Con i The Collettivo Napoli è post-punk
La band The Collettivo sforna un debutto col botto che potrebbe rappresentare un punto di svolta nel decadente percorso partenopeo. Tra ecoballe e stragi mafiose, a Napoli c’è ancora voglia di muovere le gambe.
Nel corso dell’estate 2008, lo spettatore che – per caso o di stanza a Napoli – si fosse addentrato nella splendida Chiesa di Donnaregina Vecchia sarebbe stato sorpreso da una voce sulfurea e desertica, quella di Toni Servillo. Il museo Madre, infatti, aveva allestito “Napolincroce”, progetto multimediale di Fuksas e Paladino in cui, accanto all’esperienza visiva della croce cristiana e di altre strutture secche e puntute, l’attore partenopeo sgranava, in rigoroso ordine cronologico, un rosario di sventure, cataclismi e “punizioni divine” che sin dalla notte dei tempi hanno colpito quella che una volta era la sfarzosa capitale del Regno delle Due Sicilie.
Dalla peste alla lava, dalle ecoballe alle stragi dei casalesi. Una Napoli la cui bellezza immanente ed oggettiva , forse unica al mondo, è accidentata e distorta da ciò che la cattiveria della natura prima e la stupidità dell’uomo poi sono riusciti a creare: ma una Napoli che ogni volta si rialza, forse un po’ più lacera ma ancora splendente e combattiva.
Anche a livello musicale potremmo fare lo stesso discorso: Napoli sembra la spugna magica delle favole, il crocevia culturale da cui passano tendenze e mode più o meno fatue e che la città non manca mai di sputare fuori rielaborate, rimasticate, rinnovate. Lo fecero i primi Almamegretta – tanto per citare l’esempio più fulgido dei ’90 – mischiando felicemente dub e oriente, ci riprovano oggi i The Collettivo rivolgendo lo sguardo molto più a nord.
Cinque ragazzi, dieci brani più ghost track d’ordinanza, chitarre elettriche affilate come lame e cassa in quattro: Sollo e compagni guardano all’odierna Inghilterra indierock, ma anche – con un background di ascolti che sembra andare dai Talking Heads ai Franz Ferdinand passando per i Gang of Four – al filone più adrenalinico della new wave e del post-punk.
Napoli si risveglia grazie a melodie a presa rapidissima, che per quanto talvolta facciano tornare alla mente maestri ben più famosi (c’è tutto il periodo “fossil fuel” degli Xtc nel refrain di Calm Down) riescono spesso a raggiungere l’equilibrio tra semplicità e discreta originalità.
La voce di Sollo – un trascinante puzzle di Julian Casablancas, Brandon Flowers e Tony Hadley (ma riesce anche a scimmiottare Costello nell’inizio di Wasted Time) – compone filastrocche da sing-a-long compulsivo (Selfish), mentre i synth di Dario Casillo danno una fondamentale spruzzata eighties a brani come My Sweet Radio. La ciliegina ce la mette Matteo Cantaluppi, producer italiano già in studio con gente di calibro quali Neffa e Bugo, che con grande perizia intaglia gli alti ed ingrassa i bassi.
Era ora che alla lacrimevole retorica dei mille neomelodici, simbolo tangibile della decadenza napoletana, si opponesse finalmente lo spirito combattivo dei partenopei, quello che nei secoli – come faceva intendere la “Napolincroce” citata all’inizio – ha permesso che la città non rimanesse mai sulle proprie ginocchia. Alcuni segnali propizi li abbiamo avuti già negli scorsi anni (si pensi alle atmosfere eelsiane dei salernitani A Toys Orchestra), ma con i The Collettivo il coro del “new neapolitan sound” si arricchisce di una nuova, potente voce.
Carlo Crudele


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