Oggi, 24 ottobre, esce nelle sale cinematografiche Control, film biografico di Anton Corbijn su Ian Curtis, leader del gruppo post-punk inglese dei Joy Division, morto suicida nel 1980 a soli 23 anni.
Control segna l’esordio alla regia di lungometraggi del 53enne fotografo olandese, conosciuto per aver ritratto e filmato grandi artisti musicali come U2, Nirvana, Rolling Stones, Miles Davis, Coldplay e Depeche Mode.
Il film, ispirato al libro “Touching From A Distance” di Deborah Curtis, moglie di Ian, vede luce - e distribuzione italiana di Metacinema - dopo essere stato celebrato a Cannes lo scorso anno e aver vinto premi in tutta Europa.
La pellicola ripercorre la vita tormentata del cantante - interpretato da un convincente Sam Riley - dagli ultimi anni di scuola, quando si rinchiudeva in camera a fumare, disteso sul proprio letto ad ascoltare David Bowie e Velvet Underground o a leggere Burroughs e Dostoevsky, al prematuro matrimonio con Debbie - impersonata dall’attrice Samantha Morton - fino all’esplosione del fenomeno Joy Division.
“Non ho voluto fare un documentario rock - ha spiegato in occasione del festival Circuito Off Corbijn, un uomo alto e timido, avvolto in un giubbotto di pelle nera - ma un film su un ragazzo che insegue un sogno”.
Il sogno adolescenziale di Ian Curtis è annebbiato dai dubbi esistenziali, ben descritti nella prima scena del film quando il protagonista recita un brano di Wordsworth (“Esistenza: che cosa importa?”), acuiti da una realtà austera e desolante che condanna l’intera working class - la Manchester periferica post-industriale ribattezzata Madchester - e da una situazione sentimentale ingestibile. La nascita improvvisa di una figlia e la relazione extraconiugale con l’affascinante giornalista belga Annik Honoré si intrecciano nelle vicende personali di Curtis che, schiacciato dalle responsabilità, non riesce più a controllare le proprie emozioni anche per la fama crescente dei Joy Division e per i frequenti attacchi epilettici di cui nessuno conosce la cura. Un dramma che lo porta alla depressione e al triste epilogo: un cappio nel tinello di casa e, in sottofondo, la tv accesa con La ballata di Stroszek di Herzog. Isolation.
La parabola di Ian Curtis è narrata in bianco e nero, con uno stile minimalmente magistrale, senza invasioni di campo o forzature nostalgiche. La telecamera di Corbijn punta dritto sul protagonista con rispetto e discrezione: non lo giudica, non esalta né demonizza il personaggio, anzi la persona, così come la sua macchina fotografica immortalava i Joy Division alla fine degli anni Settanta.
Corbijn non è l’unico regista che avrebbe potuto fare un film su Ian Curtis, ma è uno dei pochi ad averlo conosciuto in vita e quindi in grado di testimoniare la forza e la fragilità della sua musica, come ha dichiarato lui stesso: “Non parlavo un buon inglese e non capivo i testi di Unknown Pleasures (il primo album dei Joy Division, ndr), ma dal modo in cui cantava e dal suono sentivo che raccontava qualcosa di profondo. Fu una delle ragioni per cui nel 1979 decisi di trasferirmi in Inghilterra. In meno di due settimane mi ritrovai a fotografare i Joy Division e quell’incontro cambiò la mia esistenza”.
Control non è un film rock come quello sui Doors né ha l’aspirazione di Winterbottom nel descrivere in dettaglio una realtà musicale come quella di 24 Hour Party People (dove Riley interpreta la parte di Mark E. Smith dei Fall), dedicato a Tony Wilson che scoprì e lanciò i Joy Division, in seguito New Order, la Factory Records e l’Hacienda. E’ piuttosto il racconto intimo di un adolescente diventato icona musicale senza volerlo o meglio, ha puntualizzato Corbijn, “un film personale, difficile da girare per la paura di affrontare una leggenda come Ian Curtis”.
Più che da vedere, è un film da fare proprio, da portare sempre con sé. E da ascoltare, grazie a una colonna sonora prevedibilmente emozionante. Un’opera destinata non solo ai nostalgici, agli estimatori musicali, a chi ha già apprezzato il corto Some Yo Yo Stuff su Captain Beefheart, ma agli esteti e agli amanti del cinema che attraversa le generazioni.
Gaetano Scippa

