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Il Partito democratico a Roma

Autore: . Data: domenica, 26 ottobre 2008Commenti (0)

Ieri è stato il giorno del Partito democratico. Quasi un milione di persone avrebbe dovuto mostrare al Paese intero l’anima di chi vuole giustizia e libertà. Tutto si è risolto un una opaca operazione di plastica.

Da quel lontanissimo luglio, quando Veltroni lanciò la raccolta di firme “Salva l’Italia”, finalmente il giorno è arrivato. Il popolo del Partito democratico è arrivato a Roma ed ha mostrato per la prima volta se stesso al Paese.

Decine di treni, autobus e persino qualche nave hanno portato donne ed uomini fino ai due luoghi di partenza dei cortei, piazza della Repubblica e piazzale dei Partigiani: destinazione Circo Massimo.

A piazza della Repubblica, che i romani chiamano Esedra, c’erano ad aspettare i manifestanti migliaia di bandiere, pacchi e pacchi dell’Unità nuovo formato, adesivi, ombrelli, striscioni e cappellini. Una specie di ufficio gadget di vago stampo berlusconiano.

Gli organizzatori volevano colorare il fiume di italiani che dovevano far vedere ad un Paese tramortito dalla propaganda del centro-destra che qualcos’altro c’è in cui credere.

Così si parte e lo show ha inizio. Perchè tristemente quella di ieri non è stata la dimostrazione della passione, della voglia di riscatto, della orgogliosa esplosione di un’identità collettiva forte e travolgente, ma una operazione di plastica, di marketing politico, nella quale il quasi milione di partecipanti non ha trovato motivi per soridere o piangere, emozionarsi e sentir d’essere. Ha camminato.

Nei giorni scorsi i romani hanno visto altri tre grandi cortei contro il governo. Il primo della sinistra che fu, Rifondazione, Comunisti italiani, Sinistra Democratica e Verdi, il secondo dei sindacati di base, il terzo degli studenti.

Una manifestazione non è solo andare per delle strade gridando slogan o agitando bandiere. E’ un rito collettivo complesso e articolato, nel quale si sviluppano pulsioni, sentimenti, emozioni. Più intense sono più una strana ed inspiegabile elettricità coinvolge chi, a margine, guarda dai palazzi, dai marciapiedi, da lontano. Forse un corteo è l’espressione più complessa della politica, perchè proprio nel suo senso di ‘dimostrazione’  qualcosa deve dire agli altri e chi vi partecipa lo sa bene, ha nell’anima la quasi inconscia volontà di sedurre il mondo esterno, per poter affermare senza dubbio: siamo qui non solo per noi stessi, ma anche per voi.

La manifestazione di ieri e quella della sinistra che fu erano diverse dalle altre due. Sembravano operazioni di autocertificazione, ad uso interno, disperati tentativi di ricerca di un’identità persa o del tutto inesistente. Le altre due, nella confusione di sigle, di idee, di interpretazione del reale erano cariche di idealità, di incontenibile ed appassionata voglia di esprimere un’idea della vita, della società, del mondo.

Così anche l’età dei partecipanti era diversa. Persone in gran parte di mezza età con il Pd e la sinistra sconfitta e giovani, financo bambini, mamme, maestre di asilo all’opera, ragazzi colorati e band giovanili coi sindacati di base e gli studenti.

Migliaia e migliaia di bandiere sventolavano per via Cavour, ieri. Eppure sembravano quelle di una catena di un supermercato, colpa di un simbolo disegnato male, tragicamente simile ad un logo aziendale, senza cuore e passato. E gli uomni e le donne andavano avanti in ordine sparso, un paio di bande di paese suonavano, qualcuno aveva un fischietto, da un camioncino partivano le note di canzoni di musica leggera neppure trendy.

Tutti avevano in tasca una copia della nuova Unità, distribuita gratis, diventata disperatamente simile ad un free press e trattata come tale, tanto che alla fine della giornata, in un colossale scempio ecologico, l’immensa area intorno al Circo Massimo era un tragico immondezzaio, letteralmente sommerso dalla carta di quello che fu, nel dopoguerra e fino agli anni ottanta, il Corriere della Sera della Sinistra.

Seguendo lo sciamare disordinato di persone dirette al luogo nel quale si sarebbe dovuto mostrare all’Italia il progetto per un Paese diverso, l’attesa che si accendesse qualcosa piano piano s’è spenta.

Prima di Veltroni, come ad una convention di una compagnia di assicurazioni, hanno parlato i ‘testimonial’. Uno studente, un immigrato, il sindaco antimafia, la giovane imprenditrice e suonato i soliti gruppi muscali, intrattenendo la folla in attesa.

Gli organizzatori della plastica, improvvisati comunicatori, debbono aver pensato che quella insulsa sequenza di interventi, ascoltati da pochissimi, applauditi da nessuno, dovesse mostrare l’anima del partito. Eppure l’anima non è un ghetto esistenziale, non è un luogo di apparenze. Insomma, la capolista sconosciuta e scomparsa Madia è ricomparsa sotto altre vesti, in un delirio al marketing che svela la debolezza intrinseca di un gruppo dirigente a corto di idee e mal messo anche a strategie di costruzione degli ‘eventi’.

Infine il momento: il leader è arrivato per dire non solo ai presenti, ma agli Italiani tutti, che l’Uomo della Provvidenza può essere battuto e con lui il suo modello di Italia SpA.

Invece Veltroni, coi suoi schermetti trasparenti sui quali leggeva l’intervento, ha parlato come avrebbe potuto fare un ragioniere di provincia, senza trovare il cuore del suo popolo, senza intercettarne le emozioni.

“Quella di oggi, diciamocelo con orgoglio, è la prima grande manifestazione di massa del riformismo italiano, finalmente unito. E lo è perché il Partito Democratico è il più grande partito riformista che la storia d’Italia abbia mai conosciuto”, ha detto il segretario.

Certo, è la prima manifestazione in assoluto del Pd e l’unità con se stessi non sembra poi essere un gran successo. Chi saranno gli alleati per battere il centro-destra? Non si è saputo per tutto il comizio.

“Un italiano su tre si riconosce – ha continuato Veltroni – crede nel disegno di un riformismo moderno. E’ un fatto inedito nella lunga vicenda nazionale. E oggi, in questo luogo splendido e immenso, siamo qui, in tanti, perché vogliamo bene all’Italia, perché amiamo il nostro Paese”.

Appunto, un italiano su tre. Mentre la condizione successiva, quella secondo la quale chi è dall’altra parte non ama il suo Paese è la copia esatta dell’idea da regime del Cavaliere: ” Con me i giusti, con voi gli altri”. Il ritornello dell’autosufficienza veltroniana si è subito palesata, svelando, forse, il più grave dei malanni del Pd.

Il lungo cammino che ha portato gli ex comunisti e gli ex democristiani alla fondazione del Partito democratico sembra in questo Circo Massimo presentare gli aspetti negativi dei due antichi protagonisti della politica italiana. Lo stalinismo deteriore di una parte del vecchio Pci e la tendenza alla navigazione ‘manovrata e cinica’ della Dc.

Solo che qui non ci sono Berlinguer e Togliatti, Moro o Fanfani, ma Veltroni e Franceschini, Fassino e Letta.

E Veltroni, a dispetto del ‘buonismo’ mostrato in pubblico, appare come il più fiero difensore di quel sistema spietato che alcuni nel Pci credevano essere il senso della politica. Lo stalinismo che diventava la cooptazione dei ‘dirigenti’ per fedeltà, l’esclusione del dissenso, la negazione del principio stesso del socialismo che è ricerca laica e libertaria di eguaglianza, fraternità, giustizia sociale. Il segretario qui parla alla ‘sua’ manifestazione, con alle spalle una nomenclatura annoiata e qualche volta sbadigliante. In un partito nel quale c’è chi sostiene di contare oltre quindici correnti e nel quale l’origine socialista di alcuni e quella popolare di altri impongono alchimie strane, a causa delle quali le culture di origine si devono azzerare.

Solo un passaggio del discorso di Veltroni. Facendo ricorso alla peggiore demagogia il segretario, rifrendosi alle parole del presidente del Consiglio, che sostenne di non essere “interessato” dall’antifascsmo, è arrivato a dire: “Il presidente Sarkozy non avrebbe risposto così, non avrebbe detto questo della Resistenza animata dal generale De Gaulle, non avrebbe messo in dubbio che ogni francese è figlio orgoglioso della Parigi liberata dai nazisti”.

Per rincorrere la destra, il centro o chissà chi il capo del Pd scopre il clone di Berlusconi, Sarkozy, giocando con il piccolo chimico della politica, dimenticando non a caso che l’antifascismo italiano non ha bisogno neppure di De Gaulle, perchè ha avuto la sua Resistenza: De Gasperi e Parri, Pertini, Longo, Amendola, Terracini e mille altri. Una delle occasioni nelle quali l’orgoglio nazionale (di patria) può esser speso senza timidezza.

Ma Veltroni, per la sua creatura riformista, deve cercare riferimenti che facciano dimenticare a questo popolo, che nonostante le baggianate ancora ha dei padri, gli antichi valori che furono.

Nella sua furia distruttiva il segretario insiste: “E né Barack Obama, né John McCain risponderebbero con un’alzata di spalle ad una domanda sulla decisione del presidente Roosevelt di mandare a combattere e a morire migliaia di ragazzi americani. Quei ragazzi americani che sono morti per noi, per restituirci la libertà e la democrazia. Nessuno avrebbe risposto come il nostro Presidente del Consiglio, perché non c’è nulla di più importante, per un grande Paese, della sua memoria storica. Un Paese senza memoria è un Paese senza identità. E chi non ha identità non ha futuro. E l’Italia ha bisogno di futuro. Coltivare la memoria dell’antifascismo non è solo un atto di riconoscenza. Come ci ha ricordato un altro grande italiano, un uomo mite e rigoroso come Leopoldo Elia, se la democrazia viene coltivata e vissuta ogni giorno, si espande e cresce. Se viene mortificata e offesa, deperisce e può anche morire”.

Scomparsa la storia italiana, l’iconoclasta ‘buono e moderno’ Veltroni insiste nel tentativo di affidare l’anima del suo popolo ad una storia raccontata con la superficialità di uno studente cresciuto sul Bignami, mettendo insieme Obama e Roosevelt, Leopoldo Elia e Mc Cain. Dimenticando i fratelli Cervi o le Fosse Ardeatine.

Il resto del discorso dell’ombra di un leader ha seguito la stessa traccia, nella convinzione di dover ‘fondare’ un patrimonio ‘riformista’ in sostituzione dell’odiato passato ‘riformatore’ che fu non solo del Pci, ma anche della Dc.

Veltroni, nel giorno della sua occasione, con un comizio grigio e senza idee forti, ha forse firmato la sua sconfitta. L’opportunità era immensa, quella di offrire al Paese il nuovo ‘sogno italiano’, l’idea di una società moderna, laica, libera ed egualitaria, innamorata della diversità, sensibile, appassionata ed alla ricerca di un futuro per i suoi ragazzi.

Questo non è stato. No e fino ad un finale imbarazzante, da stadio di calcio. L’immancabile inno nazionale, cantato come è stato richiesto ai professionisti della pedata, nella incomprensibile necessità di mostrarsi a tutti i costi patriottici, come se fosse necessario l’esame Mameli per ricevere l’otto in condotta democratica. E subito dopo la più improbabile “A Whiter Shade of Pale” dei Procol Harum (forse ricordo delle festicciole d’adoscente)  che quando fu scritta nel lontanissimo 1967 aveva una qualche concorrenza.

Proprio nel Paese che Veltroni crede di conoscere, gli Stati Uniti. Una tra tutte le canzoni dell’epoca era “We Shall Overcome”, che a “Tu vuò fa l’ americano” vogliamo ricordare, giusto per non dimenticare l’anima più antica e democratica della patria della ‘Dichiarazione di Indipendenza’ scritta da Thomas Jefferson.

“Avremo ragione di tutto questo
Avremo ragione di tutto questo
Avremo ragione di tutto questo un giorno
Qui nel mio cuore, io credo profondamente che
Avremo ragione di tutto questo un giorno

Cammineremo mano nella mano
Cammineremo mano nella mano
Cammineremo mano nella mano un giorno
Qui nel mio cuore, io credo profondamente che
Cammineremo mano nella mano

Vivremo in pace
Vivremo in pace
Vivremo in pace un giorno
Qui nel mio cuore, io credo profondamente che
Vivremo in pace un giorno

Noi non abbiamo paura
Noi non abbiamo paura
Avremo ragione di tutto questo un giorno
Sì, qui nel mio cuore, io credo profondamente che
Avremo ragione di tutto questo un giorno

Avremo ragione di tutto questo
Avremo ragione di tutto questo
Avremo ragione di tutto questo un giorno
Qui nel mio cuore, io credo profondamente che
Avremo ragione di tutto questo un giorno

Avremo ragione di tutto questo un giorno”.

Un giorno, si spera, gli italiani avranno ragione di tutto questo.

Roberto Barbera


le foto della manifestazione

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