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Tunisia: una rivolta muta

Autore: . Data: mercoledì, 22 ottobre 2008Commenti (1)

Da otto mesi gli abitanti del bacino minerario di Gafsa scendono in piazza per denunciare le loro condizioni di vita. A Ginevra, alcuni giornalisti tunisini hanno parlato della rivolta soffocata dal governo.Rilanciamo un articolo di swissinfo.ch che ci sembra di grande iinteresse.

Proprio mentre il governo di Tunisi ha normalizzato le proprie relazioni con la Svizzera, il paese maghrebino è confrontato con il più lungo e ampio movimento sociale della sua storia moderna. E’ infatti da otto mesi che la popolazione del bacino minerario di Gafsa è in piena rivolta contro “il modello economico tunisino”.

Praticamente blindati e isolati dalla sorveglianza del governo, studenti, operai, madri di famiglia moltiplicano gli scioperi e le manifestazioni per protestare contro la disoccupazione, la corruzione e i prezzi alle stelle.

Da parte degli organi di informazione ufficiali, un silenzio assordante. Intanto le forze di polizia hanno l’ordine di accerchiare, tormentare, arrestare i contestatari. E, soprattutto, di tenere lontano i giornalisti troppo curiosi.

Dall’inizio di quest’anno, a 400 chilometri a sud-ovest di Tunisi, la popolazione di questa roccaforte operaia si sta dunque costruendo la propria storia in una rivolta compatta e orgogliosa.

Grazie al minerale estratto da questo bacino, la Tunisia è il quarto produttore al mondo di fosfato. Eppure la regione è rimasta una delle più povere del paese: nessuna infrastruttura, salvo una linea ferroviaria che serve unicamente al trasporto delle merci.
La protesta dei giovani

La Compagnia di fosfati di Gafsa (CPG) è, dal XIX secolo, l’unico motore economico della regione. Ma un piano di ristrutturazione ha ridotto dal 75% gli effettivi della compagnia: da undicimila impiegati a cinquemila. La disoccupazione colpisce il 40% dei giovani.

Il movimento parte proprio da loro, dai giovani, il 5 gennaio 2008 nella città di Redeyef. E parte il giorno in cui sono pubblicati i risultati, ritenuti falsi, del concorso di assunzione della CPC. Esclusi, i giovani neodiplomati della regione decidono di occupare la sede regionale dell’Unione generale tunisina del lavoro (UGTT).

A loro si uniscono rapidamente le vedove dei minatori e le loro famiglie, che montano delle tende davanti all’edificio. Da quel momento, il movimento non cessa di estendersi rapidamente.

D fronte ad un movimento tanto compatto e determinato, il potere definisce due priorità: evitare ad ogni costo che la rivolta si estenda ad altre regioni e fare di tutto affinché l’immagine del paese – una meta turistica privilegiata con 6,7 milioni di vacanzieri nel 2007 – sia risparmiata.

“La zona è vietata ai giornalisti stranieri”, spiega Rachid Khéchana, caporedattore di Al-Mawqif (L’opinione, uno dei tre giornali d’opposizione del paese), corrispondente di swissinfo e del quotidiano panarabo Al-Hayat pubblicato a Londra.

“Le autorità tunisine – spiega il giornalista – non vogliono che lo scandalo esca dai confini nazionali. Poiché se le informazioni vengono diffuse all’estero, la situazione non potrà più essere controllata. Fintanto che si tratta di un giornale locale, è possibile farlo sparire dai chioschi”. Grazie a questo muro di silenzio, agli occhi del mondo non ci sono né rivolte, né arresti, né processi.
Una breccia effimera nel muro del silenzio

Eppure una squadra della Televisione pirata Al Hiwar Attounisi (Il Dialogo tunisino) è riuscita a filmare le immagini delle rivolta e a farle circolare. Sono infatti state diffuse via satellite sulla rete italiana Arcoiris e sull’emittente francese France 3.

Da allora i giornalisti della rete televisiva tunisina sono vittime di angherie e pestaggi ripetuti. Una situazione che ha spinto il direttore Tahar Ben Hassine sulle rive del Lemano, a Ginevra. La settimana scorsa lui e Rachid Khéchana hanno portato la loro testimonianza

“Quelle della nostra emittente – spiega il direttore – sono le uniche immagini esistenti che documentano l’insurrezione popolare a Gafsa. Sono state prese clandestinamente e la loro diffusione via satellite frattura la strategia del potere. Il governo vuol far credere che a Gafsa non succede niente”.

“La polizia, del resto, ha il preciso ordine di agire in modo sparso per non dare l’idea di un intervento massiccio. Chi può venire a sapere che qui un tizio è stato pestato e che laggiù la telecamera di un giornalista è stata distrutta? Così facendo – continua Ben Hassine – un muro invisibile circonda e soffoca la popolazione”.
Vane promesse e persecuzioni

Lo scorso mese di marzo, il presidente tunisino ha contrattaccato. Come apparente segnale di distensione, ha licenziato il governatore di Gafsa e, successivamente, il presidente direttore generale della compagnia mineraria. In luglio si è poi impegnato a destinare una percentuale dei profitti delle esportazioni di fosfato, alla costruzione di un nuovo cementificio e di nuove infrastrutture. Progetti, insomma, di rilancio occupazionale.

“A quel momento – ironizza Rachid Khéchana – i media ufficiali hanno parlato della regione mineraria. È uno dei rari casi in cui Ben Ali ha riconosciuto l’esistenza di un problema sociale”. Dopo questa iniziativa presidenziale, la tensione si era allentata, per poi acuirsi di nuovo quando le famiglie si sono rese conto della vacuità delle promesse presidenziali. La brutale riposta del governo si è allora abbattuta come un fulmine sulla regione.

Intanto i sindacalisti sono nel mirino del governo: “Trentotto sono ancora in attesa di un processo. Accusati di reati di diritto comune, possono essere condannati a pesanti pene detentive. Uno di loro, Adnan Hajji, rischia diverse decine d’anni di galera”.

Sul giornalista di Al-Hiwar, Fahem Boulkaddous, pesa l’accusa di “costituzione di banda di malfattori” e rischia dieci anni di carcere. La sua colpa? “Aver documentato – commenta il direttore della testata per cui lavora – la rivolta del popolo delle miniere a Gafsa”.

Il movimento sociale può contare sul forte sostegno della società civile e degli avvocati, che a turni fanno la spola tra Tunisi e Gafsa – dieci ore d’auto, andata e ritorno – per seguire i processi e difendere i detenuti.

swissinfo, Carole Vann/Infosud
(traduzione e adattamento dal francese Françoise Gehring)

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Commenti (1) »

  • Roberto Tarozzo ha detto:

    Allons enfants de la Tunisie!!

    Noi pensiamo alle cazzate dei nostri “gerarchi” dimenticando che i fatti recenti di Tunisi sono solamente i prodromi di quello che accadrà nelle capitali europee nei prossimi anni. Ho conosciuto il caratterino dei tunisini nei primi anni 80 quando terminati gli studi, andai a Tunisi per meccanizzare la BNT (Banque Nationale de Tunise) in Avenue Bourguiba.
    Ho sempre apprezzato la loro fierezza, la voglia di libertà e l’intolleranza nei confronti delle ingiustizie Credo che i francesi abbiano contribuito non poco nel trasmettere loro la paura del giogo di “padroni” ladri di pollame e vigliacchi come i componenti della famiglia di Ben Ali, inquietanti analogie con Marcos e Imelda, ma qui la collezione di scarpe non centra.
    Miserabili parassiti che hanno rubato a piene mani salassando di fatto un paese turistico e florido, molto vicino alla cultura laica e liberale europea.Giudicare i fuggitivi è cosa inutile, speriamo che qualche altro bastardo come loro non si appropri del posto vacante.
    Certo che la fame è brutta cosa e distruggere di fatto un paese a causa dell’aumento di pane e latte è incomprensibile, come è potuto accadere tutto ciò a due passi dalla ricca e opulenta Europa?
    Dettaglio non trascurabile, i Tunisini di fatto con la gravità della loro rivoluzione potrebbero aver spalancato le porte alla Sharia, la legge dei folli e delle tenebre, attention enfant!

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