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Eminem, “morire di fama”

Autore: . Data: lunedì, 17 novembre 2008Commenti (0)

Arriva nelle librerie “The Way I Am”, autobiografia del rapper americano. Che da anni rifugge le scene. Ma davvero il successo porta all’autodistruzione? Lo abbiamo chiesto al sociologo
Lo cantava già Bennato oltre vent’anni fa, che “ti fanno fuori dal gioco se non hai niente da offrire al mercato”: ed oggi, con uno show business famelico ed ipertrofico, l’affermazione è quantomai veritiera. Eppure c’è chi, all’apice del successo, abbandona silenziosamente la nave, barattando un successo tangibile per una ipotetica, incerta rentrée sulle scene.

L’ultimo caso è quello di Eminem, il rapper forse più famoso e chiacchierato dell’ultimo decennio e di certo uno degli exploit commerciali più riusciti dell’industria discografica mainstream. Smilzo, caucasico e quindi di pelle bianchissima, Marshall Mathers – questo il suo vero nome – si fa le ossa nelle rap battles di St. Joseph, dove nasce nel ’72, deciso a farsi valere nonostante il “razzismo al contrario” che domina l’ambiente rap americano dei primi Novanta. E’ nel corso di uno di questi contest che viene notato da Dr. Dre, figura storica della scena, il quale gli fa incidere The Slim Shady LP, suo debutto per la Interscope. Il singolo My Name Is gli fa guadagnare tre dischi di platino negli Stati Uniti, ma è il seguente Marshall Mathers LP a mietere i più insperati consensi di pubblico, imponendosi come pietra miliare del genere in fatto di vendite e scatenando critiche e proteste per lo stile crudo e la totale mancanza di tabù.

Il resto è storia recente: un lungometraggio basato sulla sua difficile infanzia (8 Mile, diretto da Curtis Hanson), due acclamatissimi album (The Eminem Show ed Encore), ancora polemiche che toccano ogni piega della vita privata dell’artista, peraltro alfa ed omega dei suoi testi senza filtro. Ma per Eminem comincia il tracollo, e la sua carriera subisce uno stop dopo il ricovero per abuso di tranquillanti del 2004. Da allora, continua a rimandare il suo attesissimo follow-up. Nei giorni scorsi è uscito in America The Way I Am, scrapbook con dvd accluso che potrebbe vedersi come disordinata autobiografia: ma l’operazione non basta a sciogliere le riserve sul rapper, che secondo l’editore Brian Tart “ha sviluppato un’idiosincrasia per la celebrità”.

Spleen esistenziale per uno che di disincanto e rabbia aveva fatto le proprie bandiere? La motivazione parrebbe un po’ debole. Eppure negli anni il circo che ruota attorno all’arte e al suo consumo ha fatto molte vittime, da Michael Jackson ad Andy Partridge passando per l’ex Pink Floyd Roger Waters e, finalmente, per il mai troppo compianto Elliott Smith. Tutti, in qualche modo, prigionieri del successo che si erano costruiti.
Ma perché si cade così precipitosamente dalle stelle alle stalle? Lo abbiamo chiesto al sociologo e romanziere Francesco Ranieri: “Spesso si pensa che colui il quale celebra il divo e il divo stesso, per qualche motivo siano legati da un filo rosso, la convinzione che la percezione dei due mondi sia molto simile. In verità il fan ha bisogno di crearsi una personalità, il divo ne vuole di nuovo una in prestito.

E’ il gioco de ‘Lo specchio offuscato’ di Cooley: l’uomo che vede la sua personalità attraverso lo specchio della società, mediante gli sguardi delle persone che conosce e non. Il problema sorge quando tutti ti conoscono o quasi, e questi tutti pretendono di sapere tutto di te, e forse lo sanno davvero. Succede che la personalità diventa monotematica, insopportabile per sé stessi perché lo sguardo allo specchio è uno, uno solo; e nell’estrema ricchezza ci si sente poverissimi”.

Insomma, il pubblico distruggerebbe l’artista perché lo porterebbe a mostrare sé stesso in una frustrante coazione a ripetersi. Specie se parliamo di personalità complesse come quella di Mathers, che già aveva mostrato il suo bisogno di costruirsi un alter ego creando il personaggio di Slim Shady: “Esatto. L’autodistruzione non è volta a ferire se stessi, ma ad ‘uccidere’ quell’unica faccia che i fans, i sistemi mediatici e le major hanno contribuito a creare”.

Perché alcuni artisti resistono ed altri, che apparentemente paiono ben più forti, crollano sotto il peso di queste pressioni? “Il tutto proviene da quella che passa sotto il nome di ‘prima socializzazione’, ovvero la fiducia che il genitore infonde al figlio nei primi tre anni di vita. E non sono pochi gli esempi di artisti in crisi con alle spalle situazioni familiari disastrose (Jackson, come lo stesso Eminem, ne è esempio illustre). Un minimo comune denominatore esiste tra l’ambiente di nascita e l’eventuale ‘crisi da successo’.

Per poterne uscire, l’isolamento dalle scene e l’affidarsi ad interazioni con persone semplici e di ambienti lontani da quelli consueti sembra essere una cura efficace per chi, dopotutto, vuole appropriarsi del giustissimo conflitto tra le tante facce che compongono la propria personalità; e non essere più condannato ad averne una sola, decisa da chi pensa ad idolatrarti ma non a conoscerti per ciò che realmente sei.”

Carlo Crudele

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