Paolo Conte e Psiche
E’ appena partito il tour del cantautore che a settembre ha presentato il nuovo album, Psiche. La recensione per “Tu inviato”
La pubblicazione di un nuovo disco di Paolo Conte, si sa, è sempre evento molto atteso dagli appassionati di musica, siano essi ascoltatori cresciuti a pane e Club Tenco, che generici frequentatori di musica di qualità. Del resto sarebbe assai curioso il contrario, vista l’evidente influenza spiegata dall’avvocato astigiano su almeno due generazioni di colleghi e sulla musica leggera italiana tutta.
Psiche giunge dunque a quattro anni di distanza da Elegia, che aveva segnato il ritorno alla forma-canzone dopo Razmataz, l’ambiziosa opera multidisciplinare datata 2001 che rappresenta una sorta di spartiacque nella produzione del musicista. Questo nuovo lavoro ci riconsegna un Paolo Conte classico e ispirato che, pur nei solchi della tradizione, propone qualche novità interessante a partire dal lato squisitamente musicale.
Gli arrangiamenti di Psiche, con la sovrabbondanza di programmazioni e tastiere, rimandano alla mente alcuni dischi cruciali del maestro, come Paolo Conte del 1984 e Aguaplano del 1987 per citare i più significativi, la sublimazione del Conte-pensiero.
Rispetto a queste due pietre miliari, Psiche differisce dal punto di vista della scrittura: sempre erudita e carica di quel simbolismo che abbiamo imparato ad amare negli anni, si discosta però per l’incisività poetica. Per semplificare potremmo dire che il livello medio delle canzoni non è eccelso, anche in confronto ad opere ben più recenti delle citate, come il predecessore Elegia e il mai troppo ricordato Una faccia in prestito.
Non mancano ovviamente momenti di rilievo come l’incedere indolente de Il quadrato e il cerchio, la magnificenza melodica di Coup de Theatre, o la parodia caposelliana di Loudmilla, ma Psiche non sarà ricordato tra le migliori raccolte di canzoni di Conte. Complice in questo, per tornare agli arrangiamenti, anche una certa nonchalance con la quale lui immerge le mani nell’elettronica: si ascolti in tal senso Omicron, una melodia esotica non banale, affogata in un mare sintetico davvero fuori luogo.
E’ solo un momento, perchè in altri casi per fortuna l’utilizzo delle tastiere è senz’altro più funzionale ed equilibrato, ma immagino che farà arricciare il naso a non pochi fan dell’avvocato. Che ciononostante potranno ampiamente consolarsi all’ascolto di un “classico istantaneo” come La Danza della Vanità, dove il nostro gigioneggia come solo lui sa fare regalando una grandissima interpretazione sempre in bilico tra cabaret, jazz e canzone d’autore.
Ilario Galati


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