Obama e razzismo da crisi
Il candidato afroamericano costretto a confrontarsi con un nuovo razzismo nascente, determinato dall’impoverimento generale degli Stati Uniti. Un articolo per “Tu inviato”.
A New York per tastare il polso all’andamento del mercato del lavoro nella più sviluppata tra le città statunitensi basta stazionare per qualche ora all’incrocio tra Lexington Avenue e la 66 street..
Qui, nei pressi di un grande magazzino di bricolage, uno dei più frequentati di tutti gli Stati Uniti d’America, la mattina sono soliti ritrovarsi tutti quegli immigrati illegali che quotidianamente, nonostante le recenti reti di sorveglianza installate dal Governo americano, oltrepassano clandestinamente la frontiera tra Messico e Stati Uniti.
Ogni mattina sono centinaia e centinaia ed il loro numero sale ogni qual volta l’economia della maggiore democrazia al mondo segna il passo. Quando invece le cose vanno per il meglio trovano già pronti i furgoncini dei piccoli imprenditori pronti a trasportarli nei vari cantieri.
Qui è relativamente facile trovare un ingaggio giornaliero o settimanale come operaio in un cantiere edile, giardiniere in qualche abitazione privata o uomo di fatica in qualche impresa di trasporti.
Gli ingaggiati, quasi tutti ispanici, pur conoscendo il loro stato di clandestinità ed il fatto che la paga sarà misera, non intendono rinunciare al loro “ sogno americano”, giacché comunque anche una paga molto al di sotto del minimo salariale permette loro di accantonare qualche dollaro da inviare alla famiglia nel paese di provenienza.
In Perù, Bolivia, Venezuela o Colombia anche una semplice manciata di dollari costituisce una ricchezza e così in Sudamerica non è raro vedere famiglie, che sino al giorno prima soffrivano la fame, all’improvviso costruirsi dimore più che dignitose: è il segno che qualche loro componente è emigrato, quasi sempre illegalmente, negli Stati Uniti.
L’attuale gravissima crisi finanziaria, che ormai oltre-oceano si è trasferita dall’astratto mondo delle borse a quello dell’economia reale, sta determinando una forte recessione ed un conseguente e preoccupante aumento della disoccupazione. La mancanza di lavoro sta portando molti cittadini a chiedere l’espulsione di questi clandestini, colpevoli di portar via l’impiego agli ‘americani’, accettando paghe da fame.
Parecchi esponenti della “mitica” middle-class statunitense negli ultimi mesi si sono talmente impoveriti da divenire diretti competitori degli immigrati, che vedono solo come “ ladri di lavoro”.
Gli Stati Uniti, pur non avendo superato del tutto le tradizionali spinte razziste della popolazione bianca in particolare degli stati del Sud, hanno sviluppato nel tempo reti ‘comunitarie’ di tipo economico e commerciale nelle quali neri ed ispanci hanno assunto il ruolo di imprenditori. Queste comunità offrono approdo per gli immigrati in cerca di impiego.
Le preoccupazioni delle ‘new middle-class’ non bianca e di quella parte dei Wasp (White, Anglo-Saxon, Protestant) che con la crisi vedono in pericolo il proprio status sociale potrebbero indurre queste componenti a temere la politica di Obama e decidere di non votare o, addirittura farlo per McCain.
Il candidato democratico Barak Obama, sinora considerato il favorito nella corsa alla Casa Bianca, potrebbe essere considerato troppo duttile in materia di politiche dell’immigrazione essendo, a sua volta, figlio di immigrati.
Gli americani potrebbero trovarsi più tutelati nella difesa del proprio posto di lavoro dai repubblicani, anche se tutti sono consapevoli dei danni prodotti dalla presidenza Bush. Tuttavia, il profilo ‘indipendente’ del senatore McCain, nonostante il crollo di popolarità della Palin (sua candidata alla vice presidenza), rischia di complicare la corsa verso la Casa Bianca del primo candidato afroamericano alla presidenza degli Stati Uniti.
Sergio Bagnoli


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