Giletti e i fannulloni
Riprende la tv della domenica
In onda i fannulloni, la domenica su Rai 1. La nuova stagione della trasmissione ammiraglia del pomeriggio festivo è iniziata con un’illuminante intervista registrata con il ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta. Seduto nel suo ufficio, di fronte ad un sorridente Giletti, ha declamato serioso: “Per quale motivo i lavoratori del privato possono essere licenziati e rischiare di finire in cassintegrazione, mentre quelli del pubblico impiego no? Ecco il motivo per cui sono privilegiati”.
A chiarire meglio il concetto ci ha pensato, pochi minuti dopo, il direttore di “Libero”, Vittorio Feltri: “Se quel privilegio continua ad esistere – ha affermato – lo si deve allo Statuto dei lavoratori, vergognoso retaggio del comunismo reale”.
Per quanto possa apparire surreale alle persone di buon senso, nel 2008 è possibile presentarsi in uno studio televisivo usando simili argomenti. E’ possibile definire “privilegiato” colui che, facendo il proprio mestiere, può continuare a farlo senza lo spauracchio del licenziamento. E’ possibile definire “normale” (dunque non privilegiata) la condizione di chi, facendo sempre il proprio mestiere, deve rischiare ogni giorno il posto di lavoro.
Che c’entra, poi, il “comunismo” dell’Est europeo con lo Statuto dei lavoratori? A noi risulta si tratti di un insieme di norme italianissime varate cinquantatré anni dopo la Rivoluzione d’Ottobre e finalizzate a garantire il diritto al lavoro sulla base dei dettami della Costituzione repubblicana.
Se persino il direttore di uno dei giornali più in salute, stando al trend di copie vendute, scivola così rovinosamente pur di accreditare le sue opinioni politiche, come stupirsi se un insegnante con 60 allievi divisi su due classi continua a guadagnare 1.300 euro al mese o se 50 mila precari dei pubblici uffici hanno perso il diritto alla stabilizzazione dopo la firma di un ministro in calce ad un decreto?
Il conduttore tendenzioso, comunque, era andato in onda con un obiettivo figlio dei tempi: dimostrare che non è da tutti avere il coraggio di punire i fannulloni. A far vacillare il castello del programma è arrivato Carlo Podda, capo dei sindacalisti Cgil del pubblico impiego: “In Italia – ha spiegato – esistono tre milioni e mezzo di dipendenti pubblici. Benché siano tutti catalogati sotto l’etichetta di ‘statali’, sono pochi in proporzione i ‘travet’. La maggior parte di loro offre servizi al cittadino, negli asili nido, nelle scuole materne, negli enti locali, negli ospedali. E quando sentiamo dire che gli statali sono assenteisti, rispondono per noi le cifre: se la media dei giorni di malattia nel pubblico impiego è di dieci giorni all’anno, nel privato scende a nove. Dove sta, allora, lo scandalo?”.
Podda ha aggiunto poi un ulteriore elemento di riflessione: “Quando un’azienda privata va bene o male, meriti e colpe vengono imputate all’amministratore delegato; ci piacerebbe che anche i disservizi del pubblico venissero addossati su chi ne programma l’attività, vale a dire dirigenti e politici”.
Ciò detto, il sindacalista si è detto favorevole al licenziamento dei fannulloni veri, quelli accertati: “Anzi – ha sottolineato – se negli ultimi due anni ne sono stati cacciati 120, lo si deve all’applicazione di una legge da noi proposta nel 1993”. Nessuno ha provato a smentire. Interessante, invece, il ruolo giocato nella trasmissione dal cosiddetto “massmediologo” Klaus Davi: avversava maleducatamente chiunque provasse a sfatare luoghi comuni, senza argomentare alcunché. Un peccato, perché sarebbe risultato interessante un confronto serio sui ritardi del Pubblico in Italia, sul suo rapporto perverso con la classe politica di ogni colore, al Nord come al Mezzogiorno. Ma è evidente che un dibattito del genere non è mai stato nella testa né degli autori né del conduttore. Anche perché avrebbe rischiato di scoperchiare, magari, il pentolone delle clientele in Rai.
Immancabile, come da copione, il sondaggio telefonico (ovviamente a pagamento) sull’opportunità o meno di licenziare i fannulloni. Mentre scorrevano i titoli di coda, è giunto il verdetto: il 75% dei nostri connazionali ha risposto “sì”. Brunetta avrà storto il naso: non aveva forse spiegato ai giornali che 60 milioni di connazionali (cioè tutti, compresi i neonati) “sono con lui”?


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