La scuola di Cantet
Nello stesso giorno delle manifestazioni anti-Gelmini esce “La Classe – entre les murs”, il film su una scuola di periferia che ha vinto la Palma d’oro a Cannes. Per il regista Cantet la scuola deve essere uno spazio democratico di scambio. Un articolo per “tu inviato”
Vincitore a Cannes della Palma d’oro, il film di Laurent Cantet, “La classe – Entre le murs”, è uscito ieri in Italia, in sincronismo perfetto con le proteste studentesche contro la riforma scolastica del Ministro Mariastella Gelmini. Mentre gli studenti italiani si uniscono per dire no ai tagli previsti in finanziaria, in particolare a quello del personale docente, e per perorare la causa della “conoscenza intesa come investimento per il futuro sociale, culturale ed economico del Paese” – come afferma il coordinatore dell’Unione degli Studenti, Stefano Vitale, – il regista francese di “Risorse umane” e “Verso il sud” racconta il difficile rapporto di un professore di lettere con i 25 studenti di una scuola della periferia parigina.
Il suo è uno sguardo semplice e immediato, senza fronzoli e retorica, mai patetico o scontato, reale come autentici, del resto, sono i protagonisti della storia: alunni e docenti di una III media del XX Arrondissement parigino, scelti e ripresi durante un laboratorio settimanale iniziato nel novembre 2006 e durato un anno.
L’opera di Cantet, più un documentario sociologico che non un film, è tratto dal libro semi-autobiografico di François Bégaudeau, che insegna alla scuola presa in esame e che è (co)sceneggiatore ma, soprattutto, interprete principale del docu-film.
È proprio durante le lezioni di lettere del Prof. Bégaudeau che prendono forma dinamiche più interessanti dal punto di vista sociale che non didattico. Il regista, del resto, ha dichiarato di “non voler rappresentare la realtà della scuola francese né indicare un metodo normativo per creare degli individui omologati”. Bensì Cantet, come appare anche dalle sue pellicole precedenti, vuole indagare sui meccanismi delle relazioni umane che si instaurano, in questo caso, tra le pareti scolastiche.
L’insegnante Bégaudeau è uno di quei docenti che prova a trasmettere ai suoi studenti un po’ di passione ed entusiasmo per la materia che insegna e che prende a pretesto quest’ultima per far sì che i suoi giovani allievi si affaccino al mondo esterno con intelligenza e serenità. Tuttavia, non è un eroe: Cantet, in questo, è particolarmente bravo a non tracciarlo come un paladino della giustizia, facendogli commettere umani errori, come quello di dare delle “sgallettate” a due sue allieve, di avere delle preferenze o di non agire oltre le proprie competenze di professore quando un suo studente viene espulso. Parecchi altri registi, al suo posto, avrebbero trovato materiale vivo da trasformare in sostanza eroica e retorica: ragazzi sbandati da salvare dalla strada, figli di immigrati a cui evitare il rimpatrio, ragazzine sfrontate da rimettere sulla via del perbenismo, giovani insicuri da riscattare dalla timidezza. Invece Cantet non giudica né indirizza l’interpretazione dello spettatore, semplicemente mostra la realtà odierna, una delle tante.
Certo, come afferma lui stesso, “non si insegna così in tutte le scuole di Francia ma ugualmente mi piaceva sottolineare quelle situazioni in cui la scuola diventa uno spazio democratico di scambio”. “Quello che mi stava a cuore e che volevo trasmettere”, continua il regista, “era l’idea che la scuola non possa più concepirsi come un qualcosa di totalmente separato dal resto della realtà, non si può pensare che gli allievi arrivino in classe con la mente sgombra dai loro problemi e dalla loro cultura e si limitino soltanto ad apprendere quello che viene insegnato. La scuola deve confrontarsi con la diversità culturale e imparare a integrarla nel sistema scolastico”. Nella storia di “Entre le murs”, come nella vera scuola parigina, si trovano quindi ragazzi di colore africani o antilliani, ostili gli uni agli altri nonostante la pelle sia dello stesso colore (perché gli abitanti delle Antille sono di nazionalità francese); adolescenti arabi che ai party non possono mangiare le tartine al prosciutto si sentono emarginati; giovani cacciati da un’altra scuola per cattiva condotta; genitori che non parlano il francese ma che vanno al ricevimento dei professori per seguire l’andamento scolastico del proprio figlio; fiere donne africane che, semplicemente, decidono; immigrati arrestati per un permesso scaduto o una clandestinità procastinata; cinesi cervelloni ma solitari.
L’occhio dello spettatore, dunque, sonda gli scenari racchiusi dalle pareti di una scuola ma, nel contempo e sfacciatamente, ammicca al mondo esterno, sempre più vario ed eterogeneo, suggerendo un’integrazione che, prima ancora che etno-culturale, dovrebbe essere istituzionale: famiglia, scuola, comunità di appartenenza e gruppo religioso dovrebbero interagire e muoversi in maniera coordinata per una convivenza civile che spinga alla differenziazione, intesa però non come “diversità” bensì come non-omologazione.
Annalisa Andruccioli


Lascia un commento