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Dossier: Alitalia, Colaninno e la memoria

Autore: . Data: lunedì, 3 novembre 2008Commenti (1)

La vendita di Alitalia a Cai non è un operazione di mercato, ma una testimonianza dell’arroganza della politica. In passato Olivetti e Telecom hanno subito la stessa sorte. Da un’intervista ‘impossibile’ a Colaninno alle testimonianze del passato.

In un’intervista rilasciata a Franco Locatelli del ‘Sole 24 Ore’, domenica 2 novembre, il presidente di Cai, ha detto cose di estremo interesse. Eccole riassunte.

“Io sono abituato alle sfide difficili ma sono anche abituato a investire i miei soldi e a creare posti di lavoro in Italia e all’estero, dove la Vespa è amatissima, però confesso che l’atteggiamento dei sindacati dei piloti e degli assistenti di volo dell’Alitalia ha sorpreso anche me, perché è la tipica espressione di chi gestisce una corporazione senza rispondere a nessuno anche quando la sua azienda è sull’orlo del fallimento”.

Nella sua esperienza di imprenditore Colaninno si è trovato a gestire Olivetti e Telecom. In tutti e due i casi le aziende hanno subito drammatici tagli di personale e vicende finanziarie molto discusse. Tutte e due le imprese sono state lasciate in condizioni pessime. Secondo stime non verificate, ma attendibili, col suo ingresso in Telecom i lavoratori licenziati furono più di 20mila. Per Olivetti, invece, fu la fine.

Sempre legato al mondo politico, non come racconta la leggenda esclusivamente di ‘sinistra’, Colaninno parla del pomeriggio di venerdì, quando il consiglio di amministrazione di Cai minacciò di non presentare l’offerta per l’acquisto di Alitalia. A proposito va ricordato che il Cda non prese alcuna decisione, tanto che non si sciolse, ma ‘sospese’ i suoi lavori affidando a Colaninno e Sabelli il compito di ‘sondare’ il governo per ottenere non meglio definite ‘delucidazioni’.

Colaninno nega di aver chiamato lui la presidenza del Consiglio, anzi sostiene il contrario e aggiunge: “Di fantasie ne sono circolate molte in questi giorni, ma per la verità il Presidente ci ha solo fornito una informazione essenziale per le decisioni che stavamo maturando e cioè che l’intensa opera diplomatica di Gianni Letta aveva ancora una volta fatto il miracolo e convinto le organizzazioni confederali e l’Ugl a sottoscrivere i contratti di lavoro, i criteri di assunzione e il lodo e a quel punto il consiglio di Cai all’unanimità ha ritenuto che ci fossero le condizioni sufficienti per andare avanti”.

Vogliamo ricapitolare. Sabelli esce da Palazzo Chigi col documento sottoscritto da Cgil, Cisl, Uil e Ugl e si reca presso la sede di Intesa-Sanpaolo dove lo aspettano gli altri membi del Cda. L’edificio è a poche decine di metri. Nel giro di una manciata di minuti l’organo direttivo di Cai rende nota la sua intenzione di abbandonare l’affare, ma non si scioglie. E che fa? Secondo Colaninno nulla. Rimane chissà perché riunito, ma in ‘stand by’.

Nel frattempo, però, qualche giornalista ha lanciato ‘in assoluta autonomia’ la bufala che il mancato accordo coi sindacati e le associazioni aziendali rendevano obbligata la scelta (mai fatta) della Compagnia aerea italiana. Solo in seguito si saprà che il Cda era ancora formalmente riunito. Poi finalmente Berlusconi chiama, ripete quello che Sabelli già sapeva (era stato alla riunione coi sindacati e lui stesso aveva sottoscritto l’accordo) e per un incantesimo Cai si rassicura e recede dal proposito di lasciare.

E’ vero che di fantasie ne sono circolate molte, ma questa ricostruzione (alla quale Locatelli non ha opposto resistenza) le batte tutte.

A questo punto dell’intervista Colaninno esce dall’ambito dei rozzi affari ed entra in più alti ragionamenti: “La novità maggiore del nostro passo è un’altra: presentando l’offerta per Alitalia abbiamo voluto lanciare un segnale al Paese e dimostrare che ribellarsi ai veti e ai ricatti di una casta e di una corporazione è possibile e che non si può parlare ogni giorno della spaventosa crisi finanziaria che ha investito il mondo intero e poi fingere che non esista. Per noi la crisi finanziaria deve farci riscoprire il valore del lavoro e dell’impegno e anche l’etica del denaro perché chi investe rischia di suo e non ha alcuna voglia di buttare tempo e soldi. Presentando l’offerta della Cai al commissario Fantozzi abbiamo voluto essere conseguenti e oggi siamo più sereni di ieri”.

Qui si svela la nuova “morale” dell’Italia Spa, che tanto piace al centro-destra. I “ricatti di corporazione e di casta” sono l’opporsi ad oltre settemila licenziamenti determinati da una gestione politica clientelare che in anni ha affogato Alitalia. Il denaro diventa “etica” e l’imprenditore, in virtù della fedeltà alla sua missione, non rischia, ma evita di “buttare tempo e soldi”. Insomma, il valore dell’impresa non esiste più, c’è solo lo scopo del profitto. Questa è la negazione della cultura industriale.

Infatti, ricordando il suo passato Colaninno dice: “Quand’ero in Sogefi sono stato abituato ad affrontare, ai tempi della Thatcher, la durezza dei metalmeccanici di Cardiff e dunque le vertenze e le lotte sindacali non mi spaventano, anche se nel caso dei sindacati autonomi di Alitalia mi sconcertano. Però si sappia che il nostro impegno non si fermerà: ci auguriamo che piloti e steward ci ripensino e non seguano i loro sindacati ma, in caso contrario, non ci arrenderemo alla logica del ricatto e assumeremo il personale di volo con chiamata nominativa”.

L’imprenditore di ‘sinistra’ ricorda con nostalgia il periodo della Thatcher e la “durezza dei metalmeccanici di Cardiff”. Va ricordato che l’ex premier britannica non amava la cultura industriale ed era una monetarista. Durante il suo governo Thatcher riuscì a frenare la crisi con un programma estremo di privatizzazioni, premiando la rendita finanziaria e colpendo l’industria. Si ottenne il risultato di fermare l’inflazione facendo crescere la disoccupazione di quatto volte e producendo danni drammatici all’equilibrio sociale del Regno Unito, raccontati per chi non avesse dimestichezza con questi argomenti in un film molto famoso, ‘Full Monty’.

Come fu per il suo ‘gemello’ Reagan il danno delle misure ultraliberiste hanno pesato per anni su Inghilterra e Usa ed alla fine si sono dimostrate strategie selvagge e inefficaci. Durante la recentissima crisi determinata dai mutui americani (generati dalle strategie di Thatcher e Reagan) il governo inglese ha dovuto, tra l’altro, rinazionalizzare alcune società per salvare dal tracollo l’economia nazionale. Per Colaninno, allora, gli operai erano irragionevoli, per cui oggi “non ci arrenderemo alla logica del ricatto e assumeremo il personale di volo con chiamata nominativa”.

Mostrando una discreta confusione sugli assetti storici non dei comparti industriali specifici, ma delle strategie economiche complessive dei governi francese e tedesco, il presidente di Cai valuta il pericolo di trovarsi di fronte alle obiezioni dell’Autorità antitrust. La fusione tra Alitalia e Cai, infatti, oltre ogni ragionevole dubbio, produce un monopolio, tanto che il governo ha varato un provvedimento che serve appunto per autorizzare la fusione e sospendere le norme anticoncentrazione.

Colaninno afferma a proposito che sarebbe “asimmetrico usare due pesi e due misure: Air France copre circa il 90 per cento del mercato francese del trasporto aereo e Lufthansa l’80 per cento di quello tedesco. La nuova Alitalia dopo l’integrazione con Air One arriverà, anche sulla tratta Milano-Roma, al 55-60 del mercato interno e non si capisce perché dovrebbe venire penalizzata”.

Peccato che oltre la Milano-Roma ci sono altre decine di rotte non coperte da altri vettori. Ma Colaninno lo dimentica. Non ricorda, poi, che nelle logiche franco-tedesche i settori considerati strategici non si privatizzano, come energia, telecomunicazioni, trasporti.

Infine sulla singolare vicenda che riguarda la valutazione del valore di Alitalia, affidato dal ministro Scajola alla piccola Banca Leonardo, di cui però sarebbero azionisti Benetton e Tronchetti Provera, a loro volta soci di Cai, Colaninno preferisce tacere: “Abbiamo fatto un’offerta sulla base delle valutazioni tecniche dei nostri ‘advisor’ e attendiamo una risposta non conoscendo le valutazioni del commissario”.

Il Commissario straordinario Fantozzi, per obbligo di legge, ha dovuto affidare la valutazione ad un suo ‘perito’, Banca Rothschild. In un articolo sull’argomento, ‘il Sole 24 Ore’, in un pezzo a firma di Gianni Dragoni, rende noto: “Le indiscrezioni che circolano da giorni di un valore di mercato stimato dagli ‘advisor’ del venditore, in particolare Rothschild, intorno ai 900-1.000 milioni non hanno dunque indotto la cordata italiana a rilanciare”.

Banca Leonardo aveva stimato Alitalia per 300 milioni.

Poiché la materia è complessa ed in Italia si tende a dimenticare facilmente, come l’intervista a Colaninno dimostra, InviatoSpeciale ha raccolto alcuni articoli, scritti in passato su alcune vicende che riguardano Olivetti e Telecom. In tutte le due le aziende sono stati protagonisti Roberto Colaninno e Marco Tronchetti Provera. In particolare per Colaninno il presente sembra avere forti radici nel passato.

Come comprare senza investire (leggi)

Elio Veltri è un ex parlamentare dell’Ulivo, vive a Pavia, dove ha svolto attività di medico ed è libero docente all’Università. Iscritto al PSI nel 1956, ne è uscito nel 1981. Nel corso della sua lunga militanza politica ha ricoperto più volte incarichi pubblici, come sindaco di Pavia, consigliere regionale della Lombardia, membro delle commissioni Affari Costituzionali, Anticorruzione, Giustizia e Antimafia. In questo articolo racconta un’altro pezzo di storia di Telecom, che contiene spunti di grande interesse per comprendere molte cose dell’affaire Alitalia.

Colaninno in Olivetti (leggi)

In un articolo del 19 settembre 1996, a firma di Daniele Manca, il Corriere della Sera racconta l’uscita di Roberto Colaninno dall’ombra.

Colaninno e la sua carriera (leggi)

Il 7 gennaio del 2003 il sito ‘Barbiere della Sera’ pubblica un articolo a firma BananaNews dal titolo: “Fiat. Dalla padella a Colaninno”. Titolo  della testata e firma non traggano in inganno, non si tratta di luogo di buontemponi. Il ‘Barbiere’ è un ‘angolo per giornalisti’, dove firme di professionisti, anche famosi e spesso con pseudonimi, pubblicano quello che ai giornali non piace dire. Nel periodo in questione la crisi della Fiat sembrava aprire la strada a possibili scenari di cambiamento della proprietà e tra i ‘candidati’ c’era Roberto Colaninno. La ricostruzione del suo curruculum vitae ci è parsa completa ed obiettiva.

Colaninno, Olivetti e Op (leggi)

Un articolo del ‘Corriere della Sera’, del 14 maggio 1999, a firma di Vittorio Malagutti, racconta un interessante vicenda, che in quegli anni portò alla morte il comparto dell’elettronica italiana.

Impresa e italianità (leggi)

Sul Sole 24 Ore, nel blog di Giuseppe Oddo, è stato pubblicato un interessante articolo: “L’italianità della Telecom da Colaninno a oggi”. La relazione tra la vicenda che ha riguardato la compagnia telefonica ed il caso Alitalia è evidente.

La ‘cura’ Colannno-Tronchetti in Olivetti (leggi)

‘Il Manifesto’ pubblicò mercoledì 24 maggio 2005 un articolo sull’Olivetti. Non ci sono commenti da fare, ma solo augurarsi che la stessa vicenda non colpisca Alitalia. Oggi che una dlle più grandi aziende informatiche del mondo non esiste più e neppure sembra qualcuno lo ricordi.

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Commenti (1) »

  • MissMcGonegall ha detto:

    Sembra un romanzo horror…se ne potrebbe fare una sceneggiatura per un film “Il successo immaginario di uno zombie mai morto”…E questo sarebbe il nuovo presidente della CAI, Cavoli Amari per gli Italiani!!!

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