Lo sguardo di Robert Frank
A Palazzo Reale di Milano la mostra di uno dei più grandi maestri della fotografia contemporanea. Dagli anni ’40 a oggi le immagini dell’autore di “The Americans”, primo reportage fotografico on the road della beat generation
Una mamma con i due figli sulla spiaggia del Massachussets. Il ragazzino legge il giornale che dà la notizia della morte di Marilyn Monroe, avvenuta il 5 agosto del 1962, mentre la bambina trascina come un mantello la bandiera statunitense, alzata da terra dalla brezza marina. In questa foto, che dà inizio alla monografica a lui dedicata di Palazzo Reale a Milano, c’è tutto Robert Frank: uno spaccato d’America, un momento della Storia e di vita famigliare, la gioia e la tristezza percepite dal suo sguardo sempre in bianco e nero.
Gli Stati Uniti sono stati per “Robert Frank. Lo straniero americano”, come titola la mostra che ripercorre tutta la sua opera, una patria d’adozione e un luogo di scoperta e sperimentazione. Nato a Zurigo nel 1924, Frank – oggi 84enne – è stato uno dei primi viaggiatori e fotografi freelance del Novecento. A soli 23 anni si imbarca verso New York come testimoniano i suoi collage fotografici che raffigurano la nave, il mare e la terra promessa. Approdato nella Grande Mela, è ingaggiato come fotografo di moda da Harper’s Bazaar. Ma Frank è irrequieto, decide di continuare a viaggiare. Così nel 1948 attraversa Bolivia e Perù, in cui scatta una delle sue immagini più commoventi: la donna che si copre il viso con il poncho. L’anno successivo torna in Europa e, in particolare, a Parigi, che i suoi occhi trasformano in una sequenza di foto rarefatte, delicate, desolate, come la sedia di ferro battuto “sola”, accanto a un tronco d’albero, o i ragazzini visti da lontano che giocano in una distesa abbandonata in periferia.
A questo punto arriva la grande intuizione: con i soldi della borsa di studio della Fondazione Guggenheim (che è il primo fotografo europeo a ricevere) compie un viaggio lungo un anno (1955-1956) “on the road” attraverso gli Stati Uniti, prima ancora della pubblicazione del famoso libro di Jack Kerouac, che diventerà suo grande amico e compagno di esplorazioni. Ne nasce “Les Américains”, una selezione di 83 immagini su 24mila pubblicata a Parigi da Robert Delpire e un anno più tardi negli Usa dalla Grove Press col titolo “The Americans”.
Kerouac nell’introduzione alla raccolta scrive: “Chi non ama queste immagini, non ama la poesia, capito? Se non ami la poesia, va’ a casa e guarda la TV con i cowboy col cappello da cowboy e i poveri cavalli gentili che li sopportano. Robert Frank, svizzero, discreto, carino, con quella sua piccola macchina fotografica che tira su e fa scattare con una mano, ha estratto una poesia triste dal cuore dell’America e l’ha fissata sulla pellicola, così è entrato a far parte della compagnia dei grandi poeti tragici del mondo”.
Gli americani di Frank sono persone descritte nella loro intimità e quotidianità, lontane dall’american dream negli anni dell’american dream. In movimento, cinematiche, vere, come i passeggeri del tram di New Orleans in copertina: quasi tutti guardano in macchina ed esprimono chi la propria supponenza, come l’anziana lady bianca al secondo posto, chi il proprio dolore, come l’uomo afroamericano nella parte inferiore del treno. Ecco, dunque, la segregazione razziale per Frank e il suo modo di fare denuncia. Secondo Kerouac ogni foto dell’amico è “un’immagine così americana: le facce non proclamano opinioni, non esprimono critiche, dicono solo: ‘Così siamo nella vita vera e se non ti piace non lo voglio sapere perché vivo la mia vita a modo mio e che Dio ci benedica tutti, forse’…‘se ce lo meritiamo’…”.
In pieno spirito beat, che significa anche scoperta di sé stessi, nel 1959 Frank accantona la fotografia per dedicarsi al cinema. Insieme con il pittore Alfred Lesile, dirige il suo primo film, “Pull My Daisy”, scritto da Kerouac e interpretato, tra gli altri, da Allen Ginsberg e Gregory Corso. Frank trascorre tutti gli anni Sessanta dietro la macchina da presa, sviscerando temi privati e introspettivi, come in Conversation in Vermont (1969) incentrato sul suo rapporto con i figli.
Ed è proprio dopo la morte della figlia Andrea, appena ventenne, che il maestro torna al primo amore, la fotografia: “Dal 1972, nel tempo che avanza tra un film e un progetto di film, ho ripreso a fotografare. In bianco e nero e a colori. A volte metto molte immagini insieme per farne una. Parlo delle mie speranze, della mia piccola speranza, della mia gioia”. I fotogrammi diventano sempre più piccoli, “graffiati” da scritte come “zuppa”, “forza”, “fiducia cieca”, e alternano allo humour una profonda nostalgia. Come nel patchwork degli amici scomparsi e dei suoi bambini, entrambi portati via dallo scorrere del tempo che Frank non ha mai voluto fermare, ma che ha lasciato scorrere nelle sue foto, malgrado la sofferenza della perdita.
Francesca Lancini
“Robert Frank. Lo straniero americano”
Dal 14 ottobre al 18 gennaio 2008
Palazzo Reale, Piazza Duomo 12, Milano
Lunedì 14.30 – 19.30
Da martedì a domenica 9.30-19.30
Giovedì 9.30 – 22.30
Biglietto intero 7 euro
“Gli americani”
Fotografie di Robert Frank
Pubblicazione italiana di Contrasto


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