Mumbai e decadenza di una professione
Dalla strage alle responsabilità dei giornalisti
La tragedia di Mumbai è la testimonianza impietosa di quanto gli anni della finanza creativa, delle speculazioni, della ‘crescita ad ogni costo’ abbiano reso gli equlibri del mondo ancor più fragili e malati.
Durante i giorni dei combattimenti un numero ancora ignoto di terroristi ha ucciso decine e decine di persone. E già un dato orribile emerge dalla immorale contabilità delle vittime: dei 195 barbaramente assassinati solo 32 erano occidentali. La “caccia all’occidentale”, allora, ha finito con l’essere come al solito, la careficina dei cittadini del resto del mondo, in una proporzione quasi perfetta tra dislivello di risorse tra Nord e Sud.
Per evitare fraintendimenti sia subito chiaro che chi perde la vita in guerre, attentati, gesti di violenza non ha passaporto, razza, religione, torto o ragione. Chi perde la vita è un essere umano al quale è stato rubato il diritto all’esistenza. Che sia un ranger americano in Iraq o un talebano in Afghanistan. Questo è lo spirito del pacifismo, che proprio in India ha avuto uno dei suoi maestri, il Mahatma Gandhi.
Tuttavia alcune cose è necessario ricordare, a costo d’essere pedanti.
L’india, con il suo imponente sviluppo, è un Paese poverissimo. O meglio, la quasi totalità dei suoi cittadini lo sono. Nella geografia del mondo chi non fa parte dell’occidente industrializzato, quello dell’economia da poco travolta da se stessa, è l’80 per della popolazione del Pianeta. Oggi il debito di quell’area con l’estero ricco supera di molto i mille miliardi di dollari.
Mentre noi subiamo i contraccolpi della crisi finanziaria, oltre i confini della nostra ricchezza la fame aumenta ancora di più. Il fabbisogno alimentare degli esseri umani viene espresso in calorie e varia a seconda dell’età, del peso, del sesso, della salute, del lavoro, del clima, del metabolismo, delle abitudini alimentari. Normalmente, un’alimentazione sufficiente deve garantire almeno 2mila calorie al giorno.
Si calcola oggi che nel mondo più di 1 miliardo e 300 milioni di persone (circa 1/3 della popolazione mondiale) ha un’alimentazione insufficiente. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), di questo 30 per cento almeno 500 milioni non dispongono neppure di 1500 calorie al giorno, per cui soffrono di fame assoluta.
Parliamo, ora, di cibo, il rimedio alla fame. Un Italiano pensa a pasta, carne, verdura, formaggio, frutta, dolci. Un africano invece immagina riso, grano, miglio. Cereali insomma.
Allora, il cibo per ricchi sono la carne e il formaggio, quello per i poveri i cereali. Eppure, il Nord produce così tanti cereali da esportarne in quantità: infatti i primi produttori mondiali sono gli Usa, la Francia e il Canada. E i cereali adesso hanno prezzi da capogiro. Il Nord ricco è il principale produttore di cibo per poveri, mentre il Sud povero, con tutta la sua fame, produce il superfluo per i ricchi: oro, diamanti, petrolio, gas, uranio, silicio.
Che c’entrano fame e informazione con lo sterminio di Munbai?
Se si perde la definizione del contesto la politica internazionale diventa incomprensibile. La necessità per il Nord di rastrellare ricchezze al Sud per mantenere salda la propria opulenza ha generato spinte incontrollabili in Asia ed Africa. Così il modello occidentale ha scavato un fossato profondissimo che in alcuni casi ha indotto la nascita di fenomeni di rifiuto estremo. Non sempre di natura integralista e di religione islamica, i gruppi armati sono di molteplici orgini. Infine le potenze occidentali per garantire i propri interessi continuano a proteggere un numero congruo di governi corrotti al Sud ed adesso, per consolidare la sua ascesa a Paese del Nord, ci si è messa anche la Cina. Insomma un gran pastccio.
In questo quadro deve essere inserita la tragedia della città indiana.
L’economia del colosso asiatico è in crescita vertiginosa, come quella cinese, ed il fatto non è ininfluente per gli equilibri fino ad ora costruiti dal Nord ricco. In India il reddito, però non è redistribuito e per paradosso una piccola classe di privilegiati, spesso corrotti e legati ai diversi poteri politici e militari, è diventata una specie di Nord nel Sud.
Questo ulteriore fenomeno è motivo di conflitto interno, apparentemente religioso, ma in realtà sociale. Al quale si aggiunge lo storico belligerare col Paskistan, moltiplicato dall’intervento canadese ed americano nella metà degli anni ’60, quando i due Paesi nordamericani coinciarono a fornire le materie prime per lo sviluppo della bomba atomica a New Delhi. In seguito i rapporti di forza nel quadrante asiatico cambiarono e gli Usa non ostacolarono (in funzione anti indiana e anti cinese) l’armamento atomico anche per il Pakistan.
Questi fatti ed altri rendono impossibile una analisi esatta della strategia criminosa che i terroristi di Mumbai hanno messo in atto nei giorni scorsi. Per scoprire un omicida, lo si vede spesso nei telefilm, si debbono validare tre condizioni: il mandante, il movente, l’opportunità. Un’analista serio in una situazone di così estrema complessità prima di indicare un mandante ed un movente dovrebbe pensarci per settimane.
Invece e solo per fare un esempio tra i tanti possibili, prendiamo il Coriere della Sera.
In un articolo di Guido Olimpio da Miami (si dalla Florida, migliaia di chilometri dalla scena del crimine) si legge: “Una triade sofisticata composta da estremisti indiani, criminali di alto profilo e, forse, figure vicine all’intelligence pachistana. Agenti ancora in servizio nell’Isi o 007 “in pensione’. È in questa direzione che vanno le indagini sul massacro di Mumbai”.
Seguono una serie di dati raccolti leggendo agenzie e stampa internazionale, messi giù nella necessità di scrivere qualcosa, pur di scrivere. Peccato che proprio a Miami sia il palcoscenico di Csi, Crime Scene Investigation. Cosa direbbe Horatio Caine a Calleigh Duquesne o Alex Woods se invece di analizzare le prove si lanciassero in congetture?
La pista del terrorismo islamico è ormai diventata un ritornello. Che di volta in volta alcuni governi, da quello iraniano a quello saudita, da quello americano a quello pakistano abbiano armato o finaziato gruppi islamici non è un segreto per nessuno. Insieme ai soldi o ai mitra c’erano istruttori, specialisti, politici. Per questo è ridicolo immaginare una stanza asettica, nella quale i terroristi proteggono la propria purezza. I canali di comunicazione sono molti e il rapporto tra pesi e contrappesi nel mondo non sta vivendo un momento di particolare stabilità. Al-Qā‘ida non può diventare la spiegazione per tutto, è una inammissibile banalizzazione, forse più utile per il network terroristico (in questo modo trasformato in ‘mito’) che per la verità dei fatti.
Una buona informazione deve raccontare le cose certe, senza nascondere le responsabilità di tutti i probabili responsabili. E se non sa che dire, perchè è troppo presto, conviene tacere.
Il pericolo è che il fossato si allarghi ancora di più, lasciando mano libera ai manovratori occulti di molti governi o lobbies e nutrendo non chi muore di fame, ma chi esasperato sceglie la strada inaccettabile dell’estremismo terrorista. Di qualunque matrice.
Roberto Barbera


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