Esplode la cassa integrazione
La Cgil ha elaborato una stima sulle conseguenze concrete della crisi nel nostro Paese: 300 mila posti di lavoro sono a rischio e non è chiaro quante risorse pubbliche saranno messe a disposizione per finanziare la cassa integrazione.
Il mondo dell’industria è in apprensione. La domanda è in forte calo, soprattutto nei settori auto ed elettrodomestici (che rappresentano il 40 per cento della categoria); ma ci sono segnali negativi anche dalle acciaierie, rende noto la Fiom.
In settembre, spiegano al sindacato di Corso Trieste, “abbiamo registrato un aumento fino al 30-40 per cento delle richieste di cassa integrazione, quando prima della pausa estiva eravamo al 10. Ma le fasi più pesanti ce le aspettiamo nell’ultima parte dell’anno e nei primi mesi del 2009″. Alla Lucchini di Piombino, è stato raggiunto un accordo proprio sulla “cassa”: il provvedimento riguarda circa 500 addetti per due settimane.
Se però in Italia ci sono circa 4 milioni e mezzo di lavoratori metalmeccanici, la metà opera in imprese sotto i 50 dipendenti. Oltre ai precari (circa il 15% del settore), quasi due milioni di persone non usufruiscono di cassa integrazione ordinaria.
E la crisi va comunque ben oltre le tute blu. Alle categorie arrivano in continuazione segnalazioni di dismissioni e riduzioni drastiche di organico.
Ad esempio, la settimana scorsa il gruppo La Perla (intimo e abbigliamento) ha annunciato una riduzione di organico di 365 unità nelle due sedi bolognesi, che contano circa un migliaio di dipendenti.
In Toscana c’è la Eaton, colosso statunitense della meccanica fine, che dopo aver inizialmente deciso di licenziare 365 operai, ha dapprima fatto marcia indietro accettando la cig, per poi ripensarci nuovamente.
Poi ci sono i lavoratori della Antonio Merloni, azienda del Centro Italia che ha messo in cassa integrazione più di 500 lavoratori su 5.500. Molti di loro sono arrivati a Roma dall’Umbria (il 28 ottobre), dalle Marche e dall’Emilia, per protestare contro i 3.500 posti di lavoro a rischio complessivamente nei quattro stabilimenti industriali del gruppo.
Da oltre un mese sono mobilitati anche i lavoratori della Fazan di Taranto, che ha lavorato per lungo tempo in appalto per Fincantieri. I 60 dipendenti dell’azienda, che si occupava prevalentemente di pitturazione, saldatura, verniciatura e opere di manutenzione in genere, non ricevono il pagamento dello stipendio dall’aprile del 2008.
Pessime notizie anche dal Trentino, dove la Cgil preannuncia un 2009 durissimo: il manifatturiero presenta già oggi segnali inequivocabili e secondo le stime sindacali i posti di lavoro a tempo indeterminato che rischiano di sparire sono più di 700-800, altri 600-700 sono i temporanei che ad oggi non hanno prospettive di conferma, mentre sta crescendo in maniera imponente il ricorso alla cassa integrazione.


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