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Vicenza: democrazia al bando

Autore: . Data: sabato, 4 ottobre 2008Commenti (1)

A Vicenza è stato vietato il referendum. La città terrà una consultazione popolare autogestita e difenderà così la democrazia. Un articolo per “tu inviato”

La consultazione sarà su quella che dovrebbe diventare la base logistica e operativa più importante dell’esercito statunitense in Europa, dopo che il Consiglio di Stato ha negato il referendum comunale con un’ordinanza quanto mai tempestiva, lo scorso primo ottobre.

L’affaire Dal Molin, ovvero il progetto di costruzione di una seconda base militare statunitense a Vicenza per consentire la riunificazione della 173esima Brigata aviotrasportata (seconda forza di attacco dell’esercito Usa attualmente presente in parte ad Aviano e in parte in Germania), è infatti una storia di democrazia dimenticata.

Sono passati più di due anni da quando la questione è emersa: 2 anni di comitati cittadini, dibattiti, manifestazioni, lacerazioni interne, appelli, ricorsi, due anni che hanno visto i ministri ed i presidenti di due governi rimpallarsi la patata bollente senza prendersi la briga di venire a verificare lo stato dei fatti in città. Certo, a volte non è facile conciliare la “ragion di Stato” con le ragioni di una comunità locale, ma per arrivare ad una composizione di un qualsivoglia conflitto bisogna conoscere le istanze delle parti in causa. Mentre di fatto ancora non si sa cosa pensano i vicentini, e in che percentuale.
Per questo negli ultimi giorni la questione del raddoppio della base Usa alle porte di Vicenza sembrava essere arrivata ad una tappa cruciale, quanto doverosa: la consultazione attraverso un referendum della cittadinanza promossa dal Comune per conoscere, finalmente, che cosa pensa chi a Vicenza ci vive e dovrà far fronte negli anni a venire a tutto ciò che un insediamento militare straniero di 600 mila metri cubi può comportare. La nuova base aggiungerà 3300 soldati americani a quelli già presenti nella base Ederle (costruita negli anni ’50), in una delle ultime aree verdi della città a meno di 2 chilometri dal centro storico dichiarato patrimonio dell’Unesco.

Ed invece, puntuale, il primo ottobre è arrivata la sentenza del Consiglio di Stato che, accogliendo il ricorso delle forze cittadine favorevoli alla base (esponenti del PdL), ha annullato gli effetti di una precedente sentenza del TAR del Veneto – che aveva dichiarato legittimo da parte di un Comune voler conoscere l’opinione dei suoi cittadini -, dichiarando l’esercizio del referendum “inutile” in quanto applicato a un obiettivo “irrealizzabile”. Per necessità formali imposte dalla sfera di competenza di un ente comunale, il quesito che verrà posto ai cittadini riguarda il loro parere in merito all’acquisizione dell’area da parte del Comune per usi di interesse collettivo.

Eravamo stati avvertiti: «Il referendum è inopportuno perché l’area dell’aeroporto Dal Molin non è in vendita: non fatelo”, come si è preoccupato di scrivere Berlusconi al sindaco di Vicenza Achille Variati poche settimane fa. Ma lo stesso Variati, eletto lo scorso aprile tra le file del PD grazie anche alla variegata costellazione di movimenti, associazioni, privati cittadini contrari al nuovo insediamento militare, è andato avanti.

Era indispensabile promuovere una consultazione per non tradire il patto stretto con i cittadini in campagna elettorale, ma anche per restituire alla comunità un diritto di parola troppo a lungo negato. Scavalcato nel 2003 dalla giunta forzista del sindaco Hullweck, che ha promesso in via informale e in gran segreto la zona del Dal Molin all’allora secondo governo Berlusconi; negato nel 2006 dalla stessa giunta forzista che, una volta venuti alla luce tali accordi e montata la protesta, ha semplicemente rimesso la questione nelle mani di un “parere di massima” del Consiglio Comunale (di cui aveva la maggioranza); ignorato a gennaio 2007 dal governo Prodi, il quale ha dichiarato da Bucarest di voler mantenere l’impegno preso con l’alleato americano (anche se il progetto fuoriesce dagli accordi bilaterali sulle servitù militari degli anni ‘50, che ne prevedono 8, in quanto il Dal Molin è a tutti gli effetti la base numero 9 – ecco perché si parla sempre, manipolando la realtà dei fatti, di “ampliamento” e mai di raddoppio), a cui è seguito, il 14 giugno dello stesso anno, il via libera ufficiale; osteggiato dal Commissario governativo Costa, che a settembre 2007, in una lettera all’allora Ministro della Difesa Parisi, ha testualmente raccomandato al Governo la necessità di “eliminare alla radice le componenti locali del dissenso”, proprio perchè poggiano su “motivi ragionevoli” e “cause fondate” (per dovere di cronaca, si sappia che questo commissario è stato da poco riconfermato anche dall’attuale Governo).

Ci sono voluti mesi e mesi di sensibilizzazione e informazione della cittadinanza, di maturazione e riunificazione di tutte le anime contrarie al progetto (dai cattolici ai rifondaroli, dai leghisti ai pacifisti, dai no global ai semplici cittadini) e di tutte le motivazioni contrarie all’insediamento (ambientali, autonomiste, pacifiste, ecc…) per scatenare quella che a Vicenza – Vicenza la bianca, Vicenza la nera, Vicenza la verde – è stata una rivoluzione: l’elezione di un sindaco di centrosinistra (e di un consigliere appartenente al movimento), per di più desideroso di ascoltare i suoi cittadini piuttosto che le imposizioni dei vertici romani di partito.

Ecco perché mercoledì sera, davanti ad una platea rabbiosa ma silente di migliaia di vicentini spontaneamente scesi in piazza a manifestare contro il bavaglio imposto dal Consiglio di Stato, lo stesso sindaco ha rilanciato la consultazione popolare. Non si farà dentro le scuole perché ci è stato vietato, ma appena al di fuori in appositi gazebo. Come previsto per i normali appuntamenti elettorali verranno allestiti 53 punti di raccolta delle schede, ma questa volta gli scrutatori saranno volontari; in ciascun gazebo presenzieranno opportune figure di garanzia, affinché gli 84 mila aventi diritto possano votare regolarmente.

Cos’è cambiato dunque per i cittadini dopo la sentenza del Consiglio di Stato? Dal punto di vista pratico quasi nulla, ma dal punto di vista logico è cambiato il concetto di democrazia, che è diventata per i giudici romani “inutile” laddove non si prevede possa produrre risultati concreti (si legga a questo proposito il bell’articolo di Diamanti su Bussole).
Il timore è che si tema talmente tanto l’opinione dei cittadini (che, a detta del Generale Nato Fabio Mini, ha molta influenza sulle decisioni del Pentagono), da voler far loro dimenticare l’esistenza stessa degli strumenti e dei diritti democratici. Questo è il motivo per il quale la portata della nostra vicenda non è limitata al nostro territorio.
Vicenza ha il diritto di riprendersi il diritto di parola e lo farà domenica prossima, per dimostrare che, in un panorama di conclamata crisi della democrazia, forse si può ripartire proprio da qui, dal cuore del sonnolento Nordest.

Francesca Danda

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Commenti (1) »

  • sandro galluzzo ha detto:

    Assurdo come dei “giornalisti” riescano a falsificare le notizie.

    La base fu voluta dal governo Prodi che espresse la volontà di proseguire malgrado l’opposizione del pololo.
    Prodi riscrisse gli accordi con usa del dopoguerra e, oggi come 50 anni fa mise il segreto di stato

    Prodi=Regime e i prodiani sono con veltroni

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