Parma, non solo tortelli e culatello
Dal 1825, in questa porzione di Italia conosciuta per le bellezze artistiche accanto al prosciutto e al Parmigiano, si lavora il vetro cavo. Ma il settore è oggi in crisi
Si sbaglia chi, pensando alla zona di Parma, immagina come unica realtà produttiva quella dell’industria alimentare. Dal 1825, in questa porzione di Italia conosciuta per le bellezze artistiche accanto al prosciutto e al Parmigiano, si lavora il vetro cavo e lo si utilizza per fabbricare casalinghi o piccoli contenitori per la profumeria.
I numeri di questo comparto sono significativi: su 35 mila lavoratori del settore a livello nazionale, ben 4.100 sono concentrati da queste parti, se si considerano la prima e la seconda lavorazione, vale a dire la produzione del “pezzo” e l’opera di decorazione.
La fabbrica più importante, si diceva, risale ai primi dell’Ottocento ed è conosciuta a tutte le signore che preparano conserve per poi “imbarattolarle”: si tratta della Bormioli Rocco.
Vincenzo Vassetta, segretario generale Filcem-Cgil (la nuova categoria che racchiude i dipendenti dei settori chimico ed elettrico) a Parma, ne segue le sorti da anni; sorti travagliate a causa dei pesanti processi di ristrutturazione che hanno investito il settore in questi decenni, portando alla chiusura stabilimenti storici come quello cittadino. “La fabbrica più importante della Bormioli Rocco – racconta Vassetta – è a Fidenza, in una realtà che si è identificata nei decenni con la produzione di vetro cavo.
Ma esisteva appunto uno stabilimento molto significativo anche nel capoluogo: passato in vent’anni da 3.500 dipendenti a zero”. Qui la crisi ha mostrato la sua faccia più feroce “e si possono immaginare le conseguenze – aggiunge – di uno smantellamento così pesante per l’economia della città”. La fabbrica giunse alla chiusura nel 2004 al termine di un drammatico percorso di progressivo ridimensionamento causato da problemi “logistici”.
Tradotto, il tessuto urbano non intendeva più mantenere un sito produttivo inquinante in mezzo alla città, per via dell’impatto ambientale significativo. Ovviamente, alle ragioni legate all’ecosostenibilità se ne aggiunsero di assai meno nobili, avanzate dagli speculatori che non riuscirono a nascondere gli interessi edilizi sulle aree via via abbandonate. Tra il dire e il fare, come spesso succede, c’è di mezzo il mare: in questo caso, l’ostacolo è stato rappresentato dai lavori di bonifica, che renderanno indisponibili le aree per altri dieci anni. Perciò, dicono al sindacato, persino coloro che fecero il tifo per accelerare la chiusura avranno maturato qualche dubbio sulla convenienza della speculazione, almeno nel breve-medio periodo.
Comunque sia, lo smantellamento della fabbrica di Parma serviva, nelle intenzioni proprietarie, ad ampliare la dimensione multinazionale dell’azienda. Tanto è vero che, dalle ceneri di quella fabbrica, si rafforzarono le realtà produttive ubicate in Francia e in Spagna. “Ci siamo trovati a dover fronteggiare – sottolinea Vassetta – la nuova opzione strategica della società, volta a superare l’idea dei siti produttivi ‘tuttofare’ per arrivare ad un gruppo ‘divisionale’”. Così è accaduto che la ‘divisione casalinghi’ sia stata concentrata in Emilia e in Liguria, mentre la produzione per la profumeria, la farmaceutica e i contenitori alimentari sia stata dirottata altrove.
Ecco che il fulcro delle attività di Bormioli Rocco in questa zona è oggi racchiuso attorno allo stabilimento di Fidenza (con 650 dipendenti). A rafforzare in modo significativo il settore concorrono la Bormioli Luigi di Parma (850, di cui gran parte concentrati su prodotti per la profumeria) e la Cerve (specializzata in decorazioni, con 450 lavoratori suddivisi in tre fabbriche). Tutti i dipendenti del settore vivono sulla pelle le problematiche specifiche della lavorazione manifatturiera: “In questo ramo – prosegue Vassetta – il costo del lavoro ha un rilievo assoluto, stiamo parlando di attività che si svolgono grazie all’esperienza e alla manualità”.
Peraltro il manifatturiero, trasversalmente alle categorie, è in crisi dovunque, a causa della difficoltà a far fronte alla concorrenza a basso costo proveniente da altre zone del pianeta, e i numeri della ristrutturazione confermano impietosamente: 54 esuberi a Fidenza nel 2007, altri 90 alla Bormioli Luigi. “Mi chiedo inoltre con grande sincerità – osserva il sindacalista Filcem – come possano reggere il peso della concorrenza turca o cinese aziende che si occupano della decorazione del vetro per gli articoli casalinghi. Eppure, e me ne compiaccio, ben tre fabbriche a Parma stanno in piedi grazie a queste lavorazioni”.
Ma, più in generale, il settore sta imparando a fronteggiare le regole spietate della concorrenza al ribasso: “Ad esempio alla Bormioli Rocco – afferma Vassetta – negli ultimi due anni la produzione è andata molto bene, e sulla scia dei risultati produttivi abbiamo vinto una battaglia epocale ottenendo il mantenimento del terzo forno acceso. Nel 2005, infatti, l’azienda avrebbe voluto chiuderlo, in seguito alla crisi. Al contrario – conclude il sindacalista – abbiamo chiesto e ottenuto di tenerlo in funzione, così due anni dopo è stato ristrutturato consentendo oggi di raggiungere ottimi risultati produttivi”.
Annuisce Andrea Fellini, dipendente Bormioli Rocco da dodici anni, delegato Filcem dal 2003. Su 650 lavoratori, racconta, oltre la metà sono iscritti alla Cgil. Rappresentare chi lavora il vetro non è semplice, perché bisogna essere capaci di migliorare l’ambiente di lavoro tenendo duro sul versante rivendicativo. Il ciclo di un lavoratore di quest’azienda prevede tre notti, un giorno di riposo, tre pomeriggi, un altro giorno di pausa, e tre mattine. “L’ambiente – spiega Fellini – è quello di una fonderia, visto che per lavorare ci avviciniamo ad un forno. In più, conviviamo con l’esalazione dei fumi, sprigionati in seguito alla lubrificazione degli stampi bollenti e per effetto dei residui della combustione. C’è poi il problema del rumore persistente, che alla lunga è molto fastidioso”. Ciononostante, gli standard di sicurezza, alla Bormioli Rocco, sono piuttosto avanzati:
“L’ultimo infortunio – conclude Fellini – risale al 2005, quando un lavoratore si ustionò gravemente una mano. Ma è evidente che dobbiamo continuare a tenere alta la guardia”.


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