La scuola di don Milani
In libreria una biografia del maestro di Barbiana: “Non fu sessantottino, cercava solo Dio”. Eppure trasmise agli scolari senso critico e primato della giustizia.
In tempi di riforme scolastiche volte al passato, capita a proposito la recentissima uscita di una biografia di don Lorenzo Milani (“Il segreto di Barbiana”, di Frediano Sessi, Marsilio, pp. 190, euro 14), autore di scritti famosi e citatissimi, da “Lettera ad una professoressa” a “L’obbedienza non è più una virtù”.
Il sacerdote della comunità toscana di Barbiana, scomparso prematuramente a 44 anni nel 1967, ha lungamente insegnato tra i bambini delle scuole elementari lasciando l’impronta di educatore al tempo stesso severo e attento ai bisogni educativi degli allievi più poveri.
La tesi dell’autore, in verità, punta a smitizzare il don Milani “sessantottino” ante litteram. Il “vero” sacerdote, lascia intendere Sessi, ha poco a che vedere con i proclami utilizzati in suo ricordo dai partiti politici di fine Novecento, dall’I care (“Mi importa”, “me ne curo”) veltroniano (quando l’ex sindaco di Roma intitolò il congresso dei Ds alla memoria del religioso) ai richiami continui del mondo cattolico di base più arrabbiato con la gerarchia vaticana.
Secondo Sessi, che ha interpellato a sostegno della sua opinione Michele Gesualdi, il più noto allievo del prete di Barbiana, don Milani non uscì mai da una rigorosa dimensione religiosa, figlia a sua volta dell’illuminazione “mistica” che lo indusse a vestire l’abito talare. “La scuola – ha confermato Gesualdi a Sessi – non era il suo fine ma il mezzo per parlare di Dio”.
L’approccio didattico scelto dal sacerdote, dunque, avrebbe avuto come unico obiettivo quello di spingere gli allievi ad una scelta di fede consapevole e responsabile. Per quanto riguarda l’opera più nota firmata da don Milani, “Lettera ad una professoressa”, in realtà sarebbe stata scritta dai suoi bambini. Per meglio dire, rappresenterebbe una raccolta di pensieri e riflessioni degli ex scolari, pubblicati con l’imprimatur del sacerdote quando questi si trovava ormai in punto di morte.
Il lavoro di Frediano Sessi rappresenta una nuova chiave di lettura della vita del celebre educatore, che ne valorizza gli aspetti più “intimi” e legati alla profonda ispirazione religiosa. Tuttavia restano alcuni dubbi su un’interpretazione così originale, in linea (forse inconsapevolmente) con la ventata di rivisitazione storiografica che ci accompagna ogni giorno.
Don Milani era un prete, e come tale va ricordato. Ma di certo insegnò ai suoi scolari a disobbedire, a ribellarsi all’ingiustizia, a valorizzare il proprio senso critico. Un prete laico, insomma, che non avrebbe desiderato diventare un’icona della protesta, ma che denunciò il classismo insito nella scuola. E finalizzato a tracciare la strada del successo ai rampolli dei ricchi, negando le stesse opportunità ai figli dei poveri.
Libero Panunzio


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