondo che sono stati del suo infausto predecessore, preferisce definirsi “imperfetto”, parlare dei piccoli lavoratori in affanno, delle “carte dell’assicurazione sanitaria” che la madre aveva dovuto continuamente leggere e firmare quando le era stato diagnosticato il cancro che l’avrebbe uccisa.
Anche il polveroso Vietnam del soldato McCain scompare di fronte alla narrazione accorata di travagli e miserie che tutti possono condividere, e alle soluzioni innovative (non in assoluto, ma per l’attuale situazione interna americana) che Obama propone: soluzioni che prospettano una nuova America, da costruire e ricostruire; un cambio di passo benefico che, d’improvviso, molti americani sentono di volere.
Carlo Crudele


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