Alitalia, il giorno più lungo
Momento critico. Il personale della Compagnia di bandiera è stretto tra la sordità di governo e Cai ed il tempo, che a passi veloci avvicina la ‘cordata patriottica’ alla stanza dei bottoni. Voci da Bruxelles, non confortanti per Colaninno e soci.
Giornata confusa, quella di ieri. Raccontare la cronaca dei fatti sarebbe la scelta più ovvia. Però quello che è successo al varco equipaggi dell’aeroporto di Fiumicino non può essere chiuso nello recinto delle strategie sindacali.
Da mesi i lavoratori della Compagnia di bandiera vivono in bilico. Nessuna certezza, il futuro nebuloso, un interlocutore (Cai) assolutamente indisponibile a qualunque confronto, il governo che invece di essere arbitro fa il giocatore, le organizzazioni confederali interessate a ben più complessi scenari politici e ansiose di chiudere questo spinoso dossier, l’opposizione del Partito democratico (a dir poco inconsapevole dei termini della questione) incautamente favorevole al “meglio Cai che nulla”, l’Italia dei valori che chiama alla lotta, ma non ha nulla di serio da proporre, i sindacati aziendali in una palude dalla quale è difficilissimo uscire, l’opinione pubblica disinformata dai media e convinta a vedere nei ‘bamboccioni volanti’ dei privilegiati con troppi vizi e nessuna virtù.
Viene il fiatone a descrivere la trama. Un film dell’orrore per loro: le donne e gli uomini di Alitalia.
E non finisce qui. Una nuova frattura tra le diverse componenti professionali dell’azienda (il personale di terra, gli assistenti di volo ed i piloti) tenuti dalla dirigenza per decenni come separati in casa, gli un verso gli altri diffidenti.
Insomma, uno scenario duro, difficile, snervante.
Per settimane questi cittadini assunti da Alitalia si sono sentiti dire che le rivendicazioni, l’ostilità verso Cai, il rifiuto per il modello aziendale proposto dai ‘capitani coraggiosi’ era generato dal desiderio di mantenere privilegi, potere, garanzie ingiustificate.
Sapevano bene che non era vero, ma nessuno nel Paese ha avuto voglia di ascoltare, capire, trovare il coraggio per cambiare parere. I media non hanno descritto la realtà dei fatti, ma seguito i luoghi comuni ed allora ci sono italiani che telefonano alle sette di mattina o alle otto di sera a qualche programma radiofonico e senza neppure capire di cosa si stia parlando dicono: “Licenziateli tutti!”.
Così questi lavoratori, fino ad oggi mediamente tranquilli, si sono pericolosamente avvicinati all’ira.
Questo era lo scenario in cui deve essere collocata la giornata di ieri.
Cominciata l’assemblea qualcuno ha deciso di cavalcare la tigre, di recuperare un ruolo, uno spazio politico, una ragione per non essere più minoranza, ma finalmente protagonista e ‘maggioranza’. Poco importava trascinare tutti in una palude, dare un colpo gravissimo all’unità delle organizzazioni sindacali interne, delle associazioni ed al morale della stragrande maggioranza di piloti ed assistenti di volo.
Nell’ira è facile seminare tempesta. Così c’è stato in mattinata il primo tentativo di spingere allo sciopero, poi la decisione di presidiare il varco degli equipaggi e scoraggiare l’entrata di chi era in servizio (i partecipanti all’assemblea di ieri erano dipendenti non in produzione), la richiesta della polizia di rimuovere il blocco, il tentativo di piloti e sindacalisti degli assistenti di volo di far riflettere i presenti, un’ulteriore spinta dei ‘movimentisti’ verso l’astensione dal lavoro ed alla fine una votazione triste, nella quale si è frantumato uno spirito comune costruito in molte settimane di lotta collettiva per proclamare qualcosa che non avrà possibilità di successo, lo sciopero di 24 ore.
Alla fine molti piloti stavano a guardare, perplessi, convinti ancora della linea scelta nei giorni scorsi, cioè quella di applicare pazientemente i regolamenti e così far capire ai nuovi e futuri proprietari che sedersi e discutere era la cosa più utile da fare. Lo stesso era per l’Sdl e l’Avia. E poi l’Anpav, perennemente a cavallo, non si sa di cosa.
Una strana entità , “il Comitato di lotta”, una di quelle creature che nascono quando i ruoli si perdono, quando si cercano alchimie impossibili e spazi politici inesistenti era stato creato per affidare ai lavoratori una specie consesso rappresentativo orizzontale, diretto, collettivo.
Un’idea strana della democrazia ha portato allora alcuni a pensare che fosse possibile la fuga in avanti, come tante volte è successo in molte altre vertenze. E’ un’idea della democrazia del tutto zoppa, perché non tiene conto dei lavoratori, ma dei ‘presenti’, affidando a loro il ruolo di ‘avanguardia’, non sulla base degli interessi collettivi e del reale potere di delega che spetta solo alla totalità dei soggetti interessati. Chi c’è decide, gli altri sono nll silenzio del “chi tace acconsente”.
Il Cub Trasporti, insieme ad un altro centinaio di lavoratori ‘indipendenti’ (nel senso di non organicamente legati a organizzazioni sindacali, ma solo arrabbiatissimi), hanno deciso per lo sciopero.
L’obiettivo di chi voleva ‘l’azione’ era stato raggiunto, ma paradossalmente era cambiato l’avversario. Non più Cai, ma le sigle sindacali aziendali. Da isolare, sconfiggere, superare in una corsa verso non si capisce quale obiettivo politico realisticamente raggiungibile.
Il fascino di Pisacane è il fantasma che alita sul collo delle battaglie per la libertà da decine e decine di anni in questo Paese. “Erano cento, erano giovani e forti e sono morti”. E che importa se poi nulla è successo, se c’è voluto Garibaldi e i Savoia si sono presi tutto, moltiplicando il ritardo del Sud, facendo l’Unità d’Italia per divorare il Mezzogiorno. Che importa se Pisacane, il presunto eroe romantico, altro non era che un velleitario dannoso?
Nel piccolo del cortile che introduce all’accesso al varco piloti di Fiumicino questo è successo ieri. La proclamazione di uno sciopero per beccarsi la precettazione immediata, il fallimento dell’iniziativa e la costruzione di una frattura tra le persone che certamente rischia di compromettere gli sforzi faticosi fatti fino a quel momento per riaprire una vertenza formalmente chiusa.
In tutto questo i media hanno dato risalto allo sciopero, ben guardandosi dal descrivere lo scenario, saldandosi con i ‘movimentisti’ ed ottenendo, forse, il risultato di separare i lavoratori dell’Alitalia dall’opinione pubblica ancora di più.
Intanto si diffondevano voci da Bruxelles, secondo le quali la Commissione avrebbe intenzione di dare il via libera alla Cai. Anche in questa notizia, per altro non verificata, la confusione regna sovrana. Esclusa la ‘faccenduola’ del famoso prestito ponte di 300 milioni, che potrebbe ricadere sulle spalle della vecchia Alialia, cioè dei contribuenti, un potenziale macigno rischia di schiacciare la ‘cordata patriottica’.
E’ la valutazione sui cosiddetti ‘asset’ di Alitalia. In parole povere quanto vale quello che Cai dovrà comprare. La commissione potrebbe nominare un ‘valutatore’ di sua fiducia, per evitare sconti troppo generosi. Se a quel punto i 300 milioni indicati da Banca Leonardo dovessero lievitare che succederà ?
Forse da quando è cominciata la vertenza oggi è il giorno più lungo. Perché i ‘saggi’, a patto ci siano, dovranno trovare il modo per dimenticare la parentesi di ieri, strapparla dalla memoria di chi tra pochissimo tempo potrebbe cominciare a ricevere le lettere per l’assunzione in Cai e vive nell’angoscia e trovare la maniera per costringere la ‘cordata patriottica’ ad un secondo round di colloqui. Ridando ai lavoratori fuducia, senso della realtà e spirito collettivo.
Sarà un lavoro molto difficile, se non impossibile.


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