Il sogno americano
Chiunque sia eletto comincia un nuovo mondo
La superpotenza mondiale sta votando per una delle elezioni più delicate della sua storia. Dopo due anni di campagna elettorale (la madre di tutte le campagne), centinaia di milioni di dollari spesi, un dibattito spesso durissimo tra i candidati, domani l’intero pianeta saprà chi andrà a sostituire uno dei peggiori presidenti che gli Stati Uniti abbiano mai avuto, George W. Bush.
I candidati, lo sanno tutti, sono Barak Obama e George McCain. Così come ormai è universalmente noto che uno dei due è un afroamericano e l’altro un ex militare tenuto prigioniero per molti anni durante la guerra del Vietnam. Tutti e due non particolarmente simpatici agli apparati dei rispettivi partiti.
Per uscire dalle banalità , dalle previsioni, dal tifo di stampo calcistico e dalle consuete manipolazioni che hanno invaso la stampa italiana nelle ultime settimane, forse poche cose valgono la pena di essere ricordate.
Comunque vada a finire la “Campagna 2008″ ha rappresentato per il lungo cammino della democrazia americana una svolta. Negli Usa rappresenta il compimento della terza fase nella storia della Repubblica federale, quella della battaglia per l’integrazione razziale cominciata negli anni sessanta, dopo le altre due, l’Indipendenza e la Guerra di Secessione.
Per il resto del mondo le critiche al ‘modello’ americano o l’accettazione acritica dello stesso modello, prima ancora degli scrutini, dovranno cambiare registro.
Vediamo perchè. Lo sterminato Paese chiamato Stati Uniti d’America occupa quattro fusi orari, quasi dieci milioni di chilometri quadrati, ha più di 300 milioni di abitanti ed è composto da ben 50 stati, più il distretto federale di Columbia.
Gli americani Wasp, i bianchi aglosassoni e protestanti, sono stati i responsabili del primo genocidio dell’epoca moderna. Dopo l’inizio del 1800, in quasi cento anni, l’intera nazione nativa venne sterminata ed i pochi sopravvisuti chiusi in riseve ancora oggi più simili a carceri che a luoghi degni di un Paese civile. In tutto questo le centinaia di migliaia di schiavi neri, liberati solo formalmente verso la fine del settecento, sono stati con i cinesi, gli italiani, gli ispanici, i cattolici irlandesi le vittime di una discriinazione intransigente e durissima.
L’esclusione ha cominciato a indebolirsi negli anni sessanta, con l’avvio di una ‘riforma’ profonda della cultura americana, suggerita anche dalla beat generation, dal rock and roll, dall’intelletualità radical ed in parte ebrea, da alcun grandi autori del cinema, da artisti, dal grande movimento contro la guerra in Vietnam, dagli studenti, dal variegato arcipelago del movimento black.
Da allora sono stati necessari altri quarant’anni per arrivare ad Obama. Il leader democratico, infatti, quale che sia il risultato elettorale (importante non solo per la presidenza, ma anche per la nomina di ben 11 governatori e 35 senatori), ha terminato la lunga marcia del black people verso il pieno riconoscimento.
Per questo appaiono penose alcune dichiarazioni di esponenti politici italiani. Dalla Gelmini che si sente seguace del candidato democratico, al tifo di Veltroni, a capo di un partito nel quale una componente considera gli omosessuali possessori di un problema di equilibrio morale e affettivo da poter essere anche pedofili.
Il centro destra ed il centro sinistra, gli inviati dei giornali e le televisioni, in queste ore hanno trasformato un fatto politico e sociale di immenso valore, la possibilità che un nero diventi presidente del Paese nel quale hanno inventato il KKK (Ku Klux Klan), in un’occasione per continuare ad immaginare l’America e piegare i fatti di quel lontano posto del mondo alle contingenze nazionali, ai piccoli affari di bottega di una oligarchia poco professionale ed incolta, quella dei partiti e dei media (con alcune, encomiabili eccezioni, è ovvio).
Per noi una domanda viene spontanea. Nella stanza in cui si riunisce il governo italiano, alcuni ministri, quelli che sentono tra gli altri il bisogno di mettere sempre qualcosa di verde, come faranno a proseguire nelle campagne razziste se il futuro presidente del Paese più potente del mondo sarà ‘lo spoco negro’ Barak Obama?
Certo. forse diranno che Obama la pensa esattamente come loro e qualche giornale pubblicherà la dichiarazione, semmai con citazioni a fronte.
Com’è lontana l’America.


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