Tragedia Thyssen a teatro
Lo spettacolo di Delbono a Torino
La missione del teatro che vuol raccontare la vita senza né veli né pudore si è compiuta: lo spettacolo ‘La menzogna’ di Pippo Delbono, ispirato alla tragedia della ThyssenKrupp del 5 dicembre scorso, quando morirono bruciati sette operai, ha inaugurato la stagione del Teatro Stabile di Torino lasciando il pubblico sconcertato, coinvolto, toccato. L’atteso pugno nello stomaco c’è stato.
Uno spettacolo, quello realizzato da Delbono alle Fonderie Limone di Moncalieri, sentito, sofferto, autentico. Il giudizio estetico riguarda ciò che Delbono è, insieme con la sua compagnia: provocatorio, sorprendente, politicamente scorretto. Lo spettacolo si intitola ‘La Menzogna’ perché, come sostiene Delbono, “la nostra società e il nostro sistema politico economico sono fondati sull’assoluta menzogna, ma potrebbe anche chiamarsi ‘Rabbia’ (titolo peraltro già usato dal regista per altri lavori).
Tutti gli attori sono sempre vestiti o mascherati di nero, quando non sono completamente nudi: il senso è quello di trasportare sulle tavole del palcoscenico quello che provarono i parenti delle vittime della ThyssenKrupp, qualcosa di inaccettabile, ignobile, non capito.
Come ne ‘I Barboni’, ‘Guerra’, ‘Urlo’, ‘Il silenzio’, anche questo spettacolo di Delbono è carnale, estremamente fisico, affascinante, gridato e sincero. Sul palcoscenico, tra battelli e squallidi armadietti di latta e scheletri di bare di ferro, ci sono attori che interpretano l’impotenza davanti alla tragedia e anche la morte di corpi incendiati. Difficile restare indifferenti.
Non si può neppure per via della musica forte, incalzante, con brani tedeschi degli anni Venti per ricordare le origini teutoniche della Thyssen, il gruppo di cui appare, all’inizio, anche un lungo spot pubblicitario inneggiante famiglie felici, grande modernità ed un futuro di successo.
Uno spot maledettamente in contrasto con quello che Delbono ha detto della Thyssen a Torino: “Un posto di merda, schifoso, vergognoso, ma come si può far vivere la gente in una fabbrica del genere”. Anche Delbono alla fine si spoglia e resta nudo in scena, da solo, in un agghiacciante silenzio attraversato solo dalle sue parole: “Scusate la menzogna che mi porto dentro, ma è così da quando ero bambino”.
Perché, come Delbono ha spiegato nel buffet di inaugurazione della stagione dello Stabile (il regista ha anche invitato dei rom del campo nomadi di Moncalieri), “la menzogna è parte integrante di noi, anche della stessa madre che dice di fare tutto nella vita per i figli, in realtà lo fa per se stessa”.
Lo spettacolo, a tratti intimista, finisce con la dichiarazione del regista che dedica l’opera al padre che faceva l’operaio.


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