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India, Mumbai e responsabili

Autore: . Data: venerdì, 28 novembre 2008Commenti (0)

L’analisi dei fatti

Chi si preoccupa di comprendere quali ragionni ci siano dietro agli attacchi avvenuti ieri a Mumbai, in India, ritiene indispensabile sottolineare l’importanza srategica degli obiettivi colpiti (alberghi di lusso, ristoranti e stazione ferroviaria nel cuore commerciale) per comprenderne prima di tutto il valore simbolico. Il colpo è stato sferrato, con molte probabilità, all’economia indiana. Anche Nigel Inkster, il direttore del centro di analisi su ‘Rischi e Minacce Transnazionali’ presso l’International Institute for Strategic Studies (IISS), è cauto, e dice “di voler aspettare prima di poter dire che ci troviamo di fronte all’11 settembre dell’Asia Centrale”.

“È presto per dirlo – spiega – l’India sino ad oggi ha dimostrato una straordinaria capacità di metabolizzare questo tipo di violenze. Dobbiamo tenere presente che nel 1992 fu colpita la borsa e solo due anni fa ebbero luogo gli attacchi ai danni dei treni di Mumbai: attentati molto rilevanti, in entrambe i casi. Detto questo, tali operazioni stanno iniziando ad avere un impatto sull’atteggiamento degli indiani: il paese potrebbe quindi diventare la nuova frontiera del terrorismo di matrice islamica. Se gli attacchi s’intensificheranno, infatti, l’economia dell’India potrebbe soffrirne e questo avrà un impatto di scala globale”.

Per quanto riguarda gli attacchi di ieri è ancora troppo presto per poter dire se sono opera di gruppi locali o di cellule collegate ad un qualunque network del terrorismo internazionale: “Gli elementi in nostro possesso sono troppo pochi – commenta Inkster – l’operazione è stata rivendicata dalla sigla ‘Deccan Mujaheddin’, ovvero un gruppo totalmente sconosciuto. Ma la dinamica degli attacchi suggerisce un coinvolgimento esterno di un qualche livello: le squadre si sono mosse con disciplina, mostrando una pianificazione alquanto sofisticata e tradiscono un certo addestramento”.

La pianificazione di un attacco organizzato di questa dimensione non indica il modus operandi tipico delle cellule jihadiste. Non un singolo attentatore o al massimo una cellula di poche persone. Ad ora si ignora il numero delle persone impegnate nell’attacco a Mumbai, ma non è difficile immaginare che siano numerose.

Non si deve mai pensare che tra l’undergound terroristico e l’azione di intelligence dei servizi segreti di tutti i Paesi esista una barriera invalicabile. Anzi, molto spesso ci sono canali di comunicazione, di volta in volta utilizati dall’uno o dall’altro per i motivi più vari. Nascondere perciò i lunghi tempi indispensabili per mettere a punto azioni così complesse è molto difficile.

La stampa nazionale, con la tradizionale dose di superficialità, è impegnata in una caccia al ‘responsabile’ che mostra l’impreparazione nell’analisi delle crisi internazionali di molti degli improvvisati addetti ai lavori.

Solo nei prossimi mesi sarà possibile cominciare a fare le prime ipotesi, tenendo conto che la militarizzazione dell’India, Paese nel quale l’attività di esercito e polizia è sottoposta a controlli del tutto sommari, non aiuterà nel compito. Chi sarà catturato vivo, tra gli attentatori, potrebbe essere utilizzato in funzione anti-pakistana o per risolvere nodi interni, così poco credibili saranno le ‘confessioni’ o le ‘prove’ scaturite dalle prossime indagini.

“La complessità di questi attacchi sembra scagionare l’estremismo di matrice indù – ha concluso il direttore del centro ‘Rischi e Minacce Transnazionali’ – e l’hindi e l’urdu sono lingue molto simili e mi domando quale possa essere l’attendibilità di queste testimonianze, dato che in quel momento era in corso un conflitto a fuoco”.

Il vero scoop, in situazioni di questo tipo, è sapere che non c’è nulla da scoprire, tantomeno i colpevoli minuto per minuto.


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