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Il muro israeliano dell’apartheid

Autore: . Data: sabato, 1 novembre 2008Commenti (1)

Le conseguenze della costruzione del muro sulla vita dei palestinesi raccontate da un abitante dei Territori Occupati da Israele. Seconda parte della rubrica dalla Palestina per “Tu inviato”

Il 16 giugno 2002 Israele ha iniziato a costruire un muro di circa 720 chilometri all’interno della Cisgiordania; un muro che isola e imprigiona la gente nei ghetti; un muro che si appropria delle terre dei palestinesi, abbatte con i bulldozer le loro case, limita e riduce le risorse economiche per poter condurre una vita decorosa. Un muro dell’apartheid, che circoscrive e ostacola i movimenti dei palestinesi nella loro stessa terra, aumentando la sofferenza, gli abusi e le torture già perpetrati ai danni di questo popolo.

Prima di continuare a scrivere delle conseguenze sociali ed economiche del muro dell’apartheid sulla vita dei palestinesi, devo inserirlo nel suo contesto. Non intendo qui approfondire la mentalità politica di Israele e il suo atteggiamento rispetto ai palestinesi, e nemmeno la strategia di annessione ed espansione sotto l’aspetto politico. Però non posso fare a meno di dire qualcosa sul termine “apartheid” e sulla storia del muro dell’apartheid in Palestina.

Questo vocabolo è entrato in uso tra le persone e le organizzazioni solidali che conoscono le verità e la realtà dietro alla costruzione del muro. “Apartheid” significa “separazione razzista”, dal momento che il motivo principale di separazione è il razzismo. L’espressione “muro dell’apartheid” oggi rimanda al “muro di separazione”, quanto meno a livello popolare; questo indica il razzismo e l’insieme di ingiustizie e frustrazione di cui soffrono i palestinesi, soprattutto quando il mondo intero li ha abbandonati al loro destino.

La prima volta che si è cominciato a parlare di “apartheid” è stato a proposito della politica dei bianchi nei confronti dei neri in Sudafrica. Durante la loro presenza nel Paese, i bianchi cercarono di mantenere il controllo sulla popolazione nera, per fini economici e razziali. Da allora, apartheid si riferisce a un particolare genere di colonialismo, che ha molti punti in comune con la politica di Israele nei confronti dei palestinesi: dall’annessione e dall’appropriazione della terra alla loro invisibile politica dei “trasferimenti”. Per esempio, nella valle del Giordano i palestinesi hanno perso gran parte della loro terra fertile a favore degli insediamenti, zone cuscinetto tra la Palestina e i confini con la Giordania, i cosiddetti “recinti di sicurezza”.

Il vero inizio della costruzione del muro dell’apartheid fu nel 1994, quando la Striscia di Gaza fu circondata dalle palizzate. Nel 1995, parti di muro comparvero tra i governatorati di Tulkarem e Qalqilya.

Per creare le circostanze adatte alla costruzione del muro dell’apartheid, al governo di Israele servivano tre condizioni: una popolazione estremamente povera e prostrata in Cisgiordania costretta a pensare solo ad assicurarsi il minimo per la sopravvivenza, un’autorità nazionale completamente distrutta che lotta per esistere e un mondo circostante favorevole impegnato con l’invasione americana in Iraq.

Il muro dell’apartheid iniziò come un enorme progetto politico subito dopo la completa invasione della Cisgiordania, in un’operazione che il governo israeliano chiamò “Operazione scudo difensivo” e che è stata teatro di crimini di guerra in molte aree dei territori occupati, provocando un disastro senza precedenti nelle infrastrutture, nell’economia nonché nell’autorità palestinesi. Seguì un duro assedio di ogni singola città e villaggio palestinese.

Il muro dell’apartheid israeliano ha assunto due aspetti: nelle aree interdette appare come blocchi di cemento che in certe zone arrivano a nove metri di altezza, con telecamere elettroniche e torrette di avvistamento; circonda città e villaggi palestinesi come Gerusalemme Est, Tulakarem e Qalqilya. Nelle aree non-interdette, il muro è un insieme di recinti elettronici con telecamere e torrette di controllo, come nella valle del Giordano.

Il problema principale è che il muro non segue la Green Line del 1967 e nemmeno ci si avvicina: al contrario, si insinua profondamente nelle terre palestinesi; per esempio, a Salfit City, il muro entra nella città per ventidue chilometri, annettendo circa il 70% delle sue terre coltivate.

Ma torniamo al nostro tema principale: l’impatto del muro dell’apartheid sulla vita del popolo palestinese, dal punto di vista sociale ed economico. Rispetto alla società e per quanto riguarda la disgregazione sociale, l’educazione e la salute, il muro dell’apartheid ha frantumato la società, disperdendo le famiglie in aree isolate: ghetti e bantustan. A causa del muro, migliaia di famiglie si sono ritrovate chiuse tra la Green Line del 1967 e il muro dell’apartheid. Per esempio, i palestinesi non possono andare a trovare i loro famigliari nel villaggio di Jebarah, nel governatorato di Tulkarem, a meno che non siano parenti stretti e non chiedano un permesso miliare per qualche giorno. I cancelli delle aree isolate vengono aperti per un certo numero di ore al giorno e restano chiusi durante la notte, quindi gli abitanti hanno un accesso limitato e difficile agli ospedali e ai centri medici. Se arrivano di notte devono aspettare fino al giorno successivo, per non parlare dei ritardi e delle attese ai posti di controllo. Gran parte delle aree isolate sono prive di adeguate strutture mediche e il personale sanitario deve ottenere un permesso militare per potervi accedere. Durante il viaggio, molte donne gravide partoriscono in macchina, alcune muoiono.

Per quanto riguarda l’educazione, a causa del muro dell’apartheid e del sistema di cancelli e posti di controllo, molti studenti, soprattutto quelli che vivono dietro il muro dell’apartheid, devono aspettare per ore prima di poter raggiungere le scuole e le università; inevitabilmente saltano le lezioni oppure sono costretti ad affittare appartamenti carissimi vicino ai centri scolastici. Molte ragazze e donne smettono di studiare, perché le famiglie non possono aiutarle a pagare un affitto, e i soldati israeliani spesso le importunano e infrangono la sacralità delle loro credenze religiose e tradizionali.

L’aspetto critico da evidenziare è l’impatto economico del muro dell’apartheid sulla vita dei palestinesi, oltre all’inarrestabile colonizzazione della nostra terra, all’isolamento delle comunità palestinesi e ai continui attacchi militari. Il muro dell’apartheid ha peggiorato ulteriormente la situazione; è riuscito a chiudere il cerchio di sofferenza e persecuzione nelle condizioni di vita e di lavoro già crudeli e oppressive dei palestinesi. Circa l’86% della terra annessa e confiscata era agricola. Quasi il 50% delle famiglie palestinesi si è vista dimezzato il proprio reddito. Il muro dividerà la Cisgiordania in tre grandi ghetti e bantustan, separando il Nord della Cisgiordania dal Centro e il Centro dal Sud. A causa del muro e delle strade solo per i coloni, i costi di trasporto sono cresciuti terribilmente. Per esempio, un tempo i palestinesi impiegavano un’ora da Tulkarem a Gerico: adesso, la distanza è diventata molto maggiore e bisogna passare almeno due posti di controllo.

Gran parte delle famiglie palestinesi sono fondamentalmente agricole; la loro economia si basa sul dissodare la terra e piantare, raccogliere le olive. Adesso, migliaia di ulivi o sono rimasti dietro il muro oppure sono stati sradicati dai bulldozer per erigere il muro. Prima dello scoppio dell’ultima Intifada, oltre 350.000 palestinesi lavoravano in Israele. Adesso non possono più né lavorare in Israele né coltivare la propria terra.
Ovviamente, le circostanze economiche sono peggiorate rispetto al 2002-2006. Nel 2006, la disoccupazione era salita al 62% e oltre il 65% delle famiglie aveva perso più della metà del proprio reddito. L’occupazione dei territori ha reso le aziende e i datori di lavoro israeliani l’unica possibilità di occupazione per i palestinesi. Per esempio, nella fertilissima valle del Giordano i contadini palestinesi non possono dissodare il terreno e coltivarlo a causa dei recinti e delle politiche degli israeliani; sono invece costretti a lavorare per salari miseri negli insediamenti israeliani, e per lo più i bambini guadagnano meno di quattro dollari al giorno. Un altro esempio è la città di Tulkarem: oltre cinquecento palestinesi lavorano in controverse industrie chimiche israeliane, senza protezione e con compensi bassissimi.

In breve, il muro dell’apartheid ha un profondo impatto sulla vita economica e sociale palestinese, così come su quella politica. A causa del muro, degli insediamenti e degli oltre seicento posti di controllo, la Cisgiordania è divisa in quattro bantustan; i trasporti tra le città palestinesi e i villaggi si sono ramificati e rarefatti. La popolazione palestinese ha cominciato a usare deviazioni che risultano incomprensibili se non guardi una cartina. Per adesso è stata ultimata solo metà del muro; quando sarà completato, annetterà oltre il 45% del territorio della Cisgiordania.

Il governo israeliano afferma che il muro è stato eretto per proteggere i suoi confini dai palestinesi, ma il muro dell’apartheid passa all’interno della Cisgiordania, annette le terre fertili, espropria le falde acquifere, rade al suolo le case e stradica gli alberi. Non segue la Green Line del 1967.

Quello che il governo israeliano sta cercando di fare in Cisgiordania è mettere davanti a un “fatto compiuto”, trascurando la richiesta mondiale di fermare la costruzione del muro. Nel 2004 la Corte di Giustizia Internazionale (ICJ) ha dichiarato l’illegalità del muro dell’apartheid. Purtroppo, la decisione non era obbligatoria e non sono stati intrapresi ulteriori provvedimenti per garantire l’applicazione del verdetto.

Quando furono annunciati gli accordi di Oslo nel 1993, la gioia dilagò in tutta la Cisgiordania e nella Striscia di Gaza; i palestinesi si riversarono nelle strade per festeggiare: il sogno dell’autodeterminazione stava per diventare realtà. La libertà, che i palestinesi hanno sempre cercato di ottenere, non è lontana. Nonostante tutte le difficoltà, la sofferenza e le frustrazioni, noi abbiamo creduto, e ancora oggi crediamo, che vivere in pace è possibile.

Il Palestinese

Traduzione dall’inglese di Giusi Valent

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Commenti (1) »

  • gianni ha detto:

    non e apartheid

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