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Opposizioni a Berlusconi

Autore: . Data: domenica, 12 ottobre 2008Commenti (0)

Ieri a Roma una giornata di opposizione al governo Berlusconi. Corteo della ‘sinistra’ e lancio del referendum contro il ‘lodo Alfano’ da parte di Di Pietro.


In un bel sabato romano, temperatura mite e cielo blu, in due zone diverse del centro storico sono stati organizzati dei provini di opposizione. Da piazza della Repubblica è partito il corteo della sinistra, mentre a piazza Navona c’era Antonio Di Pietro.

Negli ultimi mesi l’accelerazione autoritaria del governo Berlusconi non ha dato tregua a nessuno. Con raffiche di decreti e sventagliate di voti di fiducia in Parlamento sono stati varati provvedimenti dal taglio più reazionario che conservatore.

Il Partito democratico e l’Udc, i sopravvissuti alla ‘semplificazione’ del sistema politico, non hanno saputo in nessun modo interpretare il dissenso di una parte del Paese per le scelte del governo di centro destra.

Ieri, per la prima volta dal mese di aprile, dal giorno della disfatta dell’Arcobaleno e dall’espulsione dal Parlamento, la sinistra varia (Rifondazione, Pdci, Verdi, Sinistra democratica, gruppetti vari) si è palesata per affermare, nelle parole di Diliberto, che “la manifestazione di oggi segna la fine della ritirata dopo mesi di conflitti e congressi. Qui c’è l’opposizione di sinistra al governo Berlusconi”.

L’Italia dei Valori, dal canto suo, già da tempo vivacemente contestativa nei confronti del Cavaliere, ha dato il via alla raccolta di firme contro il ‘lodo Alfano’ e messo in moto la ‘fase B’, quella dello spostamento di una parte di elettori del Pd verso posizioni meno ondivaghe e indefinite nei confronti del blocco messo in piedi dall’Uomo della Provvidenza, Berlusconi, e di recupero di chi comincia a diffidare del Cavaliere.

Il corteo della sinistra e piazza Navona di Di Pietro, però, sembravano essere tra loro incompatibili.

Il corteo rosso, con i suoi canti, le bandiere, i carri con la musica a tutto volume, per chi lo guardava dai marciapiedi, non sembrava rappresentare ‘il ritorno’ di una parte politica storicamente importante nella storia italiana, ma quasi la certificazione della sua definitiva e ineluttabile scomparsa.

In uno striscione la sintesi di questa percezione: “Per una sinistra di lotta e di opposizione”.

Il carattere settario e isolazionista, tratto distintivo di una cultura politica autoreferenziale, era riassunto in modo mirabile in quelle parole. Per fare un salto in un altro campo, si potrebbero citare le parole del barone De Coubertain: “L’importante non è vincere, ma partecipare”. Lasciando da parte la colossale querelle sulla genesi dell’affermazione dell’inventore delle Olimpiadi moderne si potrebbe notare che per gli ‘antagonisti’ il suo pensiero sia diventato: “L’importante non è perdere, ma partecipare”.

Lo scopo principale di una forza politica è il governo. Governare vuol dire poter rendere concreta una visione della vita e del mondo e nel caso dei ‘progressisti’ restituire libertà, legalità e fraternità ai cittadini, abbattendo le barriere della differenza, dell’esclusione, dello sfruttamento.

Il corteo della sinistra di ieri era invece una manifestazione rivolta verso se stessi, la dimostrazione di un principio di sopravvivenza che i partecipanti hanno voluto fare nei propri confronti, in un contesto fisico spaventosamente separato dalla società nazionale.

In tempi lontani, quando la politica italiana era cosa seria, l’allora forza politica più forte della sinistra, il Partito Comunista Italiano, aveva una strategia molto chiara. Quella delle “riforme di struttura” come mezzo per il rinnovamento del Paese e l’organizzazione di un fronte unitario che fosse “di lotta e di governo”.

Quei trecentomila (secondo gli organizzatori) di ieri erano lì in un colossale fenomeno di autocoscienza, alla ricerca della dimostrazione palese che l’identità non si fosse smarrita. I ‘politici contemporanei’ di solito affrontano le cose in modo ‘speciale’, non tengono più conto del radicamento sociale, ma suppongono che prendere un treno e qualche autobus, arrivare da qualche parte e farsi un paio di chilometri a piedi urlando qualcosa possa servire a qualcosa. Non è così.

Era vero, è vero, quando fin nel più piccolo paesino di montagna, ogni giorno, ci sono persone che vivono, spiegano, coinvolgono i cittadini in un processo politico con finalità chiare ed obiettivi raggiungibili. Così, quando l’apice del conflitto è raggiunto, i ‘delegati’ di quel popolo disperso ‘nel territorio’ salgono su un mezzo di trasporto, vanno in qualche posto e mostrano al potere le proprie idee e la propria forza.

Guardando la ‘manifestazione’ dal piccolo paesino chi è rimasto a casa sa di esserci anche lui e lo racconta agli altri, anche a chi la pensa diversamente, costruendo in questo modo una coscienza collettiva, la forza del pensiero e la capacità d’agire. L’era digitale non ha abolito la coscienza di massa, per esser chiari.

I manifestanti ‘rossi’ di ieri erano se stessi, nessuna articolazione territoriale, nessun legame con la società, nessun ‘lavoro’ per essere nella pancia e nel cuore del Paese. Solo un egoistico sforzo identitario, l’idea infantile di poter esistere solo perché si dice di esistere, a prescindere dalle capacità reali nel saper sviluppare consenso, rappresentare, essere interpreti di un sogno collettivo di libertà ed emancipazione.

Ecco perché, con molte probabilità, la manifestazione ‘antagonista’ più che una rinascita è stata la certificazione notarile di una sconfitta.

Per Di Pietro, considerato dai ‘puri di sinistra’ un rappresentante della ‘destra’ il discorso è diverso.

In una piazza dodici gazebo raccoglievano firme contro il ‘lodo Alfano’ mentre passanti, militanti, cittadini di ogni tipo firmavano ed ascoltavano le testimonianze di giornalisti stanchi del regime di silenzio, di dipendenti Alitalia venduti al mercato degli interessi di parte, di insegnanti preoccupati per le ‘trovate’ del ministro Gelmini. Così dopo qualche ora erano state raccolte oltre ventimila firme per il referendum. Certo, in un contesto politico di difficile decifrazione, nel quale non si comprende bene il carattere d’appartenenza dell’Italia dei valori, non si sa se il libertarismo di sinistra o un certo essere ‘per bene’ di una piccola borghesia un po’ bigotta e moralista possano convivere e sopravvivere in un’entità politica ancora semplice, un po’ rozza, provinciale.

Però a Piazza Navona si ‘sentiva’ l’esistenza di un rapporto con una parte del Paese, la disponibilità ad ‘accogliere’ chi vuole opporsi e non a ‘giudicare’ chi non lo fa. Sport preferito dagli ‘antagonisti’.

Si vedrà chi dei due embrioni di contrasto al berlusconismo saprà andare avanti e costruire un blocco sociale in grado di mettere in crisi il monolite dell’Uomo della Provvidenza.

A margine resta l’ennesima Waterloo di telegiornali e grandi quotidiani, ormai allenati al regime del quasi silenzio. Le notizie sulle due iniziative sono state relegate in qualche angolo di cronaca, poche parole e via, tra un servizio sulle castagne d’autunno ed una sagra della salsiccia. Ma questa non è una novità.

Roberto Barbera

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