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Fumetti, dove sono i Pazienza?

Autore: . Data: sabato, 4 ottobre 2008Commenti (0)

Il destino del fumetto internazionale in scena a ROMICS, rassegna internazionale sul fumetto e l’animazione organizzata dalla Fiera di Roma e da I Castelli Animati. Un articolo per “tu inviato”

Per gli appassionati di fumetti e non solo, è in corso alla Nuova Fiera di Roma (Via Portuense, a pochi minuti dall’Aeroporto Leonardo da Vinci) l’ottava edizione di ROMICS, rassegna internazionale sul fumetto e l’animazione organizzata dalla Fiera di Roma e da I Castelli Animati, Festival Internazionale del Cinema di Animazione. A ROMICS partecipano ogni anno importanti aziende del settore, che possono usufruire di una prestigiosa vetrina internazionale e approfittare dell’incontro con i buyer, gli operatori e in genere i responsabili dei più rilevanti festival internazionali.

ROMICS, che ha preso il via il 2 ottobre, celebra quest’anno tre importanti compleanni: Tex compie 60 anni ed a lui è dedicata una mostra composta da 45 straordinarie immagini; Ufo Robot, alias Goldrake, festeggia 30 anni; il fumetto in Italia, infine, brinda al suo primo secolo di vita: il suo esordio fu infatti nel 1908 sul Corriere dei Piccoli. Tra le mostre in programma, una nota di rilievo la meritano certamente i 10 pannelli in cui la “rivoluzionaria” Mafalda esprime il proprio pensiero sulla guerra nonché le tavole delle due scuole capitoline sull’animazione, ovvero la Scuola Internazionale di Comics e la Scuola Romana dei Fumetti.

Quest’ultima ha da poco aperto, nel cuore di Roma, un negozio che, oltre ad essere una libreria specializzata, è soprattutto un laboratorio vitale e operativo, un luogo di aggregazione, incontro e confronto, dove “i novelli Andrea Pazienza” potranno esibirsi nel disegno di fronte agli appassionati del genere e ai tanti curiosi che passeggiano nei viottoli di Trastevere.

“Comics Boulevard”, questo il nome della fumetteria in questione, è presente all’ottava edizione di Romics con uno stand “doppio”: su un lato lo spazio dedicato all’anima commerciale e al negozio, sull’altro quello riservato all’arte e alla creatività, più legato alle attività della Scuola Romana dei Fumetti, che ospiterà, tra gli altri, Marco Soldi, disegnatore storico di Dylan Dog, nonché Stefano Caselli e Gabriele dell’Otto, entrambi artisti per la Marvel.

La duplice anima della fumetteria trasteverina si delinea anche nella composizione dei membri che l’hanno creata, tra cui troviamo Stefano Santarelli, famoso sceneggiatore tv che ha fondato la Scuola, e Samuele Benedetti, 34enne che a Pistoia gestiva una libreria specializzata in disegno e animazione e che ora ha voluto investire la propria esperienza personale ed economica spostandosi nella capitale.

Quando Samuele incominciò a interessarsi di fumetti fu, racconta, a 14 anni, con l’acquisto di Deathman, edito da Detective Comics, una storia al cui interno compariva anche Batman, più o meno nello stesso periodo in cui usciva il primo film di Tim Burton sull’uomo pipistrello. “Ho cominciato a collezionare fumetti e poi, dai 17 ai 24 anni, ho condotto per TVL Pistoia la trasmissione Komiks Road, unica in Italia a poter vantare l’intervento di John Buscema (disegnatore storico di tutti i supereroi della Marvel, fatta eccezione per l’Uomo Ragno – n.d.r.). Dopo di che ho rilevato una fumetteria a Pistoia, a cui ho dedicato 10 anni, e da giugno mi sono unito alla gestione di Comics Boulevard”.

Chi meglio di lui, quindi, per conoscere un po’ più a fondo il mercato del fumetto, che agli occhi dei profani sembra più che altro uno spazio di nicchia e forse minoritario?
“Tutt’altro”, precisa Benedetti. “In Italia il fumetto vende abbastanza bene, la situazione non è ottima, certo, ma comunque il bilancio è positivo, soprattutto dall’inizio degli Anni ’90. Esistono tre importantissimi festival: uno è Romics, appunto; l’altro, il più famoso e prestigioso, è il Festival del Fumetto di Lucca; il terzo è il Comicon di Napoli, il cui direttore artistico, Luca Boschi, è un critico di fumetti, specializzato sulla storia dei personaggi Disney”.

“L’interesse del grande pubblico verso il fumetto”, continua Samuele, “ha avuto un boom con il personaggio di Dylan Dog, che è arrivato a vendere a metà degli anni ’80 ben 750mila copie all’anno. All’inizio degli Anni ’90 Dylan Dog era un fenomeno di costume, nonché un’impresa economica di proporzioni enormi, dato che attorno a questo personaggio fiorivano fan club, attività di merchandising, gadget, campagne promozionali. Apparivano storie inedite sui quotidiani, i giornalisti cominciavano a capire che il mezzo “fumetto” era un ottimo canale per veicolare messaggi importanti: politici, sportivi, di costume e società. Dylan Dog attirò l’attenzione perché fondeva nel fumetto italiano popolare (come poteva essere ad esempio Tex, edito sempre da Sergio Bonelli, improntato sulla serialità) i caratteri del fumetto d’autore, più impegnato e sviluppato su più piani d’interpretazione”.

A proposito di fumetto d’autore, impossibile non essere suggestionati e incuriositi dal talento indiscusso di Andrea Pazienza, nato nel 1956 e morto nel 1988, per overdose. Si firmava “Paz”, era disegnatore, scrittore, sceneggiatore, riconosciuto (non solo dal mondo fumettistico) come un genio, ribelle e ironico, un artista completo che ha rappresentato tutte le contraddizioni degli Anni ’70 con un tratto perfetto, esatto, sufficiente e immediatamente comprensibile. Secondo Benedetti, “non esistono oggi disegnatori che possano raccogliere l’eredità del Paz. Le sue storie erano spesso autobiografiche oppure legate al contesto sociopolitico italiano dell’epoca. Era un tossicodipendente bello, molto amato dalle donne, tormentato, un po’ come il suo personaggio Pompeo”.

Quelli erano anni di crisi per il mondo del fumetto, che non era affatto quello che è oggi. Allora si discuteva sul fatto che i fumetti dovessero essere considerati arte, né più ne meno come si fa con i film ed i romanzi. A quei tempi c’era chi si sforzava in tutti i modi di trovare spazio, nelle edicole e in libreria, per il fumetto d’autore, da contrapporre a quello dozzinale e di scarsa qualità. E c’era anche chi faceva satira e politica con i fumetti, cercando di far sentire la sua voce forte e chiara, senza paura di quello che diceva. Era il periodo di testate gloriose e fallite, come “Pilot”, “Orient Express”, “L’eternauta” e “Comic Art”. E di “Frigidaire”, “Il male”, “Zut” e “Totem”.

“Frigidaire”, precisa ancora Samuele riportando le parole di un’intervista a Pazienza, “doveva nascere come una grossa operazione commerciale, mentre in realtà si è rivelata una specie di movimento culturale e ideologico. Attualmente in Italia si pubblica un po’ di tutto. I fumetti orientali hanno preso piede dalla metà degli Anni ’90, i manga giapponesi continuano a rappresentare ancora la fetta più importante del mercato. Un manga vende un milione di copie, da noi è il quotidiano a vendere così tanto. Il personaggio di Doraemon è Ambasciatore culturale del Giappone all’estero! In Italia il fumetto non va male, ma certo non è a quei livelli.”

Il lettore medio non esiste. I fruitori del fumetto sono trasversali a sesso, età e livello sociale. Precisa Benedetti: “Gli uomini, normalmente, leggono i fumetti americani, le donne prediligono quelli giapponesi. Tex è un personaggio che raggiunge la fascia d’età più alta perché è legato al western classico. I manga in genere sono letti dai bambini di 6-8 anni fino agli adulti 40enni”.
In generale si può comunque affermare che in Italia è oramai presa per buona la commistione tra fumetto seriale e fumetto d’autore. Sergio Toppi, per esempio, disegnatore in attività dagli Anni ’50, ha illustrato anche degli episodi di Nick Raider. Magnum ha creato un album speciale di Tex. Massimo Rotundo disegna per la Bonelli il personaggio Brendon.
Il mercato del fumetto è contaminato da quelli affini, come i cartoni animati, la carta stampata, il cinema, la televisione, e non può più prescindere da ciò che avviene nel resto del mondo. Ogni Paese ha i propri autori internazionali. Per l’Italia e l’Europa il più noto è Hugo Pratt, che ha coniato il termine “letteratura disegnata”; per l’America il più prestigioso è certo Will Eisner, l’unico ad avere ricevuto, in vita, un premio intitolato all’arte del fumetto e all’arte sequenziale in genere.

Andrea Pazienza non era forse fondamentale a livello mondiale, ma di certo aveva saputo raccontare l’Italia e, soprattutto, gli Italiani della sua generazione. Tormentato e discontinuo, facile preda di entusiasmi eccessivi e di depressioni profonde, se c’è una costante nella sua produzione probabilmente è proprio quella legata al fatto che di costante non c’era niente: tavole lasciate a metà, storie a puntate che non andavano oltre la seconda o terza o quarta puntata, migliaia di progetti iniziati con fervore e poi abbandonati per iniziarne altri. Pazienza era capace di passare dalle vignette di satira politica a quelle sociali, a quelle senza senso e a quelle paradossali, da storie piene di violenza a quelle in cui le emozioni e i sentimenti erano gli unici protagonisti. Dal suo genio sono nati Zanardi, Colas, Petra, Pentothal, Pompeo, Astarte, chi cattivo, chi solo superficiale e vuoto, chi invece dotato di una enorme carica emotiva e di qualcosa da raccontare.

Con la sua morte il mondo del fumetto italiano ha perso un genio, uno dei pochi in grado di fare qualcosa di nuovo e dirompente, di osare, di esagerare, di andare oltre gli schemi.
Il mondo del fumetto non sta morendo, ma di certo manca chi, come Paz, cercava di fare qualcosa di diverso, usando sapientemente il tratto del disegno ma, al contempo, raccontando storie piene di umana fragilità anche attraverso il modo straordinario di utilizzare le parole, di unire italiano, espressioni dialettali e parole inventate o stravolte, quasi che la ricerca del miglior mezzo d’espressione coinvolgesse tutto ciò che finiva sulla tavola, dal disegno al testo.

Annalisa Andruccioli

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