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Prigionieri di Facebook

Autore: . Data: lunedì, 27 ottobre 2008Commenti (0)

Terra bruciata dietro il social network statunitense, che “stacca” i concorrenti con un boom di iscrizioni. Ma qualcuno dice che da Facebook “non si può uscire”: e l’Europa si muove.
E’ ormai assodato: battendo di svariate lunghezze persino il “vecchio” MySpace, anche in Italia Facebook si impone come vincente tra i social network. Con 1.369.000 utenti stimati solo in Italia (nel mondo siamo ben oltre i 132 milioni), la community nata tra le mura di Harvard ha progressivamente colmato il distacco accumulato nel Belpaese nei confronti dei propri competitor più anziani per strappare finalmente, con lo sprint del 961 per cento realizzato negli ultimi dodici mesi, l’agognato primato.

Tutti su Facebook, quindi: ci si trova il classico zio d’America, ma anche la più prosaica fiamma di gioventù, il compagno di banco, l’ex collega di lavoro. E si stringono contatti commentandosi a vicenda, tenendosi aggiornati sui rispettivi impegni, ma anche rispondendo ai sempre nuovi stimoli (più o meno ludici) che il reattivo team del mega-sito propone di volta in volta all’utenza.
Il prezzo da pagare per questa continua interconnessione, però, si va scoprendo essere sempre più alto man mano che arrivano anche le voci fuori dal coro: secondo molti “fuoriusciti” dal grande network, infatti, con la rete che Facebook offre ai propri utenti prima o poi ci si strangola.

Già il New York Times, qualche mese fa, aveva lanciato l’allarme: in Facebook è un gioco da ragazzi entrare, ma provate ad uscirne. A Nipon Das, trentaquattrenne di Manhattan, chiedere la rimozione del proprio profilo aveva richiesto centinaia di mail e minacce di azioni legali. Perché? Secondo Facebook “le difficoltà a uscire dai server nascono dalla possibilità offerta ai clienti di rientrare nel sistema quando vogliono semplicemente riattivando l’account e ritrovando le informazioni come le avevano lasciate”; molto più semplicemente, le informazioni che si concedono a quello che qualcuno ha orwellianamente definito “l’archivio umano” vengono mantenute per un arco temporale che in nessun punto del sito viene meglio quantificato.

Ma, se gli utenti spesso non hanno mezzi per ottenere la cancellazione dei propri dati sensibili dal sistemone (cui dietro le quinte partecipa anche Microsoft), qualcosa possono le autorità preposte: ed è interessante che le prime avvisaglie di interesse arrivino proprio dall’Europa, i cui organi comunitari confermano una linea marcatamente a favore della tutela della privacy. Proprio dal 25 ottobre, infatti, la micidiale accoppiata “social network + motori di ricerca” verrà privata del suo meccanismo più deleterio: la 30ma Conferenza Internazionale delle Autorità per la protezione dei dati personali, tenutasi a Strasburgo la scorsa settimana, ha infatti vietato a Google e consimili di diffondere i dati personali degli utenti di Facebook (ma anche dei suoi “fratelli minori” come Friendster, Badoo o lo stesso MySpace). Certo, i maligni pensano che questa improvvisa premura sia scaturita dall’imbarazzante scoperta della gravidanza della figlia di Sarah Palin, candidata alla vicepresidenza degli Stati Uniti, avvenuta proprio grazie alle confidenze carpite al suo fidanzatino su Facebook, ma tant’è: quantomeno nell’ambito della Comunità Europea, cercare su Google il nome di un iscritto ad un social network non costituirà più una indebita scorciatoia per ricavarne le informazioni personali.

Rimane in ogni caso tutto da analizzare questo morboso bisogno di mostrarsi, di farsi vedere, che ha reso sempre di più internet una terra di voyeur di provincia e che contribuisce in modo massiccio all’inarrestabile boom di servizi come Facebook; ma questa è materia su cui già dibattono ampiamente sociologi e psicologi di ogni risma, ed ai quali cediamo volentieri la penna.

Carlo Crudele

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