Gelmini, Brunetta, Sacconi e i 300mila a Roma
Ieri sciopero e grande manifestazione per le vie della città organizzato dai sindacati di base. Tantissimi insegnanti, ricercatori e studenti: “No alla svendita del Paese”. Ultima chiamata per i diritti. Per moltissimi dei 300 mila manifestanti accorsi ieri a Roma a dare visibilità e spessore allo sciopero generale dei sindacati di base, non c’è più tempo da perdere.
Qualche giornale, stamattina, ha scritto che nemmeno gli organizzatori si aspettavano una simile risposta di piazza. E’ vero. Segno che la paura del futuro, l’indignazione verso chi disprezza il mondo del lavoro, la netta sensazione che il Paese stia arretrando paurosamente, travalicano anche le previsioni di chi ai cortei è abbastanza abituato.
Ieri mattina, a farsi largo sotto la pioggia, impressionava innanzitutto il numero di insegnanti e genitori, spesso con bambini al seguito. Significativa, poi, la presenza di ricercatori precari delle facoltà universitarie e di studenti.
Il lungo, bagnatissimo serpentone ha urlato slogan, issato striscioni, miscelato rabbia e ironia, dando voce al forte malcontento nei confronti del governo Berlusconi e facendo sfoggio di tutta la sua autosufficienza dalle forze politiche di opposizione. Rispetto al pur riuscito corteo di pochi giorni prima, organizzato l’11 ottobre dai partiti della sinistra “radicale”, è saltata agli occhi la differenza di età media: facce stempiate e molti “over 40” sabato scorso, tantissimi ragazzi (anche dietro agli striscioni sindacali) ieri.
Bisognerà chiedersi il perché. Ai cronisti spetta innanzitutto osservare e cercare di capire. Qualcosa si è intuito, ieri mattina per le strade della Capitale. E’ apparsa plateale l’insofferenza di alcune categorie nei confronti del “palazzo”, non tutte conosciute al grande pubblico. Degli insegnanti si è detto e scritto molto in queste settimane: le maestre delle elementari sono comprensibilmente furiose perché assistono al tentativo di affossamento dei lusinghieri risultati garantiti della riforma del 1990. La quale aveva portato l’istruzione primaria ai primi posti in Europa, grazie al rinnovato ventaglio di competenze degli educatori, all’uso sapiente del tempo pieno e all’interdisciplinarietà come regola pedagogica.
Anche sui pubblici dipendenti si sono sprecati fiumi di inchiostro: per presentare un’intera categoria come “fannullona” (dal punto di vista dell’accusa) o per esternare tutta la rabbia e l’amarezza nei confronti dei dispensatori di demagogia (dal punto di vista della difesa). Si discute molto meno, invece, dei ricercatori: uno sterminato popolo di lavoratori sfruttati, che concorrono alle residue speranze di avanzamento tecnologico del Paese al prezzo di miseri e incerti salari. Non a caso, i più fortunati o preparati tra loro, non appena possono, fuggono all’estero là dove la professionalità è tutelata e la possibilità di valorizzare una carriera garantita.
Ricercatori, dunque, fa rima con “precari”. E proprio le sacrosante motivazioni di chi insegue invano la stabilità hanno arricchito di contenuti “forti” il corteo.
E tutti insieme, ieri e sotto la pioggia, hanno risposto “no!” a chi fomenta la “guerra tra poveri”, seduto comodamente sulla poltrona di palazzo Chigi.
Libero Panunzio


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