Operaio, marocchino, infortunato
La storia di Slassi: caduto da un ponteggio e moribondo, viene abbandonato. I carabinieri e l’ambulanza prima, e il sindacato poi, riescono a salvarlo.
La piaga degli infortuni mortali sul lavoro fa parlare di sé quando il malcapitato muore e conquista così un titolo su qualche giornale. A volte il dramma avvenuto in cantiere o in fabbrica non viene nemmeno denunciato (tanto più se l’operaio è clandestino e pagato in nero): eppure, in qualche circostanza, può diventare un importante caso giudiziario.
Così è successo a Slassi, giovane lavoratore edile marocchino che in seguito ad un infortunio ha vissuto (e sta tuttora vivendo) una drammatica odissea.
La sua storia è emblematica di quanto può accadere nel settore edile: nato e vissuto fino alla maggiore età a Fez, importante città marocchina dove ancora si lavorano i tappeti utilizzando i colori naturali, è arrivato in Italia con uno dei tanti barconi della speranza che attraversano il Mediterraneo.
Clandestino, ha dormito per un po’ in luoghi di fortuna, presso connazionali, in case abbandonate o all’addiaccio. Poi ha trovato posto da muratore in una ditta di Lecco.
Un ragazzo come tanti, che dopo il varo della legge “Bossi-Fini” si è ricavato una sua pericolante dimensione nella diffusissima condizione di clandestinità.
Appena arrivato in azienda – raccontano alla Fillea Cgil lombarda, la categoria degli edili – lo hanno fatto salire su un ponteggio, senza protezioni e senza le minime informazioni in materia di sicurezza.
In questo contesto, mentre lavorava su un tetto si è trovato in bilico su delle lastre di eternit ed è scivolato da un’altezza di dodici metri.
“Il datore di lavoro – racconta Franco De Alessandri, segretario generale della Fillea – ha pensato bene di chiedere aiuto a sua figlia, che si è presentata in cantiere con una Bmw in compagnia di alcuni amici”.
Hanno caricato Slassi, che ovviamente versava in condizioni gravissime e ai loro occhi doveva essere apparso come ormai moribondo, “e lo hanno portato a dieci chilometri di distanza. Abbandonandolo sul ciglio della strada”.
Pare che ai carabinieri sia arrivata subito dopo una telefonata, che li informava di un’avvenuta rissa tra marocchini, nel corso della quale Slassi avrebbe avuto la peggio.
Evidentemente, nella remota ipotesi che l’operaio fosse sopravvissuto, data la sua condizione di cittadino clandestino e intimorito da un episodio tanto violento, non avrebbe dovuto avere la forza di sporgere denuncia. Ma nei piani del padrone qualcosa è andato storto.
“Il primo intervento delle forze dell’ordine – ricorda il segretario Fillea – è stato provvidenziale. Un carabiniere, non avendo notato sul corpo del malcapitato lividi tali da giustificare la rissa, ha capito che qualcosa non quadrava nella ‘denuncia telefonica’. Ha steso il suo rapporto. Oltre all’ambulanza è giunta sul posto anche la Asl e il ragazzo, per settimane in coma, è rimasto lungamente ricoverato in ospedale”.
Durante la convalescenza Slassi è stato inizialmente accudito da una signora, che l’operaio ha identificato come legata all’azienda e l’ha perciò allontanata.
“In seguito – dice ancora il sindacalista – altri emissari gli avrebbero offerto soldi nel vano tentativo di ‘chiudere la pratica’. Per fortuna un nostro sindacalista è riuscito ad agganciare il lavoratore e da quel momento si è instaurato un rapporto tra Slassi e la Fillea-Cgil di Lecco”.
Che lo ha assistito sindacalmente e accudito ventiquattr’ore su ventiquattro. Così il ragazzo ha capito di potersi fidare, è diventato socievole “e dopo mesi ci ha raccontato tutta la storia: da qui è nata la nostra decisione di denunciare l’azienda e di costituirci, come Fillea regionale lombarda, parte civile”.
Proprio recentemente è giunta la prima sentenza, che ha ingiunto alla azienda il risarcimento del danno, in quanto è stato riconosciuto che al momento dell’infortunio Slassi stava lavorando in nero, e ha condannato l’imprenditore ad un anno di reclusione per lesioni gravissime. “Questo primo risultato – commenta De Alessandri – è per noi molto importante: troppo spesso, in vicende simili accadute in passato, gli imprenditori l’hanno quasi sempre fatta franca sul terreno penale, e se la sono magari cavata con il risarcimento”.
In questo momento Slassi non è più in grado di lavorare: deambula a fatica ed è inabile, all’età di 32 anni. E’ tornato per un breve tempo in Marocco, dove si è sposato ed ha avuto un figlio, poi è tornato in Italia e vive attualmente in una struttura protetta, in una cittadina lombarda, insieme a qualche altro connazionale. Sotto la tutela del sindacato, che attende insieme a lui la fine dell’iter processuale.
Libero Panunzio


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